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VOUCHER: IL BAMBINO E L'ACQUA SPORCA

Salvo sorprese, il PD sta confezionando l'ennesima cintura esplosiva, destinata a un bel botto, per il partito e soprattutto per il paese.
In sintesi: per spingere all'emersione il lavoro nero e sottopagato, si istituiscono i voucher (Legge Biagi del 2003), strumenti di pagamento del "lavoro accessorio". Trattasi di "buoni lavoro" emessi e gestiti dall'INPS - facilmente acquistabili nei tabaccai, banche e uffici postali - che il datore di lavoro occasionale acquista e con cui paga le prestazioni dei soggetti che chiama a svolgerli. Ogni voucher costa 10 €, corrispondente a una paga oraria effettiva di 7,50 €, mentre i rimanenti 2,50 € coprono INAIL e contributi previdenziali (leggi qui).  Meglio che niente, si disse allora. Solo che...
Come sempre nel nostro paese, a fronte di controlli inesistenti e di un sistematico abuso delle maglie che si aprono anche nella migliore delle leggi (e questa non lo era), succede che si comincia a fare un uso decisamente improprio di questo strumento.  Così, lavori prima continuativi vengono spezzettati e precarizzati anche di più di quanto già non lo fossero; lavoratori assunti e licenziati nell'arco della giornata, orari al limite della schiavitù, diritti nessuno e arbitrio totale da parte del datore di lavoro.

L'ESTATE TORRIDA DELLA CISL

La notizia è davvero ghiotta e funziona meglio del solito delitto d'estate per vendere giornali e ascolti tivù... Ecco a voi, la casta sindacale!
Estate sonnacchiosa e troppo calda per permetterci la cedere la nostra attenzione all'epico scontro fra la coraggiosissima minoranza PD e la corte di Renzi. Meglio lamentarsi dell'umidità e perché non cambia mai niente in questo paese in declino. Possibilmente in riva al mare e sotto l'ombrellone.
Il bel delitto che ruba le copertine dei rotocalchi estivi finora non c'è stato, anche gli sbarchi e le condizioni spaventose dei migranti non fanno più notizia, al massimo una polemica fra la Chiesa e la Lega, mentre Emiliano in Piglia sia accorge che Vendola è stato un bluff (noi il sospetto lo avevamo maturato sentendo le intercettazioni delle telefonate coi dirigenti dell'ILVA di Taranto). Sembrava un'estate in tono minore e invece, ti arriva la CISL a confezionare il notizione estivo.
Un ex dirigente in pensione, Fulvio Scandola (nomen omen?), presenta un esposto ben documentato dal quale si evince che alcuni dirigenti sindacali incassano prebende ben superiori a quella dei vertici della politica mondiale: 200.000, 3000.000 euro annui lordi come niente e perdipiù a veri "signori nessuno". Casa fanno i vertici sindacali? Invece di ringraziarlo e chiedergli di continuare con l'opera di analisi delle storture nelle spese del sindacato, lo espellono. Lui si incazza e rende pubblico il carteggio che, fino ad allora, era rimasto all'interno del mondo cislino (leggi).

LE RISPOSTE SUL LAVORO di F. Maletti

Un punto di vista che combatte i conformismi e prova a rimettere ogni cosa al suo posto…
… che nessuno sembra voler dare
Ho letto da qualche parte che “Tutti i politici di un certo livello sanno quali sarebbero le cose giuste da fare: quello che non sanno è se verranno rieletti dopo averle fatte”. Questo, credo che valga anche per il Sindacato. In quanto soltanto la conservazione della poltrona spiega l’accanimento con il quale il Sindacato si oppone a qualunque forma di cambiamento attraverso un NO ideologico: ripetuto ossessivamente, come una formula magica di scongiuro, alle “masse” di lavoratori che pretende di rappresentare nella loro interezza. Eppure basta guardarsi intorno, partendo proprio da Torino, per vedere che della Società Industriale sono rimaste soltanto più le sue ingombranti macerie. Per effetto della Globalizzazione la produzione di massa è andata via, probabilmente per sempre, là dove il lavoro costa di meno: in quei luoghi dove intere moltitudini, spinte da una fame atavica, accettano di essere sfruttate e di lavorare senza tutele e con qualunque tipo di compenso.

UNA GIUSTA

La cricca dei sindacalisti pubblici sotto attacco. Forse stavolta il governo ne ha fatta una giusta
A lavorare!
La notizia esplode coma una bomba d’estate: la Ministra “madonna” Madia ha dato attuazione all’impegno di ridurre del 50% i distacchi di dipendenti pubblici presso i sindacati delle categorie corrispondenti. Pare che i responsabili dei sindacati abbiano tempo una settimana per fornire l’elenco dei dipendenti pubblici distaccati presso i loro uffici che rientreranno in servizio per “cessato privilegio”. Una vera goduria, anche se sono certo che i sindacati si terranno ben stretti non già dei più bravi e e solerti nell’assistenza ai lavoratori, ma quelli più appoggiati da questo o quel dirigente o sponsor politico.
Pazienza per i bravi sindacalisti, potranno ben farsi valere nei luoghi di lavoro, ansiosi di accogliere gente che hanno visto magari vent’anni fa per qualche minuto e poi solo più a libro paga.

DOCENTI A TASSAMETRO

Gli effetti di scelte sbagliate si manifestano solo molto tempo dopo, quando hanno già prodotto i risultati negativi da cui qualcuno all’inizio metteva in guardia. Stavolta tocca alla scuola.
Come affossare la scuola statale
In questi giorni – genitori e studenti non lo sanno – oltre agli scrutini e alla compilazione di scartoffie sempre più inutili ed incomprensibili, gli insegnanti sono alle prese con la dichiarazione delle ore “lavorate” in aggiunta alla propria funzione: corsi speciali, recupero di allievi insufficienti durante l’anno, attività di coordinamento dei consigli di classe, conduzione di attività di stage per gli studenti delle classi terminali e chi più ne ha, più ne metta. Sono tutte voci che servono a  determinare la consistenza del cosiddetto “salario aggiuntivo”, una specie di paghetta per quelli che hanno fatto qualcosa in più degli altri o che hanno seguito qualche progetto di interesse collettivo.
Trattasi di una “grande” conquista sindacale di fine anni ‘80, prima gli insegnanti erano pagati tutti uguali (lo stipendio progrediva per anzianità) e la buona organizzazione della scuola dipendeva dalla capacità dei presidi di motivare e progettare l’impiego ottimale di ogni docente a sua disposizione.
Nella scuola – non in tutte, si sa che in Italia ogni luogo è una repubblica a sé - si facevano più attività di oggi e l’attenzione ai bisogni degli allievi non era certamente più bassa di oggi. Ma il vento stava cambiando: bisognava “valorizzare la funzione docente”, “premiare le funzioni strumentali” e via dicendo, così il Ministero ha cominciato a dotare le scuole del “fondo di istituto”. Si tratta di un fondo, determinato ogni anno dal Ministero stesso, che serve a pagare tutte le prestazioni diverse dalla lezione in classe. L’ammontare del fondo cambia a seconda dell’ordine di scuola e del numero di studenti.
Era la trasposizione scolastica della Milano da bere, dell’Italia che si modernizzava, del “adesso basta con questo egualitarismo, queste sperimentazioni, queste velleità che ci portano lontano dai paesi più evoluti”. Per valorizzare la funzione e il lavoro dei docenti si sceglieva di non intervenire più sulla qualità del servizio erogato, ma sulla monetizzazione (ridicola già allora) di presunte o reali competenze e professionalità. Governi e sindacati insieme di qualunque colore fossero.

Anche allora c’erano le cassandre, facili profetesse di sventura. Sostenevano che, essendo la scuola una “comunità educativa”, non sarebbe stato un bene introdurre forme di competizione esasperata fra gli insegnanti, oltretutto per un pugno di spiccioli. Meglio sarebbe stato fare come già nelle scuole francesi, tedesche e dei nord Europa. Laggiù la funzione docente è una sola e comprende al suo interno anche una serie di attività diverse dalle ore di lezione in classe: preparazione e correzione degli elaborati, espletamento di mansioni utili al buon funzionamento della scuola, colloqui e incontri con i genitori, coordinamento delle attività comuni (per materia e per fascia d’età), recupero degli svantaggi, assistenza e personalizzazione dell’intervento verso i ragazzi con problemi sociali o cognitivi particolari, rapporti col territorio, aggiornamento e così via. Tutte attività da realizzare a scuola con un orario che fosse comprensivo di tutte le funzioni connesse al lavoro del docente. L’insegnante diventava un lavoratore con un orario corrispondente al vero, controlli e  verifiche sulle sue prestazioni, una progressione di carriera legata anche alle sue specializzazioni e  e alla qualità della prestazione che mette a disposizione della scuola tutta e che la qualifica.
Così l’avremmo chiuso la bocca a chi sostiene che gli insegnanti lavorano poco, che sono dei privilegiati e che, perciò, non debbono lamentarsi se i loro stipendi sono quello che sono e il loro prestigio sociale in picchiata. Naturalmente, per un pugno di ceci, anche la gran parte dei colleghi sposò l’opzione sindacale con tipico atteggiamento italico: ottenere più soldi, perché lavoriamo tutti tantissimo e tutti siamo talmente bravi e qualificati che meriteremmo assai di più di quello che abbiamo. Se il nostro vicino di aula sta a bocca asciutta, la cosa non ci riguarda, ha solo da farsi furbo. Se la scuola va a picco, ci lamentiamo un  poco e diamo la colpa a qualcun altro: le famiglie, gli allievi, i nostri colleghi delle scuole primarie che non insegnano bene eccetera.

Per tutti gli anni ‘90 e anche nel nuovo secolo il fondo era abbastanza corposo da ricavarci la paghetta per i più attivi fra i docenti, in questi ultimi anni il fondo si va riducendo drasticamente, anno dopo anno. Gli ultimi due governi hanno preso da lì i soldi per ripristinare gli scatti di anzianità agli insegnanti. Risultato: le ore di lavoro aggiuntivo sono pagate sempre meno, in qualche caso non ci sono più i soldi neanche per un presente. I docenti “a tassametro” cominciano a ridurre le loro prestazioni, i corsi di recupero sono decimati, attività importanti non si fanno più e circola il malumore. Sono le riforme a costo zero che accontentano ora l’uno ora l’altro, sempre a scapito della qualità del servizio e delle risorse disponibili a migliorarlo.
Oramai siamo tutti abituati a fornire prestazione aggiuntive se ci pagano extra, sennò nisba. Dato che “non ci sono soldi” le prestazioni calano sempre di più; dentro a volte ci sono anche cose che abbiamo sempre fatto senza nessun compenso, solo che ce ne siamo dimenticati. Ma l’abitudine al tassametro è talmente entrata nella testa di tutti noi insegnanti che si fa davvero fatica a liberarsene, magari a favore della rivendicazione di una diversa strutturazione del nostro lavoro.

L’opinione pubblica continua a pensare che siamo degli sfaticati. Quelli tra noi che vogliono lo stesso fare le attività che servono alla scuola nel suo complesso e ne qualificano l’intervento combattono con l’ambiguità della scelta, in fondo è come se facessero del lavoro gratis. Chi faceva poco prima, adesso fa ancora meno. Con l’alibi del salario.

Io ero una delle cassandre. Cominciai a disertare il mio sindacato proprio quando prese questa strada, ritenevo che l’ubriacatura individualista avrebbe portato la scuola alla distruzione, soprattutto l’avrebbe resa inidonea a costruire lo Stato attraverso la responsabilizzazione e l’educazione alla cittadinanza. Purtroppo la realtà si sta rivelando perfino peggio delle previsioni che facemmo allora: tempo pieno e tempo prolungato messi pesantemente in discussione e, comunque, formule orarie sempre più vuote dei contenuti didattici ed educativi che le avevano ispirate; scuola superiore di massa con strutture e articolazioni che ricalcano quelli della scuola superiore di noi ultracinquantenni.
La scuola pubblica si rilancia e si impone con un cambio di rotta anche in questi elementi costitutivi. Un po’ di preparazione in più, di serietà nell’approccio, attenzione ai diritti e anche ai doveri, assunzione di responsabilità: è quello che intanto serve per accompagnare e far fruttare gli eventuali investimenti economici. Servirebbe però anche tanto un sindacato all’altezza, capace di  organizzare il personale della scuola per cambiare strada.

Specie nei servizi pubblici, non c’è lotta per i diritti sindacali se non si accompagna alla battaglia per il miglioramento del servizio. Di questi ci siamo dimenticati troppo spesso e  per troppo tempo. Il cambiamento possibile si realizza anche così.

Mariano

RESISTERE E RILANCIARE

82 lavoratori a spasso dall’oggi al domani e senza neanche sapere perché. Una richiesta agli amministratori collegnesi, perché oltre le parole si cominci a produrre anche qualche fatto
Con chi lavora
La storia della Agrati (ex FIVIT Colombotto) di Collegno, che chiude da un giorno all’altro e lascia a casa 82 lavoratori, la dice lunga sullo stato comatoso dell’Italia di oggi. Ma canta anche una bella canzone di resistenza e rilancio da parte dei dipendenti che non ci stanno… La politica locale è con loro per chiudere nel migliore dei modi questa brutta parentesi?
Alla fine di gennaio ricevono addirittura il premio di risultato in busta paga. Mai un giorno di cassa integrazione, mai una chiusura, nessuna avvisaglia di una crisi in arrivo, investimenti sul rinnovo degli impianti sempre puntuali e precisi. Insomma, una fabbrica coi fiocchi.
Il I febbraio una secchiata di acqua gelida sui dipendenti: con una lettera, il management della sede centrale della multinazionale annuncia la chiusura dello stabilimento. Né trattative, né incontri, né ammortizzatori sociali, nulla di nulla: a casa senza stipendio e senza prospettive. Voci non verificate, ma abbastanza attendibili, parlando di difficoltà negli stabilimenti francesi del gruppo: quelli però non sono in discussione, il governo francese ha ben altra credibilità e strumenti per far valere gli interessi collettivi su quelli individuali.

I MOVIMENTI DELLE STELLE FILANTI di F. Maletti

Un buon punto di vista della situazione, distaccato quanto basta e di dispiaciuto quanto occorre per la deriva che stanno prendendo speranze e aspettative…
L’organizzazione dei movimenti
Corritrici
Per qualcuno che ha vissuto quei tempi si tratta di una storia vecchia. Ma che vale la pena ricordare. Se non altro per dimostrare come non sia vero che “tutto quello che è vecchio non è utile”. Infatti, tutto quello che è vecchio merita di essere ricordato perché (se non altro) aiuta a non ripetere gli stessi errori.
Veniamo al punto. Negli anni ottanta nel sindacato si era aperta una discussione lacerante su questa domanda: “Il sindacato deve essere una ORGANIZZAZIO-NE, oppure deve essere un MOVIMENTO?”.
Si trattava di una domanda non da poco, in quanto dalla risposta dipendeva la intera strategia del confronto tra il sindacato e tutte le altre “componenti sociali”...

DEJA-VU di F. Maletti

I prodromi della crisi della politica d’oggi: 26 anni fa di un sindacalista cattolico scrive al suo sindacato…
Lettera alla CISL
Venticinque anni fa (1988) io non mi occupavo di politica di partito e nemmeno frequentavo sedi di partito. Mi occupavo di sindacato.
Di conseguenza ho cominciato ad occuparmi di politica soltanto in modo indiretto quando, nel pieno della crisi della Democrazia Cristiana, mi sono ritrovato (senza sapere nemmeno bene come) “garante” di Collegio proprio per la DC. Da allora (e sempre più intensamente) mi sono occupato di politica prima nella Democrazia Cristiana, poi nel Partito Popolare, poi nella Margherita, poi nel Partito Democratico: con incarichi via via decrescenti per importanza nonostante avessi più tempo libero grazie al mio intervenuto pensionamento.

IL COLTELLO DEL SINDACATO

Quest’anno ai tesserati CGIL/Scuola un coltello multiuso in omaggio: finalmente gli strumenti della professione a disposizione degli iscritti!
Senza limite
image Venerdì scorso il rappresentante sindacale della scuola dove lavoro mi ha chiamato per consegnarmi la tessera 2013 del mio sindacato, la CGIL-FLC (Federazione Lavoratori della Conoscenza, che esagerasiun!), in passato più modestamente CGIL-Scuola. Insieme, con un certo imbarazzo, mi ha regalato il gadget che il mio sindacato ha deciso di dare quest'anno ai suoi iscritti: un coltello multiuso.
Pensavo che scherzasse, invece era proprio vero: non un’agenda, un portachiavi, un fogliettino in cui mi si diceva che al posto del gadget la CGIL aveva speso i soldi per aiutare la FIOM, per mandare nostalgici in gita a Mosca, per l’internazionalismo proletario sindacalizzando le fabbriche cinesi con infiltrati riciclati fra gli esodati di Monti… Niente di tutto questo: un coltello con limetta per le unghie (sala insegnanti nelle ore di morta), cavatappi (e Cota vuole farci il test alcoolico!), punteruoli e lame varie che ho subito avuto la tentazione di provare in classe, anche solo per minacciare i più riottosi fra i lazzaroni delle quarta ora. Ma come diavolo hanno potuto pensare a una cosa del genere?

I PROFESSORI E L’ARTICOLO 18

Un gruppo di emeriti giuristi del lavoro (Lavoro e Diritto, Bologna, Il Mulino) ha diffuso l’appello che segue. A quanto pare inascoltato dal Professore e dalla Professoressa; stavolta però non sembra che la passeranno tanto liscia. Almeno speriamo.

Per una buona modifica dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori
L’art. 18 dello Statuto dei lavoratori ha un significato al tempo stesso reale e simbolico.
Il significato reale consiste nell’estendere ai contratti di lavoro la stessa sanzione prevista per l’illegittimità di qualsiasi atto commesso tra privati.
Se un licenziamento è illegittimo l’art.18 dispone che quell’atto sia rimosso, come accade quando si fa abbattere l’opera costruita da un vicino lesiva del diritto di proprietà del confinante e come accade in tutte le forme di inadempimento contrattuale, in cui è il creditore adempiente che può scegliere fra esecuzione del contratto e risarcimento dei danni. Nel diritto del lavoro tale rimozione si chiama “reintegrazione”. Questa semplice previsione (annullare il licenziamento illegittimo, reintegrare il lavoratore e risarcirlo del danno subito) esercita una rilevante forza deterrente, e rende praticabili i diritti dei lavoratori nel concreto svolgersi dei rapporti di lavoro, a partire da quelli sindacali.

LA SCUOLA A PICCO, I SINDACATI ANCHE

Uno stillicidio di proteste inefficaci accompagna la decadenza della scuola statale.

Mai la Gelmini avrebbe immaginato di trovare nei sindacati l'alleato prezioso che le mancava per affossare definitivamente la scuola pubblica statale. Mai avremmo pensato che la voglia di reazione del mondo della scuola a lustri di incuria e approssimazione sarebbe stata stroncata dall'azione congiunta di governo e sindacati, nel silenzio assordante di partiti e movimenti che sembrano parlare a un paese diverso da quello dei nostri allievi e delle loro famiglie.
Non parlo dei sindacati autonomi, e neanche di quelli di destra, parlo di CGIL, CISL e UIL. Possibile che non riescano a trovare una piattaforma comune? Visto che sul tema scuola sostengono fondamentalmente le stesse cose, possibile che non riescano a mettersi d'accordo su azioni comuni incisive e capaci di dare un segno a lavoratori e paese? Sì, è possibile.