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FACCE DA GRILL

Posti di lavoro inesistenti con inserzioni che illudono i ragazzi, promessa di scatole di caffè… grigliate con amici e clienti agli Orti Urbani comunali. E' tempo di moderazione
Magna magna
Qualche tempo fa avevo raccontato la storia delle abboffate alla casetta degli orti urbani della città in cui abito (leggi). Ovviamente la pubblicazione del post ha avuto uno strascico di piccole minacce, commenti divertiti, qualche faccia preoccupata e tanta indignazione. Tutto nella norma, siamo in Italia, mica in Europa.
Che cosa ne è di tutto questo? Quasi nulla. Sabato sera erano di nuovo lì: cosa c’è di meglio di una grigliata con gli amici, una serata di relax in compagnia a parlare di tutto e di niente, mentre le braciole sfrigolano sul fuoco e ciascuno dei presenti ha come massima preoccupazione quella di decidere se salsiccia o ala di pollo? E intanto scambiarsi battute salaci sulle donne e alludere comicamente all’atto, declinandolo in tutte le sue coordinate e sfaccettature? Se poi lo fai gratis in una struttura pubblica, meglio ancora, così non hai il fastidio di sporcarti la casa e trovarti con le solite pile di piatti sporchi il giorno dopo.
D’altra parte le elezioni sono alle porte: cosa c’è di meglio che rinsaldare i rapporti con le clientele per lanciarle nell’ultima settimana di raccolta dei voti prima della messe finale? Anche il grande elettore più fedele deve essere curato un pochino per evitare che si venda a un altro miglior offerente. Nella mia città ci sono più candidati che anime, dunque la concorrenza si fa davvero aspra.
Dilettanti i miei concittadini da barbecue, in confronto ai vicini Collegnesi che millantano posti di lavoro e promettono pacchi di caffè (leggi): si chiama “voto di scambio”, ma sono talmente ignoranti che non sanno neanche che è un reato. Speravo in un po’ più di coraggio da parte degli ortolani, invece niente.
Sinceramente speravo che, in un sussulto di orgoglio e di amore per la città, cacciassero a pedate questi grigliatori della cosa pubblica. Che io sappia, niente. Borbottano quando nessuno li sente, come fanno in genere la banderuole italiche di ogni paese e villaggio, ma non si espongono neanche se li ammazzi. 
Forse fanno bene i compari della grigliata: di capibastone fedeli c’è sempre un gran bisogno, specialmente in tempi in cui la politica si fa con lo stomaco, non con la testa. Tantomeno col cuore.
Mariano

LA DOPPIA MORALE

Il caso Greganti, prima il “sistema Sesto”, l’atteggiamento assurdo verso la richiesta di arresto di Genovese… in che direzione marcia il PD?
Etica e convenienza
La nuova stagione giudiziaria del PD comincia due anni fa con  il “sistema Sesto” di Penati & C, riedizione in grande del “sistema Grugliasco” di vent’anni fa (stesse storie, stessi intrecci, stesse dinamiche): metti un’amministrazione disponibile e un pool di imprenditori interessati, mescola bene il tutto, cercando di piegare  le regole al progetto, servi caldo ai concittadini blaterando di posti di lavoro e di progresso.
Altri scandali qua e là, farne l’elenco sarebbe lungo e inutile, poi scoppia il caso Expo e torna in pista Greganti, autorevole membro della cupola di cui farebbero parte anche Frigerio e imprenditori interessanti. Succede davvero di tutto in questo strano paese, perfino ritorni dall’aldilà, ma fin qui da meravigliarsi c’è poco.
Lo stupore aumenta considerevolmente quando si analizzano le reazioni dei vertici del PD alla notizia: tutti si affrettano a spiegare che Greganti non è dei loro, che ha operato per sé e che non rappresenta in alcun modo il PD. Ci mancherebbe ancora, ma è un fatto che Greganti non è un tesserato per affetto, qui a Torino lo si vede normalmente alle iniziative di partito e anche insieme ai notabili locali.

LA GRANDE ABBUFFATA

Il ritorno di Greganti e Frigerio lascia ben sperare in una fine repentina della seconda repubblica, come fu per la prima. Il PD non c‘entra niente, sono gli altri che sono cattivi e le grandi opere da noi costano più care perché ci sono i piccoli partiti…
Tangentopoli returns
Vent’anni dopo tornano le storie che hanno segnato la fine della prima repubblica: corruzione, tangenti, paralisi politica e amministrativa, decadimento. disaffezione, lacerazione del tessuto sociale, crisi economica. Stavolta è tutto più drammatico perché queste macigni si posano  su un paese provato dalla distruzione di buona parte del suo apparato produttivo, indebolito dalla disoccupazione (giovanile e non), da bassi salari e dalla fine delle garanzie per chi sta peggio. Un paese in cui le uniche liberalizzazioni sono quelle che hanno favorito l’accumulo di ricchezza non investita in attività economiche e l’aumento del divario fra le fasce della popolazione. Un paese meno giusto e meno uguale, dove il ceto medio è già in parte scomparso.
Bene, ci risiamo: evidentemente il sistema economico non era più in grado di sopportare una corruzione invasiva e troppo vorace. Di qui l’intervento della magistratura con tutto io corollario che andremo a scoprire nei prossimi mesi. Per intanto già sappiamo che i sistemi di Tangentopoli 1 sono transitati direttamente nella seconda repubblica.

TERZA SETTIMANA

Mentre parecchi chiacchierano di nuove povertà, c’è chi fa: tanto e bene
Una mano a chi annaspa
S
abato scorso ho partecipato a una iniziativa davvero interessante: i volontari dell’Associazione Terza settimana (guarda qui che cosa fanno) festeggiavano la loro attività, facendo un bilancio dei progetti in corso e delle speranze per il futuro. Il bilancio l’hanno fatto discorrendo con tre persone molto diverse fra loro: Pierluigi Dovis (direttore Caritas Diocesana), Nicolò Bongiorno, responsabile della Fondazione dedicata al padre Mike,  e il sottoscritto.
Siamo stati chiamati tutti e tre a dire la nostra sul  “Guardare oltre” e ciascuno di noi ha sviluppato il tema secondo la sua sensibilità incalzati da Gaia, studentessa del V anno del Liceo Gioberti e volontaria di punta dell’associazione. Con noi, tre “assistiti” dall’associazione che, nell’ottica della restituzione, hanno anche scelto di diventare a loro volta “volontari”: tre storie di discesa e di risalita davvero esemplari per come si sono sviluppate nel tempo e per come sono state raccontate dai protagonisti. Parecchi ragazzi e ragazze a fare da stimolo con la loro attenzione impegnata e simpatica.
Il presidente dell’associazione, Bruno Ferragatta ha introdotto la discussione “dando i numeri” dell’attività dell’anno appena chiuso:
65 adulti e 130 studenti delle scuole medie superiori come volontari impegnati nell’attività quotidiana, per un totale di 9932 ore di impegno ripartite su 48 settimane.
Aperte tre sedi, due social-market a Torino e 1 a Milano (nel 2014 è prevista l’apertura di una nuova sede a Torino nella zona nord). Consegnate spese a domicilio in 185 punti a Torino, 12 a Moncalieri, 11 Rivoli, 6 Nichelino, 5 Beinasco, 3 Venaria, 3 Collegno 3 Grugliasco, 2 Orbassano, 2 san Mauro, 1 Settimo Torinese, per un totale di 76.000 kg. di ortofrutta consegnati. 230 famiglie segnalate dalla Caritas, 400 dall’ Ufficio Pio, 50 dalla cooperativa di Vittorio, san Gioacchino, Regina delle Missioni, santa Maria Goretti, Buon Pastore servita dall’Associazione con rifornimenti alimentari. In totale  2287 persone assistite, di cui 597 bambini di età inferiore ai 10 anni. Consegnate 9589 spese.
79 assistiti si sono resi disponibili ad effettuare alcune ore di volontariato presso l’associazione. 48 bambini hanno avuto accesso alle cure dentistiche nell’ambito di un progetto dell’associazione denominato SMILE. Scusate se è poco...
Al termine gli studenti hanno ritirato la dichiarazione da portare a scuola per ottenere il credito formativo. La cosa più importante la ritirano giorno per giorno nella loro attività nell'Associazione: sono pillole ricostituenti di quella dimensione che sembra oggi mancare a tanti. Noi la chiamiamo "senso della vita".

VERGOGNE NAZIONALI

Il dito medio di Fassino, la trattative con gli ultras, gli applausi dei poliziotti ai colleghi, il gioco delle tre carte coi soldi della gente…
Il dito medio
Fino a due anni fa la vergogna nazionale era Berlusconi, accompagnato dall’eco dei suoi scandali e dalla gravità dei reati per cui era già stato condannato. Andavi all’estero e ti capitava spesso di essere interrogato sull’apparente (?) impazzimento nazionale, visti i consensi di cui continuava e continua a godere. L’interrogato si giustificava balbettando scuse e spiegando che B era solo una faccia di una medaglia che vedeva dall’altra parte la sinistra più asservita e egoista della storia mondiale.
Poi l’hanno fatto fuori a favore del più sobrio Monti: non si è trattato di un colpo di stato, tuttavia l’operazione politica non è stata esattamente democratica; va detto qualche beneficio l’ha pur prodotto. La reputazione del nostro paese, – almeno stando a quello che i giornalisti hanno cominciato a raccontare – è migliorata, lo spread è sceso e le nostre pensioni hanno preso il volo, senza che uno straccio di riforma strutturale disegnasse un futuro per le giovani generazioni di questo paese.
L’uomo col loden verde si è montato la testa e ha pensato di mettersi in proprio con gli esiti che conosciamo. Elezioni, vince Grillo, Bersani ci prova e Letta va al governo con Berlusconi.
Della reputazione italiana non parla quasi più nessuno: credo che sia davvero difficile immaginare di convincere un forestiero che fare un governo con un pregiudicato, carico di processi e di scandali, è cosa buona e giusta.
Il PD e i suoi giornalisti cercano di accreditare l’idea che non si sarebbe potuto fare diverso, vista l’indisponibilità del M5S: viene “silenziata” perfino la Serafini (deputata e moglie di Fassino) che bene spiega che mai loro del PD avevano avuto l’intenzione di collaborare per davvero e alla pari con Grillo. Il resto è attualità, con Letta silurato da Renzi: il primo annunciava poco e non faceva nulla, il secondo è tutto un annuncio a risultati zero. Chissà il prestigio internazionale… certo non credo che qualcuno possa sostenere che il nostro è un paese in cui la democrazia funziona e la trasparenza la fa da padrona.

A rinforzare l’idea che si stia continuando ad andare verso il fondo, arrivano le trattative delle massime autorità con i capi ultras, assurti a rango di autorevoli negoziatori per evitare “guai peggiori” in situazioni sfuggite al controllo di chi doveva occuparsene. Ne sta parlando tutto il mondo e senza il divertimento del bunga bunga, semmai con la preoccupazione di un corto circuito fra malavita e apparati dello Stato.
Il calcio diventa il paradigma di un paese nel caos e nella disperazione. Gli applausi dei colleghi ai poliziotti che hanno ucciso un ragazzo, la diffusa sensazione di essere nelle mani dei prepotenti, dei cafoni e dei delinquenti, che albergano e proliferano oramai in ogni settore e professione, sono indizi della lacerazione ben più che i fischi all’inno nazionale.
Normalmente i leader demos deplorano tutto questo: mettono su quell’arietta saputella, storcono la bocca in una smorfia di disappunto e deprecano, stigmatizzano e condannano. Lo fa Renzi, lo fanno i big del partito, lo fa anche Fassino. Naturalmente loro non hanno mai alcuna responsabilità e sono corretti e garbati perfino quando debbono affrontare la piazza a muso duro; come potrebbe essere diverso, loro sono superiori perfino quando trafficano.

Ieri Fassino ha salutato i tifosi del Toro, che lo contestavano durante la cerimonia commemorativa della tragedia di Superga, alzando repentinamente il suo dito medio. Eleganza del gesto e profondo rispetto per il dissenso. Vabbè, si potrebbe obiettare, non dovrebbe succedere, ma un momento di debolezza è umano.
E’ vero, ma è assai meno umano smentire di averlo fatto ed essere poi smascherati dal solito video che ristabilisce la verità dei fatti. Chissà cosa si inventeranno i suoi compagni di partito per giustificare l’ingiustificabile, chissà che cosa studieranno i suoi sponsor alla successione di Napolitano per spiegarci che, ancora una volta, siamo noi che non abbiamo capito.

Mariano

ASPETTARE

Fra tre settimana le elezioni "decisive" per il futuro di questo paese. Quindi continuiamo ad aspettare?
Non succede più nulla
Da almeno vent'anni in questo paese non succede più nulla (se non il declino), la sua irrilevanza ne è la testimonianza più chiara. Vuol forse dire che, giorno dopo giorno, non accadono più fatti di sangue, miracoli, catastrofi (naturali e cercate), ribaltoni eccetera?
No, no. Queste cose (e molte altre) accadono eccome, ma non sono più “storia”, vale a dire che non sono pezzi di un percorso con una direzione e un senso, non sono più parti di un cammino di evoluzione e progresso. Succedono, se ne parla, si presta attenzione, poi si dimenticano. Non del tutto, ma solo in quanto coperti dall’evento successivo, col quale quasi nessuno proverà a stabilire un nesso di causalità e di interrelazione.
Questo è il tratto caratteristico della cultura di massa dei nostri tempi: la giustapposizione al posto della concatenazione logica. I fatti e i processi sono accostati l‘uno all’altro senza alcun nesso di reciproca interdipendenza, come se la vita fosse un ripostiglio dove cacci alla rinfusa tutti gli oggetti che non sai dove diversamente mettere.
Un’alluvione devasta nuovamente zone già devastate in passato e puntualmente ricostruite nello stesso posto? Stesso stupore, stesse frasi di circostanza, stesse lacrime di coccodrillo. Si scopre che gli appalti delle grandi opere alimentano le associazioni mafiose e fanno lievitare i costi a livelli incomparabili con i paesi a noi vicini? Qualche mese di discussioni, di accuse, di leggi apparentemente draconiane e… niente cambia. la mafia continua a mangiare e a governare come e più di prima. Registri che nessuna delle promesse elettorali che ti hanno fatto per estorcerti il voto ha poi avuto seguito? Nessun problema, alle elezioni successive sei di nuovo pronto a farti prendere per il culo. Magari pensi che, questa volta, potresti essere tu il fortunato destinatario dei favori del politico a cui hai promesso il voto. Tanto potrai lamentartene negli anni successivi, fino al nuovo voto.
Guardi le varianti urbanistiche e ti viene il sospetto che tutto questo consumo di suolo serva a far lavorare i finanziatori della casta? Sei già pronto a rivendicarne una per te, quando e come ti tornerà utile. Copri di cemento tutto il copribile e ti indigni quando i grandi acquazzoni allagano cantine e case? Sei già pronto per una “ricostruzione” ancora più cementosa. Ti incazzi quando l’impiegato/a dietro allo sportello si fa i fatti suoi invece che servire te e quelli che sono in cosa? Nessun problema, probabilmente succede lo stesso quando dietro allo sportello ci sei tu. E tu, caro collega che ti lamenti della qualità e dell’impegno degli studenti, ti sei mai chiesto se non sei tu il modello?
Hai notato che troppa burocrazia favorisce l’arbitrio e la corruzione (troppe regole, nessuna regola)? Avanti con nuove leggi che regolamentano i regolamenti, tutto per non toccare mai l’unico tasto che potrebbe far cambiare le cose: la responsabilità personale. Vi risparmio il resto, cari lettori, lo conoscete benissimo.
Proprio perché non c’è più collegamento fra gli avvenimenti, i temi - proprio perché non si cercano più le cause e le conseguenze delle cose che succedono – viviamo in un presente eterno: se fai presente che c’è un prima un durante  e un dopo, magari cercando di dare profondità temporale ai temi all’attenzione, ti guardano come se fossi uno zombie, ritornato da un passato da incubo che prima si dimentica e meglio è. Così non si impara mai nulla, non di progetta niente, non si investe la cultura e le speranze in un percorso da costruire e realizzare per andare tutti insieme da un punto a un altro. Passiamo il tempo ad aspettare l’avvenimento successivo, in attesa che produca quei cambiamenti che, se verranno, aumenteranno la nostra frustrazione. Se non verranno nessuna paura: potremo buoni buoni attendere i successivi.
Mariano

PRIMO MAGGIO: COSA C’E’ DA FESTEGGIARE?

Mattina in piazza, pranzo fuori, pomeriggio a deplorare gli incidenti del mattino e il comportamento dei contendenti: Di lavoro e futuro neanche l’ombra.
L’Italia che (si) sfila
Anche quest'anno corteo del primo maggio. Quando siamo arrivati si erano già menati e gli spostamenti rapidi di poliziotti in tenuta antisommossa suscitavano più impressione e curiosità dei tanti cartelli e striscioni dei partecipanti.
Una mestizia e un magone che ti prendevano lo stomaco, la prima parte del corteo. Tanta rabbia e un pizzico di vitalità in più la seconda parte della sfilata. I due pezzi del serpentone (il primo più ridotto, il secondo assai ben frequentato) separati da servizi d’ordine e qualche filare di poliziotti. Ribadisco: una tristezza palpabile, il senso di qualcosa che è definitivamente finito, bisognerebbe solo prenderne atto. Più difficile dire esattamente che cosa è finito, ci provo.
E’ finito il lavoro come valore, come elemento capace di caratterizzare un’intera esistenza, vite, relazioni e ruolo sociale. Per tanti anni siamo stati ciò che facevamo, convinti che il nostro essere fosse diventato quello che era in virtù delle cose che avevamo combinato fin lì sul versante della nostra professione, quella che definiva anche il nostro ruolo nella società. Eravamo quello che facevamo, perfino nel privato e nel nostro tempo libero. Avere un buon lavoro – di quelli appaganti e di cui andare fieri - era normale; averne uno non tanto bello una questione di tempo: si trattava di una tappa transitoria in attesa di approdare finalmente all’appagamento professionale; non averlo una questione da sfigati e fannulloni. Fare e operare era una condizione che metteva a posto tutto e redimeva anche l’asociale più incallito. Pochi anni e tutto è cambiato.

GAROFANI ROSSI E RAGAZZI BIANCONERI

Perfino fra una partita della Juventus e un incontro con un vu' cumprà si può trovare la Resistenza…
25 aprile 1974
Strada centrale (pedonale) di Lisbona, 24 aprile di pomeriggio. Una folla che non si passa, parecchi giovani agghindati di bianconero, la gran parte palesemente arrivati lì per la partita serale Benfica-Juventus in mattinata e destinati a ripartire appena consumato l’evento sportivo. Consueto corollario di statue viventi, artisti di strada, venditori di ogni genere di cose inutili, insomma un simpatico clima da pomeriggio prefestivo.
Dovunque manifesti, striscioni, avvisi e  annunci delle manifestazioni della serata e del giorno dopo, 25 aprile. Foto in bianco e nero di soldati impreziosite da scritte (sono 40 anni! libertà…) e fiori: garofani rossi.
Già, quarant’anni fa il Portogallo usciva da una delle dittature più lunghe e feroci che la storia ricordi, quella cominciata con il colpo di stato del 1926  e conclusa nel 1974, il 25 aprile. Gran parte dei 46 anni di dittatura avevano visto Salazar (dal 1928 al 1970, anno della sua morte) gestire il potere in nome e per conto delle oligarchie della Chiesa, dei vertici dell’esercito e delle poche rendite economiche di rilievo.

BUONA PASQUA

Anche quest’anno è arrivata…
Rinascere?
Alberi  frondosi testimoniano il risveglio della natura, fanciulle in fiore esibiscono i doni di natura senza più tremare per il freddo, giovanotti foruncolosi cercano di tenere a bada ormoni grandi come pidocchi che viaggiano in ogni dove come schegge impazzite. Perfino i vecchi sembrano più giovani e badano ai nipoti con ritrovata energia e un pizzico di invidia verso i figli ancora nel pieno della vita eppure già così svaccati.
Nei comuni dove ci sono le elezioni è tutto un fervere di asfaltature e potature, negli altri ciccia. In compenso, sugli autobus affollati si ricomincia sentire quell’afrore di sudore mischiato a deodorante al pino silvestre, a volte combinato con l’aroma del chewing gum o della sigaretta elettronica al gusto cannella. E’ esplosa la primavera, miei cari.
Ci prende quella sonnolenza tipica della stagione e dobbiamo lottare perché l’indolenza non ci induca nell’errore di pensare che le ferie sono vicine. Attenti, miei cari, la natura si prende gioco di noi illudendoci, l’aveva già detto Leopardi e lui di disgrazie se ne intendeva!
La primavera si porta dietro i primi brividi dello studente che ha molte insufficienze: comincia a realizzare che potrebbe lasciarci le penne. La sua famiglia si accorge adesso che esiste la scuola, che il pargoletto l’ha frequentata, non si sa con quale profitto, per più di sei mesi, che gli insegnanti sono colpevoli perché ce l’hanno tutti con lui e che il loro bimbo ha i genitori migliori della Terra.
E’ tempo di rinascita, di risveglio, di cambiamento. E’ tempo di fare progetti e di rialzare la testa. C’è anche una bella festa (l’unica che mi piaccia davvero) che ricorda vicende di resurrezione, di perdono, di redenzione, di ritorno al mondo: Pasqua.
Quest’anno una Pasqua coi fiocchi, piena di ponti, entusiasmante, da farci mille progetti.
Questo per chi ha un lavoro. Per chi non ce l’ha e di ponti ne fa perciò anche troppi, chissà che la rinascita non arrivi davvero ad aiutare a cambiare le cose.
Tanti auguri.

LA FUITINA

Dell’Utri se la ride dal Libano… ancora una volta l’Italia è all’altezza dei proclami dei suoi governanti
Bye Bye Italy
Chissà come se la starà spassando Dell’Utri nel suo letto d’ospedale in Beirut, Libano… chissà quante risate si farà leggendo i giornali, le articolesse dei soloni a servizio, le dichiarazioni dei suoi colleghi politici, le complesse giustificazioni del Ministro dell’Interno Alfano, fino a qualche mese fa anche suo compagno di partito.
In fondo lui, siculo, ha fatto ciò che le coppie di fidanzati promessi fanno da secoli nella sua terra: la fuitina, per mettere i parenti e gli amici di fronte al “fatto compiuto”. Lei non è più immacolata, lui l’ha compromessa e vuole sposarla, dunque cosa c’è di meglio di un bel matrimonio riparatore? Le rispettive famiglie saranno obbligate ad acconsentire alle nozze e le mamme (che tutto sapevano in anticipo e che segretamente avevano istruito i due sul da farsi) belle felici a preparare le nozze e la casa di piccioncini.
Meno prosaicamente Dell’Utri ha fatto la stessa cosa: prima che gli altri decidessero per lui (leggasi la Cassazione) ha messo tutti davanti al fatto compiuto: un bel passaporto di Stato, potenti appoggi e denaro a volontà. Gli ingredienti per la fuga ci sono tutti, manca solo un paese compiacente e particolarmente attento alle problematiche di salute di coloro che dovrebbe espellere su richiesta dei governi amici. Arriva in albergo, viene fermato su richiesta del governo italiano, proditoriamente si ammala e viene ricoverato in ospedale.
Chi glielo dice ai Libanesi che era tutto pianificato, che suo fratello aveva con lui realizzato il piano e costruita la storia fin nei minimi dettagli, affinché non dovesse passare l’ultima parte della sua vita in galera, nientemeno che condannato per mafia? Chi glielo spiega che quel soggetto, insieme al suo amico e socio più caro, ha gestito per vent’anni questo paese (e ancora non è finita) lasciando le briciole agli ex-comunisti, perché lo lasciassero fare quasi senza obiezioni? Chi glielo dice che, se non stanno attenti, quello è capace di mettere in piedi lo stesso sistema anche in Libano. Un paese che, di guai, ne avrebbe già abbastanza…
Mi sa che Dell’Utri l’Italia non lo vedrà più; che resterà laggiù (o in un altro posto altrettanto blindato), o fino alla fine dei suoi giorni o soltanto il tempo necessario per trasformarsi in martire. Sufficientemente longevo da tornare un giorno in Italia acclamato esule, finalmente premiato per la fedeltà e l’attaccamento al suo paese. Verrà ricevuto dal Ministro dell’Interno del tempo in persona: Alfano, ancora lui. Ancora in attesa che qualcuno chieda seriamente le sue dimissioni.
Mariano

CLIENTELE E ORTAGGI

Quando pensi che i politicanti piccoli piccoli abbiano dato il meglio di se stessi… quello è il momento in cui si superano.
Mani moderate sugli orti urbani
Giusto ieri un amico caro passa dalle parti degli Orti Urbani Municipali e intravede un manipolo di carrozzieri (adulti, vestiti con tute marchiate) che chiedevano agli astanti dove potevano accomodarsi.
Strano, che dei carrozzieri in tuta frequentino orti in rigoglio primaverile e ortolani orgogliosi dei prodotti della terra. Evidentemente qualcuno li aveva invitati lì, ma chi? Per fare cosa?
Per quelli che non conoscono il posto: gli Orti Urbani sono una istituzione benemerita del Comune. Oltre agli appezzamenti, circa 400, nel complesso c’è un grande capanno costruito dal Comune che funge da ritrovo degli ortolani: a volte ci fanno delle feste e non sono rare grigliate e momenti di divertimento che dovrebbero servire a sfruttare il benessere della socializzazione. Non voglio farmi bello, dunque non vi dico chi era il sindaco quando essi vennero realizzati, sfruttando un’idea di un suo lontano e bravo predecessore, Franco Lorenzoni.
Come ogni istituzione pubblica che si rispetti, anche gli Orti Urbani hanno un Comitato di Gestione (eletto dagli ortolani stessi) e una Commissione comunale che gestisce le domande di concessione e tutto quanto attiene la partita amministrativa e tecnica. Solo che il presidente degli ortolani, Zuccarello e quello della commissione comunale Verduci hanno scambiato la carica col possesso: pensano che gli orti siano “cosa loro”, il capanno la sede delle loro attività, a metà fra la tavernetta di casa nostra (chi ce l’ha), la sede del proprio partito politico e il posto dove ricevi gli ospiti che tua moglie non vuole per casa.
Ecco cosa ci facevano i carrozzieri li: il presidente degli ortolani li accoglie, il Presidente della commissione comunale, pare, li ha invitati e li riceve. A sentire gli ortolani presenti, non sono nemmeno gli unici. Da quando un partito grugliaschese ha messo le mani sugli orti, sembrano essere diventati i padroni, millantando concessioni, interessamenti e poteri che hanno e non possono avere. Così il capanno è diventato sede di porchettate politiche, grigliate clientelari, assemblee e riunioni che nulla hanno a  che fare con l’istituzione e i suo beneficiari.
All’approssimarsi delle elezioni le iniziative si vanno moltiplicando e persino gli ortolani più scafati cominciano a manifestare una qualche insofferenza verso questo modo di fare. Forse si rendono confusamente conto che gli orti comunali sono la rappresentazione di questo paese e della sua dannazione: becchettato da tutte le parti da parassiti che ne impediscono lo sviluppo, con la silenziosa complicità dei più.
Ci toccherà fare un esposto ai Carabinieri e chiedere le dimissioni del presidente della commissione comunale, ma perché arrivare a questo punto?

Mariano

CAMBIARE PER FINTA

Ogni giorno un annuncio di qualcosa a cui il Governo sta lavorando, ogni giorno una promessa nuova e una nuova faccia della conservazione da abbattere e…
L’annunciazione continua
Molti anni fa – quando i mass media facevano ancora i loro lavoro e si interrogavano sul ruolo che deve avere l’informazione in una democrazia compiuta –, un mio parente lungimirante mi disse: “Se annunci castagnate tutte le domeniche d’autunno e inviti quanta più gente puoi, specialmente quella che sta così lontano che non verrà, ci saranno tante più persone che sentiranno i bruciori di stomaco anche se non hanno partecipato all’evento”. Aveva ragione, l’annuncio, il semplice annuncio, riesce da solo a suscitare risposte del corpo e della mente come se fossero davvero seguiti i fatti.
Siamo fatti così, pieni di sano realismo, disingannati quanto basta, disincantati e smaliziati, ma… sempre pronti a cascarci, a illuderci che davvero l’annuncio si è fatto sostanza, perfino quando l’evidenza ci afferma il contrario.
Questa è di nuovo una stagione un po’ così: la gran parte degli Italiani è davvero convinta che Renzi abbia abolito le Provincie (e i costi conseguenti), non ha voglia di dare retta a quelli che mettono in guardia dai costi e dai rischi di una riforma fatta a metà, giusto per poter dire di averla fatta: sono disfattisti, gente che non ha a cuore il paese e che cerca di mettere i bastoni fra le ruote dell’ultimo che ci sta provando a cambiare davvero. Lo stesso per la legge elettorale, la cosiddetta abolizione del Senato: chi obietta o avanza riserve viene subito tacciato come un conservatore accanito, di quelli che si sono resi responsabili di aver condotto il paese a questo punto. Insomma Cassandre che – come i fastidiosi “professori” – avanzano paure e dubbi per il gusto di rovinare il compito del premier e sminuirne la portata innovatrice.
Il fatto è che i critici in malafede effettivamente non mancano: una categoria per tutte, quella che accusa Renzi di non essere il prodotto di un’elezione (e Monti? e Letta?), oppure di aver fatto un accordo con Berlusconi (e voi, cari PDini, non ci avete fatto dei governi insieme, non avete evitato il conflitto di interesse eccetera?). Stanno quasi tutti nello stesso partito che Renzi ha scalato così bene, avviandone anche una mutazione genetica dalla celerità sorprendente.
Il fatto che essi esistano non può, però, azzerare la critica e l'analisi delle cose che il governo sta dicendo (più che facendo): la legge elettorale è una cagata, forse peggiore del Porcellum: taglia fuori troppi elettori dalla rappresentanza e non garantisce la governabilità, visto che i governi cadono per le dinamiche dei grandi partiti, non per i ricatti dei piccoli, come vorrebbero far credere. Letta è caduto per i ricatti dei piccoli o per gli esiti di una battaglia politica di Renzi contro di lui?
L’abolizione del Senato è una non-riforma, che infatti lascia spazio alle critiche ed alle manovre di chi utilizza la battaglia contro la proposta Renzi per regolare i conti con lui. perfino un disperato Berlusconi comincia a prendere le distanze, avendo capito che non saranno prese misure di salvaguardia nei suoi confronti e che a stare appiattito su Renzi potrebbe finire in un angolo da cui non uscirebbe più. Sui rinnovi dei Consigli di Amministrazione degli Enti e della aziende di Stato, sembra che le procedure (e quindi gli esiti) non siano diverse da quelle dei suoi predecessori, sulla politica estera eccetera.
Il tempo passato è ancora troppo poco, attendiamo fiduciosi di conoscere le misure economiche e come il governo troverà i soldi per soddisfare la promessa degli 80 €; soprattutto attendiamo che il governo faccia conoscere le sue priorità, visto che non può fare tutto contemporaneamente quello che Renzi ha promesso e sta promettendo in giro. Una tempistica più definita aiuterebbe a trasformare “sparate” in “promesse” e queste in “impegni” precisi e finanziati.
Questa sarebbe la riforma più importante, sarebbe anche un grande segnale ai fantomatici “investitori stranieri”, talmente evocati in questi anni di declino come “nemici dell’Italia” da risultare credibili come il babau:
“L’Italia sta cambiando – sarebbe come dire – ad annunci seguono misure, a queste finanziamenti, infine verifiche sull’efficacia dei provvedimenti assunti”.
Finirebbe così quella pioggia di annunci, di lanci giornalistici, di precisazioni e puntualizzazioni, di smentite e di nuovi annunci. Tutti destinati ad aumentare la confusione e quel senso di panico che inevitabilmente pervade chi sta su una nave che sembra sempre sul punto di affondare.
Perché arriva il giorno in cui alla castagnata ci vengono tutti quelli che hai invitato. Allora sono guai, quando scoprono che di castagne non ce ne sono più perché se le sono già mangiate tutte quelli che erano lì per creare e documentare l’evento.
Mariano 

SHOPVILLE LE GRU: L’ESPOSTO FA NOTIZIA

Quattro mesi fa ho presentato un esposto alla Corte dei Conti su una questione scandalosa. Oggi La Stampa di Torino se ne è occupata, rompendo il silenzio…
Esseri incapaci e soldi che sfumano
Era l’ 11 novembre dell’anno passato quando mi risolsi a rivolgermi alla Corte dei Conti per segnalare una vicenda scandalosa dai risvolti economici ancora più scandalosi (leggi l’esposto). Oggi La Stampa se ne è occupata con un articolo di P. Romano, il corrispondente locale (leggi l’articolo). All’interno della Shopville Le Gru – uno dei pochi grandi centri commerciali che ancora funzionano per afflusso e per varietà di negozi e proposte – il Comune di Grugliasco dispone, fin dal 2002, di uno spazio di 1.800 mq, mai utilizzato e mai concesso a qualcuno perché lo facesse, magari in cambio di un congruo canone che desse sollievo alle case comunali e impedisse il solito salasso dei cittadini contribuenti.
Ricordiamo che il Comune divenne proprietario di quegli immobili giusto in occasione della conclusione della lunga controversia legale (leggi) collegata alla costruzione del Centro e alle mazzette allora pagate agli amministratori, locali e non (leggi). Per evitare ulteriori oneri, lo spazio in questione era allora al grezzo e lo è tutt’ora.

FACCE DA MURO

Tempo di elezioni: sui muri, pannelli pubblicitari con facce sconosciute in pose improbabili. Col contorno di simboli svuotati e parole senza alcun nesso con la realtà…
La vanità dell’esserci
Da qualche settimana i tabelloni elettorali sono di nuovo pieni di faccioni anonimi e improbabili, in qualche caso ritoccati con photoshop fino a renderli così diversi dagli originali, da suscitare l’ilarità dei conoscenti e le dichiarazioni dei parenti: “Io quel mostro non lo voto neanche se mi implora!" Sembra la brutta copia di un tronista in disarmo…
In qualche posto c’era stata l’anticipazione delle primarie del PD, una specie di sagra paesana per pochi intimi. Oramai è di moda disertarle perché il bluff è talmente scoperto che nemmeno il post-comunista più sfegatato riesce a farsele andare bene. Allora si fa la gara a chi ha il manifesto più vanitosamente osceno e a chi porta più clientele a esprimere un voto. E’ la riprova che gli ex-comunisti riescono davvero a guastare qualunque cosa tocchino; non c’è bisogno di accusarli d’altro, basta questo a renderli indigesti e a sollecitare una presa di distanza energica. Infatti, chi va con loro, finisce per diventare come loro, anche peggio alle volte.
Dunque, finite le primarie, adesso si passa alle elezioni vere. In almeno tre casi (regionali ed europee, ma anche le liste alle comunali, dove si vota) offrono all’elettore l’oramai rara possibilità di esprimere il voto di preferenza a uno o più candidati. Eccoti scatenati i candidati, la fiera delle vanità si accede delle luci migliori: gente della stessa corrente dello stesso partito si scambia  in segreto nominativi di grafici valenti che “fanno miracoli”, rendendo bello anche il più cesso, trasformano uno sguardo vacuo in una espressione sognante e pensosa, capace di evocare facoltà e competenze che quel candidato nemmeno sapeva di possedere.
Candidati tremebondi percorrono le tipografie, alla ricerca del preventivo migliore e della grafica più accattivante… poi via! Tutti a tappezzare muri e tabelloni con mezzibusti in infinite interpretazioni tutte uguali, a volte condite da slogan scopiazzati in giro, altre nemmeno quelli: ad esempio il candidato di SEL alle primarie di Collegno ha copiato il titolo di un libro che parla della vicina Grugliasco - spudorato e insolente che non è altro – forse per evitarsi la fatica di elaborarne uno suo. Trombatissimo (è arrivato ultimo), però gli hanno fatto tutti i complimenti.
I tabelloni elettorali saranno disponibili solamente quattro settimane prima delle elezioni, dunque adesso gli “anticipatori” si pagano le spese di affissione e utilizzano gli spazi della pubblicità commerciale. Hanno ragione, sono anche loro prodotti da vendere, in molti casi patacche che riveleranno la propria fragilità rompendosi il giorno dopo le elezioni in tante piccole schegge inutili pronte per diventare rifiuti da smaltire. Ovviamente a carico della collettività, quella stessa che guarda distrattamente tutta questa esposizione di facce, lasciando intendere che non gliene importa nulla e che stavolta…

Niente paura, facce da muro: torneranno disciplinati a votarvi, ben sapendo di che pasta siete fatti, non appena avrete sollecitato la loro cupidigia – o semplicemente il loro bisogno -  con qualche promessa clientelare. Sanno bene che non le manterrete, ma vi voteranno lo stesso, non si sa mai.
Avranno a disposizione i prossimi cinque anni per lamentarsi della "brutta politica che distrugge l’Italia e toglie la speranza  ai nostri giovani!"

Parola di ex-faccia da muro.

Mariano

LA CIRCONCISIONE D’INCAPACE

Gli svarioni linguistici quasi sempre nascondono una certa confusione logica e cognitiva. Che sia per quello che li mandiamo in Parlamento?
La politica del prepuzio
Grandi ironie sul deputato grillino Davide Tripiedi (nomen omen?) che comincia il suo intervento alla Camera, forse soprappensiero, con un goliardico “Sarò breve e circonciso”, detto e sentito mille volte, solo in contesti più informali. Non sfugge nemmeno al Tripiedi che, se esordisse nello stesso modo a un colloquio di lavoro, con ogni probabilità resterebbe disoccupato a vita (a meno che Grillo non tolga il vincolo dei due mandati in Parlamento).
Il presidente di turno, Simone Baldelli (FI) lo riprende segnalandogli l’errore e dicendogli che il termine giusto è “coinciso”. Anche lui ha sbagliato, la parole giusta è “conciso”, ma fa lo stesso, siamo in Parlamento, mica all’Accademia della Crusca! Di cosa parlassero, di quali problemi si stessero occupando e con quali posizioni, quale costrutto, poco importa; ciò che è restato è questo scambio di minchiate, questo rincorrere la propria ignoranza rigirandovisi dentro con la goduria di un porco nella mota.

LA SCOSSA

Premiare il merito, chi ha competenze: tutti lo dicono. Ma come sceglierà Renzi i 600 manager pubblici e come scelgono i partiti in giro per l’Italia? Un esempio di questi giorni
Gli eletti e i nominati
Strano paese, il nostro. Dove gli eletti (nelle rare competizioni elettorali in cui agli elettori viene ancora riconosciuto il privilegio di scegliere i propri rappresentanti) sono convinti di non dover rendere mai conto di quello che fanno, delle decisioni che prendono, come se fossero giocatori che hanno vinto il piatto dove banchettano e non invece rappresentanti della collettività che debbono scegliere, decidere e spiegare le ragioni di una scelta piuttosto che dell’altra. A chiunque osi criticare o mettere in dubbio la scelta rispondono, con l’arroganza che maschera l’ignoranza, che “i cittadini li hanno premiati col voto, dunque hanno ragione… e basta!”. Infallibili, dunque, perfino più del papa; per questo pericolosissimi, per le scelte che fanno, ma ancora di più per l’idea di democrazia di cui sono paladini, la stessa che aprì le porte al fascismo.
Con le liste bloccate e gli sbarramenti a mille, Renzi e complici stanno risolvendo il problema, sbattendo fuori dalla rappresentanza così tanti elettori – rendendo vano il loro voto con soglie erette in nome della governabilità - che i sopravvissuti potranno continuare in quest’opera di raffinazione del consenso, fino a rendere inutili le elezioni.
Paradossalmente i guasti principali della politica non sono neppure questi, i danni più grossi li fanno i nominati: gente sovente senza arte né parte che si trova catapultata ai vertici di banche...

FLAT GENERATIONS

Il mondo ha perso una dimensione, la profondità. Le generazioni si incontrano, si scontrano, si confondono e di scambiano. E noi?
Il paradigma del blues
Professore, ascolti questo! Una vera figata, è appena uscito. Nuovo nuovissimo, riprende il blues elettrico delle origini, ma in modo infinitamente più moderno e attuale…”, mi dice uno studente di quinta a cui piace la musica e che sa della mia passione per il blues. Lo interrompo per sapere di chi sta parlando, e, mentre mi sporge un auricolare per farmi ascoltare la sua scoperta musicale, riprende:
E’ un americano, bravissimo, si chiama Seasick Steve, ascolti anche lei! Sono sicuro che le piacerà”. Adesso, con l’auricolare in condivisione, ho capito e sto per dargli una delusione. Cerco di mitigare il colpo e con aria partecipe gli faccio: “Seasick Steve ha 73 anni, suona da una vita e ha calcato le scene con i principali gruppi rock e blues, quelli della mia generazione. Hai presente i Led Zeppelin? Ha suonato anche con loro, ma solo adesso è diventato famoso…”.
Pensavo di sconvolgerlo, invece niente, non batte ciglio a sentire l’età del vegliardo con la chitarra elettrica in mano. Per lui è normale va bene così, riesce ad appassionarsi a quel suo potenziale nonno americano come se fosse un coetaneo particolarmente dotato in fatto di tecnica chitarristica e anima nera da bluesman. Manifesto apprezzamento per i suoi gusti, gli consiglio di ascoltare la buonanima di Costello – non Elvis, Sean: un fenomeno –, ma non riesco a non dirgli:
Possibile che a voi giovani piacciano solo i vecchi? Gruppi, artisti e altro? Non ce li avete i vostri, quelli delle vostra generazione? Perché dovete ricorrere ai nostri?”.
Sguardo attonito – al prof si è fuso il cervello – e rapida retromarcia da parte mia. Siamo noi vecchi che associamo musica, usi e costumi, alle generazioni che passano, ognuno i suoi. Da almeno vent’anni le generazioni si sono appiattite: gli adulti hanno preso a vestirsi come i ragazzini e quest’ultimi a mutuare dai genitori mode, comportamenti, gusti musicali e stili di vita come se fossero i loro, come se non servisse più scandire il passare del tempo con simboli delle fasi della vita e delle generazioni che scorrono.
Adulti sempre più vecchi fanno la vita dei ragazzini, solo con più soldi, si tatuano in ogni dove, assumono linguaggi e pose dalle generazioni venute dopo. Queste ascoltano i Pink Floyd e le infinite riedizioni di plastica delle mode musicali degli anni ‘70 e 80, le ultime ad aver prodotto innovazione, trasgressione, identificazione fra musica e speranze di cambiamento o disperazioni da fallimento.
Le generazioni si appiattiscono fino a perdere la dimensione della profondità – sono diventate flat -nello stesso modo in cui passato e futuro sono diventati fastidiose appendici del presente. A che serve occuparsi del domani se tutto si svolge in un eterno oggi? Nel quale, se ci accorgiamo di invecchiare (dunque di cambiare), andiamo alla ricerca del camuffo, del trucco per fare in modo che non si veda…
Siamo diventati tutti uguali, vecchi e  giovani, chissà se è un bene o un male. Forse è l’effetto del blues, la musica del diavolo. Ma quel mio studente, che bei gusti che ha!
Mariano

UNA PIAZZA COL PIED-A-TERRE

Non è una storia locale, è una delle tante storia di questo paese: sprechi, abusi, incapacità e malafede. Nel silenzio assordante dei mass media. 
I danni delle clientele
I giornalisti lottano alla pari i politici per occupare il fondo della classifica della fiducia degli Italiani. Molti se lo meritano. Nella mia città, per esempio, comincia a circolare un sospetto e  qualche battuta di troppo intorno a un’opera eterna incompiuta e alla paralisi che sembra aver colto tutti i lavori nell’area centrale, insieme all’afasia sul tema dei giornalisti solitamente ben introdotti. Allora, proviamo a raccontarla noi.
Qualche anno fa, diciamo tre, il faccendiere di fiducia del sindaco di allora – quello di adesso era già lì, ma in posizione defilata, si occupava delle Serre - provò il colpo grosso: “Perché non facciamo un progetto generale di sistemazione del centro cittadino, magari con una bella gara dove ci mettiamo dentro il rifacimento di una scuola media, il parcheggio per gli acquirenti delle case appena costruite, la sostituzione del palazzo comunale con un bel condominio e, sotto la piazza, un bel parcheggio di due piani? Adesso sarà di servizio al Comune e e agli acquirenti che vorranno acquisire un box, domani diventerà il parcheggio del nuovo condominio.
Già che ci siamo, proponiamo una bella variante alla Casa di Riposo, così se ne vanno in periferia con i loro vecchie  e ci facciamo qualche altra casa, naturalmente per riqualificare il centro cittadino”. Detto, fatto!

Una bella variante valorizza lo spostamento della casa di riposo in una terra di confine fra l’area industriale di Rivoli e le ultime propaggini della nostra città (leggi). Un bell’incarico all’architetto “amico” produce lo studio di fattibilità (€ 27.000 circa di parcella) del municipio nel parco (leggi), progetto immediatamente abiurato – dopo averlo pagato - viste le levate di scudi di mezza città, perfino di alcuni seguaci del PD e dell’officiante del tempo. Intanto il resto del disegno va avanti. Fanno una gara che però va deserta, già questo avrebbe dovuto allertare gli amministratori e i loro controllori:; ma loro, niente, si va avanti lo stesso, sappiamo noi come fare e chi aggiudicare!

Per quanto riguarda la piazza centrale, che nel progetto avrebbe dovuto essere tutta pedonale (leggi), taglio degli alberi (fanno disordine e tolgono posti alle auto) e realizzazione di una rampa che tutti debbono obbligatoriamente percorrere se passano di lì. La piazza superiore viene “lavorata” a piazza pedonale con pietra e disegni artistici. Per sei mesi ci siamo chiesti perché mancasse l’arredo, poi abbiamo capito: volevano trasformarla in un parcheggio, cosa che hanno puntualmente fatto. Ma allora, perché non asfaltare, destinando diversamente i soldi spesi invano per la pavimentazione?
Sotto alla piazza “bella”, ci sono i box di un condominio di recente costruzione. Il portone da direttamente sulla curva della rampa percorsa dal traffico da e per la piazza: tutto regolare? La piazza “bella” è collegata con l’altra, davanti al palazzo comunale e più grande, da una passerella che scavalca la strada interrata e da una grata in acciaio che circonda tutta la rampa.

Sotto la piazza grande, ora ancora parcheggio a rotazione, sono stati previsti due piani di parcheggio pubblico e privato. Ce ne siamo già occupati (leggi), ma non è successo niente, tutto fermo. Lo stato della scuola è quello di mesi fa (leggi il programma), per un po’ i lavori sono andati avanti a rilento e adesso sembra tutto fermo. Gli allievi, spostati a quasi due chilometri di distanza con la promessa di un celere ritorno, vanno già alle superiori e anche i loro fratelli minori disperano di metterci piede prima dell’età adulta.

Sembra che abbiano finito i soldi e che stiano ripensando al progetto, come se fosse roba loro e non cosa pubblica, contenuta in un contratto con il soggetto che deve realizzare le opere e che ha regolarmente formulato una sua offerta, se la è vista accettare e che adesso deve adempiere a tutte le parti del contratto che ne è disceso. Sono abituati così, alle varianti continue, ai ripensamenti, ai pasticci. E dire che il sindaco è addirittura presidente dell'associazione che raggruppa gli amministratori pubblici che hanno a cuore la legalità...

Giusto per dare qualche numero e qualche data, i lavori della piazza era previsto che costassero € 2.131.816,05 oltre IVA; quelli della scuola € 2.823.226,71 oltre IVA. La conclusione di tutti i lavori (parcheggio a due piani compreso) era prevista per il mese di febbraio 2014. Se qualcuno pensasse che si esagera nelle critiche, negli allarmi e nei cattivi pensieri, si faccia un giro. Anzi, ci porti anche gli elettori di questi incapaci. 

Ironia della sorte: la scuola disfatta si chiama Europa Unita: deve essere in onore delle procedure e delle tempistiche davvero europee adottate per trasformarla in un disastro. La piazza è intitolata a Matteotti, si commenta da sé.
La questione comunque è davvero esplosiva e ne sentirete parlare a lungo. Parola di scout!

Mariano

SCUOLA: TORNA DI MODA?

Insegnanti o "mentori"? Tuttologi o iperspecializzati? Affettuosi o distaccati? Il destino della scuola pubblica statale davvero interessa di nuovo? Per farne cosa?
Renzi’s education act
Al giovanotto fattosi premier si possono imputare parecchie mancanze, non quella di non aver segnalato la centralità del sistema scolastico, universitario e formativo in genere. La sua insistenza sull’importanza della scuola e sulla necessità di qualificarla e valorizzarla ha acceso qualche speranza in noi, insegnanti un po’ frustrati da anni di incuria, riforme solo per tagliare i costi, difficoltà di comunicazione con famiglie che hanno abdicato al ruolo genitoriale per divenire sindacaliste dei figli, in questo in linea con l’andazzo prevalente (la colpa è sempre degli altri).
L’età e le esperienze hanno reso molti di noi piuttosto scettici, ma già solo il fatto di parlare di scuola in epoche diverse dall’inizio delle lezioni e dalla pubblicazione dei tabelloni con gli esiti della Maturità ha sollevato apprezzamenti e qualche speranza.
Renzi, in realtà, ha centrato l’attenzione sull’edilizia scolastica, questione davvero non più rimandabile dato lo stato delle nostre scuole, perché la vede come un’occasione – oltre che per rendere confortevoli e accoglienti gli ambienti in cui i nostri ragazzi passano molto del loro tempo di vita – per rilanciare l’edilizia, in particolare quella manutentiva e ricostruttiva. Un tessuto di piccole e piccolissime imprese artigianali che oggi sono del tutto ferme a fronte della crisi che ha investito quel settore forse perfino più drammaticamente che altri. E fa bene…
Dentro la scuola ci sono gli allievi, gli insegnanti, il personale d’ordine e quello amministrativo: Dentro la scuola ci sono le attività, quelle che si fanno perché parte dei programmi ministeriali, quelle che si facevano e che non si fanno quasi più per via dei taglie ripetuti e indiscriminati a tutto e a tutti. Dentro la scuola c’è un bisogno drammatico di aria nuova, di diversa articolazione dei cicli, di sperimentare forme nuove della scansione del tempo e delle materie, di ripensare al ruolo degli insegnanti, dei laboratori, della tecnologia, della ricerca e della sperimentazione.
E poi c’è da ridisegnare le coordinate di un rapporto con le famiglie degli allievi, di immaginare un coinvolgimento che non sia solo la critica dell’operato dei docenti e la difesa a oltranza dei giovanotti e delle signorine. C’è bisogno di ridefinire il senso di termini quali “serietà”, “rispetto”, “educazione”, “profitto”, “collaborazione”… poi di metterli in pratica per fermare la cafonizzazione inconsapevole di cui sono vittima le giovani generazioni.
I nostri allievi si sono abituati a venire a scuola quando vogliono, a studiare occasionalmente,a  stare attenti solo con chi rispettano, a cercare maestri invece che docenti, a provare il coup de théatre per risolvere a loro favore le situazioni in cui vengono inchiodati alle loro responsabilità. Questo a fronte  di docenti che non sempre amano il loro lavoro e che viaggiano perciò convinti di meritare molto di più di quello che hanno, in termini di salario e di considerazione sociale, salvo sospettare che una verifica più attenta potrebbe riservare loro brutte sorprese. E poi la qualità dell’insegnamento, la qualità della prestazione, la qualità delle strumentazioni, il valore dei laboratori, del lavoro in gruppo, del progetto e del processo…. Insomma, un casino; fecondo, ma un bel groviglio.
Tutti avrebbero bisogno di vivere in ambienti confortevoli, di avere la scuola aperta tutto il giorno per imparare, incontrarsi, studiare, fare i compiti, attività sportiva e culturale, per suonare uno strumento, per fare quello che serve in una società disgregata e profondamente diseguale. Con insegnanti capaci di accogliere, di orientare, di insegnare loro quel famoso metodo di studio e di lavoro senza il quale da internet puoi proprio solo scopiazzare.
Di questo e di molto altro sarebbe bello che il Governo si occupasse. Basta poco, non è vero che occorrono grandi risorse, ma quel poco passa attraverso l’ascolto della voce che viene dalla scuola italiana, dalle sue punte di eccellenza e dalle sue zone più critiche. Ma perché nessun Governo riesce a capire che deve fare come i Francesi qualche anno fa, quando hanno messo in campo la riforma della loro scuola? Hanno deciso che per sei mesi tutto quel mondo avrebbe discusso (on line e con focus live) delle linee-guida proposte dal governo, sotto la direzione e il coordinamento di gruppi di docenti appositamente formati. Poi si sono tirate le somme e le linee-guida riscritte alla luce delle tantissime osservazioni e  critiche ricevute. Infine il Parlamento ha fatto la riforma.
Come ben sanno i nostri studenti, se non hai idee originali, puoi sempre copiare. Basta farlo in modo intelligente e indicando sempre le fonti!

Mariano

ITALIAN CHICKEN

Prendi una scatola vuota, al massimo piena di banalità già dette e sentite troppe volte. Le dai un nome inglese, incisivo e da pronunciare come una frustata, così ottieni…
La stupefazione del pollo
Da quando Renzi ha cominciato la scalata, prima al PD e poi al governo, risuona come un mantra questo benedetto Jobs Act. Tutti ne parlano, pochi conoscono i titoli che lo compongono, nessuno che ne abbia compreso la novità. Solo che si chiama in inglese e richiama il nome – Act - che nei paesi anglosassoni si da alle leggi: Indipendence Act (l’India di Gandhi), le Constitutions Act in Canada e così via. Dunque un Act non è una qualunque cazzabubola, una variante di un analgesico. E’ una cosa davvero molto importante, destinata (proprio come le leggi “storiche”) a cambiare una volta per tutte questo paese e a risollevarlo dalla disperazione in cui è piombato.
Invece quello di Renzi è un documento che riassume in bella copia le innumerevoli ricette che nel tempo gli economisti e i politici hanno maturato, senza che ne abbiano messa in pratica neanche una: riduzione del cuneo fiscale...

L’ATTIVO, IL PASSIVO E IL DEPONENTE

Chi costruisce, chi smonta, chi critica, chi subisce, chi si lamenta…
La meschinità
Disastro nazionale, disastri locali. Dappertutto sono di più le cose che non vanno e quelle che funzionano mostrano vistosi segni di sofferenza: abbiamo tutti la tendenza a dare la colpa agli altri e al destino cinico e baro, ma sono spesso i comportamenti e i sentimenti delle singole persone a segnare lo stato generale. C’è chi lavora e si impegna a migliorare per tutti (attivo), chi se ne sbatte e si fa i fatti suoi (passivo)… e chi cerca di distruggere il lavoro dei primi, mettendoci tutta la forza che ha e tutta l’intelligenza che possiede (deponenti, finti passivi, in realtà molto ma molto attivi).
Situazione tipica in un ambiente di lavoro: l’attivo – alle volte pure un po’ rompicoglioni e non sempre distinguibile dall’arrivista – sfrutta il suo ruolo per migliorare le prestazioni, per soccorrere i colleghi, per realizzare qualcosa di buono che segni un passo avanti di tutta la struttura di cui fa parte.

Si realizza se vede che i suoi sforzi producono qualche risultato, cerca spesso l’approvazione degli altri e si mette volentieri a disposizione per poi arrabbiarsi se si accorge che ci si approfitta della sua disponibilità. L’attivo produce miglioramenti e, di solito, è generatore di ottimismo e di buone relazioni fra i colleghi. A lungo stufa, ma lo si sopporta perché è lungimirante. Siccome sa guardare avanti, vede prima degli altri i muri contro cui potrebbero andare a sbattere e prova a costruire le condizioni per evitarli, tutti insieme.
L’attivo sa che i passivi fanno zavorra e cercano di trascinare lui e gli altri nel vortice del menefreghismo: “Non sono fatti nostri”, “Non sono mica pagato per questo, preferisco occuparmi delle mie cose”, “Se mi metto a fare di più, dopo lo pretenderanno e io… non sono mica scemo”. Però se ne sbatte, considera questo atteggiamento come uno degli ostacoli che vuole contribuire a superare. Il passivo ha una discreta conoscenza dei suoi diritti, che cerca di far rispettare con uno scrupolo che gli impegna una bella fetta del tempo di lavoro, per i doveri si guarda a quelli degli altri; pensa a quelli che fanno volontariato come  marziani, pure un po’ tocchi; allo scoccare dell’ora di uscita scatta in piedi e fugge, a volte senza neppure salutare i colleghi, a meno che non l’abbia già fatto prima dell’ora fatidica, magari lamentandosi del tempo di lavoro che non passa mai e di come la vita si consumi in attività inutili e nocive per la salute. Il passivo svolge sempre una mansione inferiore a quella a cui avrebbe diritto e merito: se ne lamenta discretamente e giustifica così una certa passività anche nella prestazione lavorativa.
I passivi sono massa apparentemente ferma, ma in realtà in continuo movimento, seguono l’aria, cercano di interpretare il tempo, la convenienza e l’opportunità. Sono rivoluzionari se la rivoluzione la fanno gli altri e loro ci si mettono solo un momento prima della vittoria. Sono conservatori perché temono sempre di perdere quello che hanno, forse perché in cuor loro sanno di non meritarselo del tutto. Sono bianchi e sono neri, normalmente sono di grandi principi e si abbandonano volentieri a considerazioni sulle ingiustizie del mondo, fanno nazionali di calcio e discettano di scenari politici fantasmagorici. Sovente sono vittime dei deponenti.
Loro, i deponenti, sono la gente più schifosa: si interessano delle cose, si danno da fare, alimentano speranze e cercano di costruire di sé l’idea di essere davvero partecipi dei processi collettivi, disponibili al mondo e pronti a mettere a disposizione la loro energie e competenze. Solo che tutto questo è falso, come loro: le energie le dedicano a cercare di distruggere e smontare quello che fanno gli altri; perfino quando ne ricavano anche loro un danno, non demordono lo stesso. Se un collega è in pericolo, lo incoraggiano a perseverare per poi parlarne come di un mentecatto una volta che il danno è fatto. Guardano gli attivi darsi da fare cercando (e spesso trovando) i punti deboli, quelli che diventeranno le leve della attività di smontaggio dei risultati. Godono nel vedere i fallimenti altrui perfino quando non alimentano loro successi. Che cosa li spinge? L’invidia? La pochezza delle loro persone? La cultura? La natura?
Non sono note le ragioni di questo comportamento, quello che si vede bene in ogni angolo del nostro paese, è che i deponenti hanno da tempo preso il sopravvento. Distruggono ciò che gli attivi mettono faticosamente in campo, manovrano molto bene i passivi (che non vedono l’ora) e ci aiutano a determinare le condizioni per cui affermare che “Viviamo proprio in un paese di merda”. Naturalmente per colpa degli altri.
Mariano

L’UMIDO DA ESPORTAZIONE

Ogni giorno dall’ovest del Piemonte partono alla volta del Veneto almeno 5 TIR carichi della frazione umida dei rifiuti urbani. L’impianto di trattamento c’è, è anche bello caro, ma…
Punto Ambiente e le aziende "di famiglia"
Uno degli impianti per il trattamento dei rifiuti umidi provenienti dalla raccolta differenziata del CIDIU - se ne occupa per conto di ben 17 comuni a Ovest di Torino, per un totale di circa 260.000 abitanti serviti, l’11% circa della Provincia di Torino – ha segnato un record che in tanti stanno cercando di smontare: quello dell’impianto più costoso e inefficiente di sempre.
Venne realizzato nel Comune di Druento negli anni fra il 2002 e il 2005 a partire da una gara di evidenza pubblica quantomeno chiacchierata e abbastanza indagata che portò alla creazione della solita società mista pubblico- privata (il pubblico mette i soldi, il provato finge di investire in cambio di un mercato garantito…). Me ne occupai anche io nel 2004, presentando un esposto proprio sulla correttezza del bando che aveva portato alla scelta dei partner e del sito.. Nome della nuova società (e quindi dell’impianto): Punto Ambiente.

CONTI E CORTI

Lungo via Roma, un lunedì mattina. Con in mano un plico e qualche pensiero che ronza…
Rendere conto
Oltre vent’anni fa una batteria di leggi di riforma riduceva ai minimi termini il sistema dei controlli sull’operato delle Pubbliche Amministrazioni. Aboliti i Co.Re.Co. (Comitati regionali di Controllo) e tutto l’insieme dei sistemi che rendevano farraginosa e lenta l’attività amministrativa. L’abolizione dei controlli accompagnava la riforma della politica locale e nazionale con la legge sull’elezione diretta dei sindaci, il Mattarellum con i collegi uninominali e con l’introduzione delle Bassanini, che sancivano la separazione fra struttura burocratica e direzione politica.
L’affermazione del principio di responsabilità personale – il politico ci metteva la faccia e gli elettori sceglievano la persona, non solo il partito, sia nel governo della loro città, sia nella rappresentanza in Parlamento – sembrava rendere inutile qualunque forma di controllo burocratico, tanto che perfino il segretario generale del Comune (emanazione delle Prefetture, cioè del Ministero dell’Interno e perciò indipendente dal potere politico locale) venne subordinato al gradimento del sindaco eletto. Insomma, in nome di uno snellimento del sistema di governo, del quadro di regole necessarie al funzionamento della macchina amministrativa, della celerità delle realizzazioni e poi anche della stabilità politica, il ridisegno del sistema politico e amministrativo sembrava dare soddisfazione alle rivendicazioni dei cittadini più attenti alla crisi che la politica stava attraversando nell’era di Tangentopoli.
Il paese non poteva più permettersi livelli di inefficienza scandalosi e una corruzione così pervasiva che sembrava strozzare il sistema economico e accompagnarlo lungo una china che preludeva alla crisi vera e propria.
Dunque sveltire… dare stabilità politica facendo scegliere il sindaco e il deputato direttamente ai cittadini, basta con le pastoie della brutta politica, basta con l’opacità nell’individuazione delle responsabilità. Finalmente la nuova era - modellata sulle democrazie anglosassoni, mai così tanto ammirate – avrebbe ridato al nostro paese quello smalto e quella capacità di movimento che la decadenza della prima repubblica gli aveva tolto (a chi avesse voglia di approfondire , consiglio “Oltre gli scandali: la zona grigia nelle pubbliche amministrazioni” in “L’amministrazione della giustizia nel distretto di Torino” di Barbuto, Caselli, Maddalena, Turigliatto).
Soprattutto nelle amministrazioni locali, le leggi di vent’anni fa hanno effettivamente prodotto stabilità e migliore qualità dell’amministrazione nel suo complesso:, il sacrificio è consistito nell’abbassamento della qualità della democrazia e della partecipazione, nella trasformazione delle organizzazioni politiche in comitati di eletti o di aspiranti tali. Forse il sacrificio è stato eccessivo, forse no: difficile oggi attribuire a questo salto la crisi strutturale delle organizzazioni politiche, forse più sconvolta dalla mancanza di vera intelligenza politica che dalle trasformazioni degli ordinamenti di allora.
Quello che non ha davvero funzionato è il resto: gli apparati pubblici sono diventati ancora più dipendenti dalla politica, con dirigenti le cui carriere dipendono dal gradimento degli amministratori eletti, esternalizzazioni di funzioni e servizi importanti e perdita della centralità della struttura comunale, provinciale… nel governo dei processi che interessano il territorio, moltiplicazione esponenziale dei costi e delle procedure, fino alla paralisi generata dall’avvitamento burocratico.
La struttura politica dei paesi anglosassoni si basa sul principio per cui chi decide deve anche “rendere conto” delle ragioni della scelta, così che chiunque possa ripercorrerne le tappe e comprenderne le motivazioni. Da noi sindaci, capi e capetti motivano le loro decisioni con l’investitura popolare, rendendo opache pratiche che meriterebbero ben altra chiarezza e distruggendo risorse pubbliche in quantità affidando municipalizzate e partecipate e imbecilli che stanno nel partito giusto, nella corrente giusta e al momento giusto. Dei guasti che questi ignoti personaggi producono nessuno chiede mai conto a chi li ha nominati…
Senza tornare ai rigori del passato e senza trasformare anche questa necessità  nell’ennesimo mostro burocratico, credo proprio che i controlli ci debbano essere. Credo che debba esistere un organo che, svincolato dalle contingenza politiche e possibilmente più attento a “stare sul pezzo” che a “stare sulla prima pagina”, prende in mano i conti, analizza gli effetti delle decisioni della politica, rivendica regole quando non ce ne sono. Specialmente quando si tratta di danaro pubblico speso a piene mani da strutture politiche deresponsabilizzate.
A questo pensavo mentre lunedì portavo felice alla Corte dei Conti di Torino la documentazione che mi ha richiesto. Si riferisce alla gestione del Gruppo regionale di cui ero presidente negli anni dal 2005 al 2008.

Mariano

ITALIAN DECADENCE

Napolitano, Renzi, Vendola… fra poco Grillo e perfino Fazio. La decadenza italica consuma i personaggi come se fossero kleeenex, lasciando rovine e macerie
Il crollo delle reputazioni
Poco più di un anno fa Napolitano si apprestava a passare alla storia come il “salvatore dell’Italia”, osannato perfino da una copertina di Time con l’appellativo di King George. Oggi è un presidente sempre più criticato, malsopportato e sospettato di essere il garante della cricca e dei poteri forti che tentano di mantenere il controllo del paese. A mano a mano che si scoprono le sue manovre per essere rieletto, a dispetto delle dichiarazioni di qualche giorno prima, i sospetti aumentano di spessore. Probabilmente alla storia ci passerà, ma anche come quello che ha cambiato governi con la stessa disinvoltura con cui i bolscevichi cambiavano leader, cancellandolo dalle foto, segno questo di frequentazioni ideologiche che, con minimi aggiustamenti, il Nostro mette in pratica anche oggi. Allora e altrove erano le gloriose e radiose sorti della classe operaia, qui da noi sono “le sorti del paese”. Che, infatti, nonostante le manovre occulte, va sempre più a fondo.

LA PARLANTINA

In tempi di rottamazione e di giovanilismo uber alles, non sempre sono chiari i requisiti che il giovane deve possedere per riscuotere successo…
Parlare bene, razzolare…
Le giravolte logico-verbali del giovane Renzi – prima affermare perentoriamente una cosa e poi contraddirla senza nemmeno il bisogno di spiegare il perché – sono una delle cose che resteranno nel ricordo futuro di questi giorni convulsi.
Chi si occupa di politica sa perfettamente che è quasi impossibile mantenere fede agli enunciati perentori che, a volte, escono da soli dalla bocca per dare modo a chi li produce di pentirsene subito dopo. Dunque, non credo che Renzi debba essere messo sotto processo per la scarsa coerenza, anche se qualcosa vorrà pur dire anche questa sua leggerezza nel dire e disdire perfino di cose troppo serie per essere trattate così. Quello che mi interessa analizzare sono  da un lato gli attributi del giovane che va di moda oggi; dall’altro gli effetti che tutto questo produce sul paese, sulla politica, sulla credibilità generale del sistema.
Quanto agli attributi, il giovane (politico e non) che piace oggi a giornalisti e opinione pubblica deve essere atletico, non troppo palestrato, sempre in ordine e con cravatta (ammessa la camicia aperta sul collo nei momenti più informali…). Se femmina,

LA GRATIFICAZIONE DI FARE BENE

Ogni tanto vedi che il mondo non va così male come pensi e senti. Oltre la sciatteria, la prepotenza e l’individualismo c’è anche altro… e non sempre vince il peggio!
Orgoglio di classe
La settimana scorsa una troupe televisiva si aggirava nella scuola dove lavoro da trent’anni: per un attimo ho temuto che riprendesse i segni della fatiscenza della struttura o andasse alla ricerca di qualche studente o docente lamentoso – vittime di un mondo crudele che non li capisce e che ne ha fatto capri espiatori dei suoi mali - con qualcosa di clamoroso da denunciare. Di solito le telecamere servono a questo, stavolta no.
Erano di TG3 Leonardo ed erano venuti a raccontare e a documentare una delle attività di eccellenza della nostra scuola (guarda).
Non è l’unica, ce ne sono altre che sono così ben documentate dal sito dell’ITIS Majo che non voglio richiamarle qui (leggi). Sabato mattina, ultima giornata di accoglienza degli aspiranti primini e delle loro famiglie, l’ultima di una lunga serie: preside, vice, docenti e personale a disposizione
per illustrare le offerte formative, gli indirizzi di studio e per introdurre i nuovi potenziali allievi ai “piaceri” della scuola e anche ai suoi “doveri”. Felici di essere lì (per parecchi di loro il sabato è festivo e non prendono straordinari…) a svolgere una funzione che sentono connaturata al loro lavoro: accogliere, includere, accompagnare al successo, senza regalare niente. 
Felici di trasmettere ai “forestieri” la passione per una lavoro, per un ambiente, per le attività che contiene e per il piacere di concorrere a fare qualcosa di buono per il futuro del paese e delle nuove generazioni. Dato che siamo più portati a dare retta a chi si lamenta, a chi rivendica (naturalmente sempre per sé, mai per tutti), a chi vanta crediti e diritti senza mai ricordarsi dei doveri… qualche considerazione su queste belle cose aiuta a capire che l’Italia per fortuna è anche questo.
Perfino noi dell’ITIS (tutti), che continuiamo a fare la pipì nei cessi di quarant’anni fa - mai rifatti dalla Provincia che da così una prova provata della sua inutilità e offre buone ragioni a chi le province le vuole chiudere –, che non abbiamo nemmeno l’insegna bella, che lottiamo tutti i giorni con una struttura abbisognante di manutenzioni straordinarie, che sgridiamo gli studenti smutandati che  sputano per terra in cortile come vedono fare dai calciatori, che vorremmo maggiori gratificazioni, che desidereremmo più studentesse femmine a equilibrare il potenziale umano dell’istituto… persino noi  ci eccitiamo come fanciulli in overdose di ormoni quando vediamo qualche risultato del lavoro che facciamo. Ogni riconoscimento ci rende più ricchi di energia (ci da molte “vite”, come direbbero i nostri allievi), ci motiva a dare il meglio e a essere un po’ orgogliosi di quello che produciamo.
Così, anche il passo nel corridoio si fa più tonico e la favella sforna meno frasi con dentro “Io” e qualcuna in più con dentro “noi”.

Mariano

LA ROTTAMAZIONE DELL’ITALIA

Letta si dimette, Renzi si appresta a ricevere l’incarico di fare e presiedere un governo fino al 2018. E noi… non stiamo affatto bene!
Affari loro
Il governo di una nazione di 60 milioni di abitanti - con poche tradizioni democratiche da difendere, ma con numerose velleità di cambiamento (basta che i sacrifici tocchino agli altri) e sogni di riscossa a fronte di un passato recente poco edificante e che certamente ha portato sciagure e miserie ai più – se lo vedono loro. Noi non dobbiamo impicciarci, è affare loro: del PD e di Napolitano, al massimo di qualcuno degli opinion leaders che scrivono sulle prime pagine dei giornali di de Benedetti.
Oggi si sono riuniti nella loro direzione, Letta ha capito che non ce n’era più e si è dimesso, hanno disciplinatamente votato e a stragrande maggioranza hanno deciso che tocca a Renzi. Il Parlamento? Che vada a al diavolo. Gli elettori?
Chissenefrega, tanto quelli il PD lo votano sempre e comunque, mai abbastanza da consegnargli la vittoria, ma a sufficienza per permettergli di mandare a Roma una discreta pattuglia di parlamentari a cercare un po’ di consociativismo perché non cambi nulla e le imprese “amiche” siano tutelate il giusto.
Il Nostro, a furia di rottamare, è arrivato al vertice, ora gli manca solo più la rottamazione di Napolitano e poi è abbastanza a posto col lavoro. Il suo repentino cambiamento di linea credo che sia dovuto alla constatazione che, da segretario del PD, era già impantanato nelle solite manfrine che hanno affondato corazzate ben più robuste della sua. Magari davvero questa sua scelta, l’affondo finale a Letta, era l’unica alternativa possibile per dare uno scossone alle riforme promesse e ancora ben lontane dalla meta. Se così non fosse, vorrebbe dire che stiamo assistendo al più clamoroso suicidio politico che si sia verificato nella storia repubblicana. Non solo del Renzi, ma di tutto il suo partito, delle promesse, dei progetti, delle speranze che ha suscitato.
Siccome non posso crederci, preferisco per qualche giorno ancora pensare che sia stata la lucida manovra della disperazione, quella di chi si gioca il tutto per tutto correndo da una tappa all’altra di un percorso che doveva cambiar l’Italia e che rischia di affossarsi ancora prima di cominciare.
Alla felicità della fine dei governo Letta, uno dei più inutili visti sulle scene, si sovrappone l’angoscia di cosa ci aspetti adesso: il PD ha appoggiato e fatto ogni sorta di governo in questi ultimi anni. Ognuno era peggio del precedente, speriamo che la tradizione non venga rispettata. Mi piacerebbe tanto che i 5 Stelle facessero politica parlamentare. Non approvo, ma capisco che preferiscono che faccia tutto il PD: passeranno poi all’incasso alla prima tornata elettorale utile, senza nemmeno affaticarsi troppo. Berlusconi gongola e, ancora una volta, dimostra al mondo chi è lo stratega. Brrr!
Due pensieri mi girano per la testa, una domanda antica e una quasi-certezza recente:
1) ma come fanno gli Italiani a continuare a votare per un partito che offre spettacoli come quelli a cui stiamo  assistendo?
2) non sarà che “Cambiamo verso” finirà per trasformare sospiri di attesa in sonore pernacchie e che i demos ci spiegheranno che eravamo noi a non aver capito che si passava dal “Bau bau” al “Miao miao”?
Mariano

RESISTERE E RILANCIARE

82 lavoratori a spasso dall’oggi al domani e senza neanche sapere perché. Una richiesta agli amministratori collegnesi, perché oltre le parole si cominci a produrre anche qualche fatto
Con chi lavora
La storia della Agrati (ex FIVIT Colombotto) di Collegno, che chiude da un giorno all’altro e lascia a casa 82 lavoratori, la dice lunga sullo stato comatoso dell’Italia di oggi. Ma canta anche una bella canzone di resistenza e rilancio da parte dei dipendenti che non ci stanno… La politica locale è con loro per chiudere nel migliore dei modi questa brutta parentesi?
Alla fine di gennaio ricevono addirittura il premio di risultato in busta paga. Mai un giorno di cassa integrazione, mai una chiusura, nessuna avvisaglia di una crisi in arrivo, investimenti sul rinnovo degli impianti sempre puntuali e precisi. Insomma, una fabbrica coi fiocchi.
Il I febbraio una secchiata di acqua gelida sui dipendenti: con una lettera, il management della sede centrale della multinazionale annuncia la chiusura dello stabilimento. Né trattative, né incontri, né ammortizzatori sociali, nulla di nulla: a casa senza stipendio e senza prospettive. Voci non verificate, ma abbastanza attendibili, parlando di difficoltà negli stabilimenti francesi del gruppo: quelli però non sono in discussione, il governo francese ha ben altra credibilità e strumenti per far valere gli interessi collettivi su quelli individuali.

IL PAESE REALE

Anche se non appare mai, anche oggi un paese reale c’è: è fatto di persone che affrontano la vita come meglio riescono, che si disorientano per poi trovare la strada. Attenti a difendersi dai
Ladri di futuro
Sigle in inglese e slogan ripetuti ossessivamente a coprire un vuoto di pensiero, l’assenza di progetto, la capacità di mettersi a disposizione con il disinteresse e il coraggio che serve a cambiare un paese. Questo manca a Enrico e forse anche a Matteo: loro si chiamano così, per nome, dicendosene peraltro di tutti i colori e  mandandosi messaggi così violenti da richiedere il mascheramento della finta cortesia, quella ipocrita delle madame che spettegolano l’una dell’altra davanti a the e pasticcini, all’inglese.
Interminabili radio e telecronache di bisticci, di analisi delle dichiarazioni dell’uno e dell’altro e delle repliche dei comprimari. Proposte sempre più fumose e talmente rilanciate dei megafoni di questo regime sempre più asfissiante da essere oramai divenute vuote evocazioni di quello che potrebbe essere e non è.
Ladri e profeti di futuro mi hanno portato via parecchio, il giorno è sempre un po' più oscuro, sarà forse perché è storia, sarà forse perché invecchio...”, cantava trent’anni fa Guccini e ben rappresentava la progressiva cupezza che cominciava a calare su questo paese, dopo la stagione della gioia e della rivolta, dei diritti allargati, delle lotta democratiche, della liberazione della società.

IL PRANZO DEI CRETINI 4

Una nuova puntata arricchisce la telenovela della mensa scolastica, naturalmente a carico dei cittadini ignari di cotanta incompetenza…
Lo scodellamento
Davvero non si stancano di superarsi, il portaborse fatto sindaco e i suoi accoliti che governano la città in cui abito. Dopo aver deciso senza sapere cosa facevano (leggi), minacciato mezzo mondo per tornarsene a casa con le pive nel sacco (leggi) e dopo aver scritto ai genitori dei giovani allievi della scuole una lettera incomprensibile (leggi), eccoli con l’ennesima trovata: lo sconto da scodellamento.
Ricordate la supercazzola di Amici miei, con lo scappellamento a sinistra? Dilettanti, quelli. Ma veniamo al dunque.
Dopo mesi di sciopero del panino, assemblee con genitori e insegnanti, ritiri di allievi dalle scuole locali per farli migrare altrove, minacce e blandizie con il solito stile paramafiosi dei nostri amministratori, lettere patetiche agli amministratori dei comuni limitrofi, ecco l’annuncio: il costo del pasto scende di 30 centesimi, passando da € 7,10 a € 6,80. Di conseguenza scendono le tariffe.
“Evviva” esclameranno giulivi i diretti interessati, magari per niente contenti dell’esiguità della riduzione, ma almeno felici perché possono toccare con mano che muoversi, organizzarsi e protestare produce qualche effetto. Speriamo che non scoprano la ragione dello sconto, sennò c’è il rischio che si incazzino per davvero.