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NONNI: LA SGAMATURA DI BABBO NATALE

Babbo Natale vintage clipart Immagine gratis - Public Domain Pictures

Cena del 24, figli e compagne, nipoti e nipotesse che non stanno seduti a tavola neanche un momento, i bambini in quanto tali, i figli e compagne per mostrare una qualche volontà di domare l’indomabile. I gemelli dormono. Corrono minacce, tipo “Babbo Natale non passa se non vi sedete”, “Adesso ce ne andiamo a casa nostra così, se passa, non vi troverà”, “Aspetta che arrivi e glielo dico io di non lasciarvi nulla, non ve lo meritate” . Però si grida meno del solito, c’è già abbastanza casino così. 

Alcuni pacchi sono sotto l’albero, sono quelli di amici e parenti. La giustificazione per i bimbi: “Da loro è passato prima perché non riesce sempre a servire tutti il 24 notte, ma se aprite i pacchi prima del tempo, il regalo svanisce” (quando cominci a mentire è un susseguirsi di balle una sull’altra). Nel nostro caso l’albero di Natale è un ficus benjamina in vaso con la stazza e la consistenza di un vero abete. Per l’occasione è vestito con lampadine a luce intermittente di vari colori; sembra l’insegna di un luna park, ma va bene lo stesso. La nonna ha deciso che quest’anno il tradizionale albero di plastica restava in cantina, insieme alle decorazioni. Sobrietà chiassosa, luci psichedeliche dei cinesi a basso consumo e poco altro. Gli odori delle cibarie hanno invaso la casa mescolandosi e modificandosi, ora sembra la sedimentazione di un bollito misto a porte aperte, ora la cottura scellerata di un cavolfiore. Ma nessuno li sente più. 

L’ansia da regalo genera tensione, l’attesa si fa convulsa. Suona il campanello, il Delinquente va ad aprire: è Babbo Natale con il sacco dei regali per tutta la famiglia. Il Delinquente arretra, spaventato. Non troppo, però. E’ curioso, tanto. La Scimmia 1, la più grande, sa già come funziona il mondo, solleva lo sguardo dalla protesi telefonica con cui scambia messaggi con i coetanei, anche loro sotto sequestro famigliare per la festa comandata. La Scimmia 2 - lei è nella fase del credo/non credo - si rifugia più lontano, vorrebbe credere che quell’omaccione barbuto è davvero Babbo Natale, ma sa che è altamente improbabile.

Lo fanno entrare e sedere sul divano, così che i nipoti possano mettersi sul tappeto (proprio come nei film americani che girano sulla tivù). Posa il sacco dei regali, lo apre con lentezza studiata. Non ha ancora detto niente, il Delinquente si avvicina con circospezione per sbirciare il contenuto del sacco. E’ ora che babbo Natale dica qualcosa e lo fa, ridacchiando come nei film (oh, oh, oh, oh): “Allora, siete stati bravi? Pensate di meritarvi qualche bel regalo?”. Di buon peso aggiunge: “Io so tutto di voi, per questo posso dire che siete dei bravi bambini e che i regali che vi ho portato sono molto belli, vedrete!”. 

Babbo Natale ha parlato troppo: per non farsi scoprire ha cercato di falsare la voce, fino al punto di produrre una specie di eloquio “alla rumena”: parlata cantilenante, accenti a caso e linguaggio semplificato all’eccesso. Il timbro riesce a cambiarlo, ma lo sforzo è davvero impari, qualche inflessione piemontese sfugge al controllo. Un momento di silenzio mentre ciascuno dei tre scarta il primo dei pacchi, poi il Delinquente non riesce più a trattenersi: “Ma è il nonno!”. Intanto non smettono di scartare e strappare, ma il dibattito è cominciato. 

Babbo Natale deve battere in ritirata prima che la sceneggiata diventi una tragedia, distribuisce i regali restanti e se la fila senza dire più nulla, solo un cenno con la mano. Ma il Delinquente insiste: “Era proprio il nonno!”. Vista la latitanza dei genitori, interviene la nonna: “Ti sbagli. Era proprio Babbo Natale, non hai visto che sapeva tutto di voi?”. “E allora, dov’è il nonno?”, borbotta il Delinquente giustificando così l’appellativo. 

“In cantina”, la nonna non si fa mettere sotto, “è andato a prendere il vino. Apri la porta e lo vedrai sulle scale che sta salendo. Anzi, vai ad aiutarlo, che è vecchietto”. Pensava, così dicendo, che la storia fosse finita lì e la leggenda ripristinata, ma il Delinquente non molla l’osso: “Nonno,”, lo accoglie sulla porta mentre sta entrando, “Babbo Natale sei tu!”. 

“Io? Come mai dici una cosa del genere"? Babbo Natale passerà fra poco e lo vedrai anche tu che non sono io”. Interviene la nonna: “E’ già passato mentre tu eri in cantina e ha portato i regali per tutti”. “Che peccato averlo mancato, avreste potuto chiamarmi! Lo avrei salutato volentieri”. Il Delinquente ha lo sguardo smarrito, non sa decidersi fra l’apprezzamento e il primo utilizzo dei giochi che ha ricevuto e la prosecuzione della discussione intorno alla natura e alla persona di Babbo Natale. Decide di lasciar perdere, almeno per il momento, per dedicarsi alla macchina spaziale telecomandata. La Scimmia 1 guarda il nonno con l’aria di chi ha già a mano tutti i misteri della vita; la Scimmia 2 è immobilizzata nella lotta interiore fra la bambina e la signorina. Il chiacchiericcio riprende tranquillo in attesa del taglio del panettone e brindisi allegato. La storia sembra finita lì, solo che… 

Quindici giorni dopo riaprono le scuole, i nonni entrano in modalità vacanza, finalmente un pezzo di giornata libera da impegni. Il nonno ha accompagnato il Delinquente a scuola la mattina e lo sta andando a riprendere all’uscita. La maestra, prima di consegnargli il pargolo, gli fa cenno di avvicinarsi. Non capita mai, il nonno si agita. Poi lei, con la naturalezza data dall’esperienza, gli dice: “Mi ha detto suo nipote che lui Babbo Natale ce l’ha in casa, ha la voce del nonno, l’eloquio e il timbro di un rumeno appena arrivato in Italia e una rete di complici pronti a sostenere qualunque cosa per non fargli fare brutta figura. L’anno prossimo posso approfittare anch’io?”.


IVAN E AMBRA, I GEMELLI

Pensavamo che anche la stagione di "nonni di neonati" volgesse al termine. Sono arrivati Ivan e Ambra a dirci che non è ancora quel tempo. La vita continua a riservarci nuove ed esaltanti sorprese.

I gemelli: mancavano ed eccoli qua!

Intanto chiariamo: Ivan è scritto prima di Ambra perché per primo è nato lui, anche se solo per qualche minuto. Ambra viene prima per raffinatezza, capacità di piangere con pudore e discrezione, occhi bassi come si conviene a una fanciulla di altri tempi, resistenza ai vizietti e signorilità nei lineamenti (chissà a chi assomiglierà!). Ivan è più incontrollabile, esterna sentimenti e bisogni senza troppi problemi, dei due è il maggiore e si vede da come organizza la sua presenza nel mondo. Dicono che  somigli a sua mamma. Per restare nell'ambito degli stereotipi, Ambra si lamenta quando qualcosa non va, quando qualche dolorino interviene a turbare la sua beatitudine di neonata che deve crescere e basta. Ivan non rispetta granché i tempi artificiali della vita, vuole mangiare quando ha fame, rutta senza troppa signorilità e non disdegna il classico capriccio gratuito, giusto per far vedere chi comanda. 

Tutti e due sanno di avere una grande fortuna: la sorella maggiore Cloe, quasi 13 anni di saggezza, simpatia, intelligenza e maturità. Si occupa di loro quando può, ma soprattutto si pre/occupa che crescano bene. Ancora di più lo farà quando Ivan e Ambra cominceranno ad affacciarsi al mondo delle relazioni umane, dell'esperienza e della socialità. Si intuisce che non vede l'ora di spiegare alle due creaturine come va il mondo. Aspetta il momento e poi comincerà. Cercano di aiutarla i due cuginetti (ramo paterno) Maria e Pietro, anche loro ansiosi di metterci le mani su per educarli al mondo nel migliore modo possibile. I due cuginetti del ramo materno, Lisa e Mattia, sembrano ansiosi di fare altrettanto. Dunque Ivan e Ambra possono stare tranquilli, al loro futuro bambinesco c'è chi ci pensa.

Anche loro, come i cuginetti, sono nati in una stagione confusa e crudele. Non sono solo le guerre, quelle esprimono su scala grande i contrasti e i conflitti che scoppiano in ogni momento fra le persone. Sembra che in questi tempi strani l'unica attività che ci resta sia quella di schierarci in fazioni, di scagliarci l'uno contro l'altro come cani rabbiosi. Col contraltare dell'opportunismo a go go, della recita sempre e comunque, della ricerca della soddisfazione immediata a qualunque costo, dell'invidia e delle volontà di sopraffazione del più debole. Una grande confusione, di quelle che lasciano presagire l'avvicinarsi di sconquassi tipici delle fasi di cambio di civiltà.

Ivan e Ambra faranno in tempo a patire di tutto questo, ma probabilmente - è il nonno, ottimista inguaribile, che parla - saranno anche i testimonials di un nuovo mondo: quello della collaborazione, delle comprensione, dell'amore, dell'empatia e della competitività solo con se stessi. Bisogna crescerli con questa idea ben chiara in testa, come tutti i bambini che aspettano di essere parte di un mondo migliore di questo. Già si intuisce dal loro debutto che sono tenaci, tranquilli e determinati, pronti a gioire della cura dei genitori e dell'attenzione che hanno nei loro confronti. Non potranno che continuare così, per essere parte del mondo che verrà.

Per intanto, le nonne aiutano e  percorrono la città con il bipasseggino e loro sopra che se la dormono. I nonni aspettano che crescano ancora un po' per introdurli ai piaceri della vita sociale. I genitori si affannano a gestirli al meglio (con due non è proprio una passeggiata), smentendo uno per uno i buoni propositi pre-nascita (li lascio piangere se sono solo capricci, non mi lascio mica commuovere...). Loro mangiano, dormono, fanno la cacca e testimoniano la loro presenza con determinata volontà di crescere bene e in pace.

Mariano

ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2022


Qui tutti i video della campagna elettorale

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UN FUTURO PER GRUGLIASCO

L’aria che si respira da qualche tempo in città somiglia davvero troppo a quella che si respirava trent’anni fa. Allora si capiva che gli eredi del PCI, soprattutto il PDS, erano giunti al capolinea di una fase. Un po’ per le vicende nazionali, molto perché quel partito era stato occupato da una cordata organizzata da un ex-sindaco, nominato dal partito in organi superiori, che aveva progressivamente “fatto fuori” tutti i non conformi e ridotto all’obbedienza coloro che ancora ambivano a ruoli politici in città. Si erano adeguati perfino i partiti satelliti, anche loro alle prese non più con dibattiti e confronti di carattere politico, ma con contese fra cordate più piccole aventi come unico oggetto la conquista di qualche posizione di potere o la conservazione di quelle già in essere.

Di fare piazza pulita se ne occupò, purtroppo, la magistratura. La politica cittadina non ce l’aveva fatta, nonostante gruppi cospicui di cittadini – anche del PDS - ci avessero provato a costruire un’offerta politica di sinistra, lontana mille miglia dalla politica del pissi pissi e degli accordi interpersonali che tenevano in piedi le mafiette che si erano ahimè sostituite alle dinamiche della politica militante. Grugliasco finì su tutti i giornali per gli arresti di suoi amministratori, carriere politiche e vite personali di uomini e donne rispettabili finirono nella polvere, vittime e autori di una degenerazione che aveva capovolto i valori fondanti di qualunque impegno sociale e politico.

Così proprio quella “riserva” che aveva provato a sconfiggere le cattive pratiche con la proposta politica, e aveva perso, diventò il fulcro intorno al quale ricostruire una città in ginocchio. Nella riserva, seppure con posizioni secondarie, si trovavano anche i due sindaci che hanno governato Grugliasco al termine dei mandati del sottoscritto, cioè dal 2002 al 2022. Spiace anche per questo che siano diventati l’emblema di un potere che si costituisce non già per cambiare le cose, per migliorare l’offerta di servizi, per costruire occasioni, per dare voce e fiato a ciò che innova e rilancia la città, ma per preservare se stesso e basta. Un potere funzionale, ben che vada, alle carriere personali, che si fonda sull’arroganza, sulla prevaricazione, sul soffocamento di tutto ciò che si muove senza controllo e che può generare ricambio e novità. Un potere gestito con tracotanza anche nel sottomettere la vivacità della buona politica alle forche caudine della sottomissione e del conformismo. Un potere che nomina a mezzo stampa il delfino a succedergli, indipendentemente da chi è e che cosa sa fare.

E così, a chi ha prima segnalato e poi denunciato il rischio di appalti milionari con un solo concorrente, fatti e rifatti poi assegnati senza battere ciglio, si è risposto classificando l’allarme come figlio di personalismi, e risolvendo la necessità di legalità sostanziale con il bollino giusto, quello di Avviso Pubblico.

A chi ricordava che gli amministratori pubblici devono dare il buon esempio nel rispetto delle regole e degli obblighi di qualunque cittadino comune, perfino di più proprio in quanto personaggi pubblici, si è risposto con la favoletta degli “attacchi personali”, forse confondendo vizi privati con pubbliche virtù e accreditando l’idea dell’onnipotenza di chi è eletto a governare temporaneamente una città.

A chi segnalava la trasformazione di una società interamente del Comune in “Mangiatoia”, utile strumento per incoraggiare clientele e operazioni che diversamente non sarebbero state possibili si è risposto con un’alzata di spalle e qualche minaccia a chi osava chiedere spiegazioni. Lo stesso per tante vicende poco edificanti che hanno condito questi vent’anni di amministrazione sempre più immobile. “Amici” da piazzare e aiutare (non si sa mai), “nemici” intorno ai quali cercare di fare il vuoto in ogni modo. Alla maniera dei mafiosi.

Ogni passaggio ha costituito uno strappo al già fragile tessuto democratico della città, accreditando l’idea che comportamenti, decisioni e stili pubblici siano l’espressione di una normalità che invece è tale solo in una città anestetizzata.

La Grugliasco di oggi è difficile da riconoscere, a cominciare dal suo tessuto associativo, per arrivare all’attenzione verso i servizi e le persone. La pandemia ha parzialmente “coperto” questo tornare a essere un ”oscuro paesone di periferia” (Bossi 1993) - dove hai sempre l’impressione che le decisioni vengano prese altrove e da qualcun altro -, ma ne ha solo rallentato l’esplosione.

Ecco, nella nostra carenza di anticorpi (coraggio, disinteresse, lungimiranza, umiltà) siamo diventati un posto come tanti altri in un paese dove proprio la mancanza di quegli anticorpi produce un declino inarrestabile perfino quando ci sono i soldi per fare le cose, perché nessuno sa qual è la direzione e, anche quando c’è, hai l’impressione che venga definita altrove e da qualcun altro di diverso dagli eletti.

I due ultimi sindaci - che come ricordavo provenivano il primo dalle seconde fila di un’esperienza che aveva tutt’altro segno  - ricordano troppo da vicino trasmigrazioni recenti e conversioni sulla via di Grugliasco (e anche di Roma) finalizzate a garantirsi un lavoro, prebende e una carriera sempre più incentrata sulla cordata con i cui partecipanti cercano di costruire le condizioni per ruotare negli incarichi, ciascuno garantito dall’asservimento degli altri.

Così il paese non va avanti, così non va avanti neanche la nostra città, la cui storia contiene vicende che dovrebbero aver insegnato – anche alle forze politiche – che la corsa al ribasso a un certo punto finisce. Se non la fai finire tu, sarà qualcos’altro che provvederà. Città perfino più rosse della nostra sono finite in mano alla destra, i cittadini l’hanno individuata come unica residua possibilità di liberazione. E non sono i richiami all’antifascismo a rendere accettabili comportamenti e politiche insostenibili.

Le elezioni di primavera possono essere l’occasione per costruire un’inversione di rotta. Esigiamo competenza, trasparenza, democrazia, rispetto, così ri/facciamo grande la città. Ancora più che in passato, il futuro di Grugliasco dipende anche dalla nostra capacità di fare le scelte giuste.

Grugliasco, 18 febbraio 2022

Mariano Turigliatto

scarica qui la lettera firmata

16/12/21. LA SCOMPARSA DELLA NOTIZIA

A 7 anni di distanza dall'ultimo sciopero generale- proclamato allora contro il Jobs Act renziano - CGIL e UIL proclamano un nuovo sciopero generale nel momento più difficile della loro storia recente e  a grosso rischio di impopolarità. Chi legge ha già avuto modo di formarsi un'opinione sulla fondatezza delle rivendicazioni sindacali, sulle ragioni dell'una o dell'altra parte, dunque non serve qui recuperarle. Lo stesso per quanto riguarda il teatrino confindustriale, quello dei singoli partiti, alcuni più lanciati, altri quasi timorosi, altri ancora insopportabili: niente di nuovo solo l'ennesima constatazione dell'irrilevanza della cultura politica in organizzazioni che si montano e smontano per ottenere il consenso. A qualunque costo, a qualunque condizione e con qualunque mezzo.

Infatti i partiti di oggi sono finiti, non sono più in grado (nessuno, purtroppo) di concorrere a disegnare il futuri/i futuri possibili di questo paese, ascoltando, studiano, elaborando, discutendo, proponendo, cambianti idea, insomma sviluppando tutte quelle attività che sono affidate a chi concorre a costruire la classe dirigente di un paese. Oltre che finti (anche per questo i cambi di casacca non fanno più notizia), sono proprio finiti.

Qualcosa del genere sta succedendo nel mondo dell'informazione, a cominciare dai giornali. Proprio la copertura dello sciopero generale del 16 dicembre ne è la riprova. I grandi giornali hanno teso a non dare la notizia, a nasconderla quando proprio non potevano farne a meno, a riportare con dovizia di particolari tutte le giaculatorie di chi spiegava che i sindacati erano irresponsabili e che solo la CISL era buona. Neanche La Stampa dell'epoca d'oro della FIAT trattava così le notizie: le aggiustava, ma serviva i suoi lettori che compravano il giornale per informarsi. 

Risultato: lo sciopero generale si è svolto, pare anche con un certo successo, il paese l'ha sopportato bene e ha perfino salutato con una certa simpatia i cortei affollati da lavoratori poco contenti di aver perso la giornata di lavoro, ma ancora più scontenti dal vedersi prima penalizzati dal governo e poi sfanculati dalla Confindustria e dai suoi organi di informazione e trasmissione. La copertura informativa lì hanno garantita giornali più di nicchia che hanno provato a fare il loro mestiere.

Quando una notizia è tale deve essere data e bene. Quando un giornale smette di dare le notizia che non piacciono agli editori o alla redazione diventa un bollettino. Bisogna smettere di comprarlo. A quanto pare i lettori dei grandi ex giornali hanno da tempo cominciato a farlo, li salvano ancora i sussidi pubblici. Prima o poi sarebbe tempo di cominciare a staccare anche questa spina, è evidente che il sostegno pubblico alla libertà di stampa, che stava alla base del sistema dei sussidi,  non c'entra più niente con tutto questo.

Mariano

"DI PAURE E DI SPERANZA", UN LIBRO DA LEGGERE

"Se una cosa nella mia vita ho finalmente appreso è che per vivere bene occorre una buona dose di benevolenza neo confronti di se stessi e di tutti, a anche di pazienza [...]", siamo alle ultime pagine di un libro intenso, profondo e affascinante nella suo raccontare di una disgrazia, del percorso che innesca e della sue conseguenze sulla vita dell'autore di di quelli che gli vogliono bene. 

Diario tra salute e malattia, così il sottotitolo del libro di Luigi Giario che ci accompagna lungo il percorso di una malattia grave che arriva a cambiare il corso della sua vita. Ogni tappa, ogni successo e ogni fallimento costituiscono lo spunti per operare bilanci e interpretazioni non tanto della malattia quando dell'atteggiamento che l'autore - e noi con lui - ha sviluppato nei confronti della vita, principalmente attraverso le sue "assenze", come marito, padre, forse come amico amante e chissà cos'altro ancora. Il bilancio delle assenze finisce per diventare la base di una consapevolezza diversa, più intima e poco colpevole non perché assolutoria, ma in quanto umana.

Così il rosario di visite, esami medici, diagnosi, interventi, cadute e riprese, finisce per essere la scansione pratica di una stagione della vita che si chiude a favore di un'altra che si sta aprendo: quella della riflessione sugli affetti, sull'evoluzione personale, sulla fugacità delle passioni e sulla superficialità delle vanità che tanto assorbono energie e tempo per gran parte della nostra esistenza. Noi lettori seguiamo Luigi nel percorso che la vita gli ha riservato, nelle relaziono con i suoi famigliari, amici, compagni di lavoro e di sventura. Lo accompagniamo ansiosi nella ricerca di cure e soluzioni al suo carcinoma, ci preoccupiamo per le sue difficoltà nelle nuove relazioni generate dalla comparsa della malattia, vorremmo tanto sostituirci a lui quando lo sentiamo particolarmente giù o quando si abbandona all'affanno e all'angoscia perché non sa decidersi nella scelta della metodologia della cura fra le varie opzioni che gli vengono presentate.

Intanto Luigi cresce, cambia e riflette con un'intensità prima sconosciuta, impara ad applicare anche alla malattia la sua capacità di leggere le cose sotto diversi punti di vista, problematizzando la realtà fino a smontarla in parti microscopiche dove cercare - lui è profondamente credente - il disegno superiore, la traccia di Dio. Il tutto con uno stile e un lessico assolutamente coerente al contenuto, anzi capace di nobilitarlo fino a farne la sostanza del libro. Interessanti e pertinenti gli Intervalli metaforici di Rosalba Grimod che, invece di spezzare la narrazione, ne esaltano la profondità alleggerendone gli aspetti più intimamente drammatici.

Insomma un libro da leggere assolutamente, dentro c'è "il coraggio di abbandonarsi dolcemente all'esperienza condivisa". 

Mariano Turigliatto

  

1 MAGGIO: FEDEZ E RAI3. COME FUNZIONANO LE NOMINE E COME FUNZIONA LA COMUNICAZIONE

Poco da aggiungere nel merito della vicenda: un uomo di spettacolo viene invitato (pare dal suo produttore) a mandare il suo intervento alla direzione della RAI e ad eliminare riferimenti diretti a politici e personaggi pubblici. Ecco servita su un piatto d'argento (l'oro lo teniamo per altre occasioni) la bomba che Fedez, da abilissimo comunicatore che è, farà scoppiare amplificando perciò la sua performance al Concertone sindacale e l'eco della manifestazione, per il resto quest'anno in tono ancora più dimesso del solito (e non solo per il Covid).

Stupisce la pochezza della vicedirettrice di RAI3, Ilaria Capitani, che, incurante del rischio che corre, parla di "adeguarsi a un sistema", come se la sua azienda, invece che la più grande impresa pubblica di telecomunicazioni in Italia fosse una cosca mafiosa, o una lobby di trafficanti. Forse così piena di sé da ritenersi al di sopra di qualunque sviluppo delle sue parole e azioni. Succede alle persone modeste, quelle che stanno in un posto per le leccate e si convincono di meritare per davvero.

Messa lì dalla Lega, pare, dunque tutti addosso alla Lega che nomina incompetenti, fedeli al partito come il cane al padrone e sempre con la lingua di fuori a leccare qua e là per ottenere attenzione e favori. La realtà di declino del paese ci dice che non è la sola Lega a fare così, il costume è generalizzato. Il fatto che qua e là ne scappi uno/una bravo/a non deve indurci in equivoco: da sempre sono i partiti a nominare  loro lacchè, in RAI come in tutte le aziende, pubbliche e private, dove possono farlo. Da quando le liste elettorali sono bloccate, cioè da quando decidono le cordate e i segretari unici, la situazione è andata ancora peggiorando. Ormai  si spartiscono perfino i concorsi per impiegati, vedasi il traffico combinato dal PD e M5S nel Lazio e chissà da quando va avanti il tutto.

Dall'altra parte c'è un bravissimo comunicatore, Fedez, meno bravo come cantante. Senza sbagliare un colpo, nel tono e nei tempi, ha rifilato una smerdata spaziale a Salvini, RAI3 e a tutto il vasto mondo che ruota intorno al "sistema". E dire che lui ne è talmente parte che fa persino sorridere lodare questa sua spietata e coraggiosa uscita. 

Fedez e signora sono degli influencer, è questo il mestiere vero dei due. Finora hanno avuto la capacità di fiutare con un attimo di anticipo le nuove mode, le tendenze e i sensibili refoli che precedono il vento impetuoso, anticipando i fenomeni con sorprendente tempismo. Impossibile credere che tutto non sia stato ponderato e valutato. Se poi Fedez ha così operato, avrà annusato nell'aria qualcosa di nuovo che noi, comuni mortali, ancora non percepiamo? Speriamo che sia così.

Mariano 

LA SINDROME DEL FUGGIASCO

La società sta male, gli individui anche. Non tutti, qualcuno ha trovato il modo di compensare le difficoltà dell'oggi, altri si sono costruiti nuovi interessi, altri ancora preferiscono scappare, a volta in mondi immaginari, a volta semplicemente fingendo che la realtà non arriverà mai a bussare alla loro porta. Magari a presentare il contro di una fuga durata troppo a lungo.

Ogni individuo è diverso, davvero un universo, ma anche gli universi si somigliano un po'. Per questo alla fine qualche classificazione del fuggiasco possiamo provare a introdurla, insieme alle raccomandazioni del caso: 

Fuga da se stesso: il/la poveretto/a rilegge continuamente il proprio passato adattandolo alle esigenze del presente, alla continua ricerca di una verginità recuperata da assumere come punto di ripartenza. Repentini cambiamenti nell'aspetto fisico - dall'acconciatura all'abbigliamento, dalla parlata alla scelta degli interessi - fino alla soluzione più radicale, la negazione dei propri sbagli. Una volta eliminate dalla mente le scelte sbagliate, quelle che hanno generato alla lunga la voglia di andarsene, così da scaricarne la responsabilità su terzi (le cattive amicizie, i parenti serpenti, la società, il M5S, i complotti della massoneria cattolica...), una volta fatto tutto questo: la liberazione! Ovviamente questa fuga produrrà l'effetto di ripetere più avanti nel tempo le condizioni che l'hanno prodotta. C'è gente che fugge ciclicamente da se stessa per tutta la vita e sembra trovarsi bene così. Fra quelli che fuggono da se stessi le casistiche sono infinite. Se non si è della combriccola, meglio evitare frequentazioni troppo intense. Non guariscono quasi mai e tendono a far affondare con chi li frequenta, così stanno a galla loro.

Fuga dalla solitudine. Procede per tentativi e spera di non ripetere quelli che hanno già dato esiti catastrofici: innamoramenti repentini e folli di esseri che non meritavano, delusioni cocenti che hanno lasciato cicatrici non ancora rimarginate, speranze acritiche andate in fumo con la volatilità di una promessa di marinaio. Tutto per rispondere al terrore di trovarsi soli con se stessi, le infelicità, le inadeguatezze, quel senso di inferiorità che genera imbarazzo e terrore verso tutto ciò che ci circonda. Difficile andare d'accordo con loro, non ce la fanno proprio a non ossessionare con richieste di conferme, accompagnate da maldestri esperimenti di prova/fedeltà. Da tenere a distanza, se non si riesce a a essere d'aiuto. 

Fuga dal tempo che passa. Passato in rovina (ho sbagliato tutto; io credevo che, invece; se avessi dato retta a chi mi metteva in guardia; tutti ladri), da seppellire il più a fondo possibile, fino alla negazione involontariamente apodittica ("mai stato comunista", "mi correvano tutti/e dietro e non ne ho approfittato"). Insomma un incubo, da cui si è usciti per entrare finalmente nel presente. L'oggi, in cui si scontano azioni e idee del passato, animati dalla certezza che il peggio è passato perché "siamo più consapevoli", " abbiamo fatto un bel percorso per arrivare fin qui", ma ancora acciaccati per le ferite e i dolori patiti. Pronti, quindi, per un radioso futuro? Macché, c'è chi ci vede già la salvezza, il cambiamento, la redenzione, la nemesi del passato. I più sono spaventati ancora prima che il futuro si faccia presente: vuoi vedere che era meglio prima? Alla fin fine non era poi così male, specialmente vedendo cosa è poi successo. Difficile discutere, chiacchierare, interloquire: il passato "bello" diventa rapidamente un dogma, una nuova certezza su cui fondare l'esistenza e il proprio sistema di valori. Da continuare ad amare, specie se sono amici, rinunciando a discettare di politica e società. Loro viaggiano nel tempo, tu no.

Fuga dal COVID 19. Apri chiudi, metti la maschera togli la maschera, scuola in presenza scuola a distanza, smart working, torna a lavorare in presenza, metti mascherina togli mascherina, giallo rosso arancione giallo di nuovo rosso, vaccino sì vaccino no, vaccino non ce n'è, Prima i vecchi. No i giovani. Che palle le mascherine. Perché pranzo sì e cena no? Ci chiudono come se fossimo in prigione. Conte è un vanesio incompetente, l'ha scritto anche un mio amico nel suo libro. Per fortuna c'è Draghi. Per fortuna che stanno rimettendo le cose a posto. O no? W la D'Urso. Lasciar perdere, sono gli effetti del lock down. Meglio spendere tempo a preoccuparsi dei ragazzi e di cosa si confeziona per il loro futuro, senza piangere e spaventarsi troppo. Non che non ci siano le ragioni, ma non serve a niente.

Quasi tutti fuggiamo da qualcosa o da qualcuno. Farlo con stile alleggerisce e consola. La sindrome del fuggiasco la si riconosce in fretta, il ristoro è meno immediato. 

 Mariano  

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I MOSTRICIATTOLI

La crisi non è solo di governo. Assistiamo alla rappresentazione del degrado umano che si è fatto sistema. Senza neanche gli attori giusti per farne un capolavoro...

L'osservazione dei contendenti nell'agone della politica nostrana, così mal raccontato da quasi tutti i giornali - schierati a fare il tifo per l'uno o per l'altro con una faziosità suicida -, suscita l'idea di un paese squallido. Ti consoli dicendoti che gli Italiani sono meglio della loro classe politica, poi vai a prendere i figli a scuola o in un supermercato a fare la spesa e subito hai manifestazioni di inciviltà che ti fanno ricredere. Ragionamenti banali, scontati e qualunquisti, questi. 

Allora provi ad esaminare un po' più da vicino i comportamenti e le ragioni dei politici che occupano giornali e tivù, cercando di leggere oltre le dichiarazioni per cercare di rispondere alla solite domande: cosa vuole veramente? chi rappresenta? quali soluzioni ha in mente? tutto questo minacciare per portare a casa cosa? e dove è la casa? 

Le domande servono anche a cercare la "visione del futuro" dei politicanti sulla scena: che idea avranno mai del paese domani? Sapere che ne hanno una non cambierebbe magari il giudizio nei loro confronti, ma almeno servirebbe da consolazione, vorrebbe dire che perseguono obbiettivi difformi da quelli del loro bersaglio perché vogliono un'Italia che cambia in un altro modo. Non riesco a rassegnarmi all'idea che di "visioni del futuro" non ce ne sia nessuna se non quella del loro personale futuro, perciò continuo a cercare nelle parole e negli scritti dei lacchè dei boss una traccia di scenario, di proposta e di misure che servano a dare l'idea di un cambiamento possibile, magari alternativo a quello che mi piacerebbe che intervenisse. Macché, pensano proprio solo ai cazzi loro. Si disinteressano perfino di quelli dei loro amici e supporter che scaricano con una facilità e una leggerezza che la dice lunga anche sulle qualità umane e politiche. 

Tutti così? Non credo, ma è evidente che hanno conquistato la scena quelli più spregiudicati, dall'ego ipertrofico e dalle frequentazioni giuste, un impasto di megaburocrati del sottogoverno sterminato, fondazioni bancarie, clan e club eredi dei tratti peggiori della massoneria. Gente dalle famiglie imbarazzanti o imbarazzati da famiglie di cui si vergognano, incluse quelle politiche. E vengono quasi tutti dal centro o dalla sinistra

Nel mio piccolo questi mostriciattoli li ho visti crescere da vicino, tutti più o meno con le stesse caratteristiche: cinismo ('idea al servizio della carriera, si cambia se un'altra i garantisce di più), io io io (tutto parte e finisce dalla loro persona e in funzione dei loro interessi), fascino per il potere (pronti a sottomettersi a chi ne ha di più e potrebbe tornare loro utile nel perseguimento degli interessi personali), forti solo coi deboli, minacciosi nel tono e nel modo, arroganti quanto basta a tenere lontani chi non vuole farsi servo loro e a mantenere in soggezione chi servo si è già fatto. E spregiudicati.

Nel passato remoto li tenevano a bada le strutture dei partiti di massa, dopo Tangentopoli eccoli finalmente liberi di scalare e contendere senza più freni e regole, anche queste smantellate una dopo l'altra in nome della libertà e del dinamismo. Col nuovo secolo i valori della nuova classe dirigente si sono finalmente affermati in tutta la loro potenza. Non sono un nostalgico, ma se il declino del paese è andato in modo inversamente proporzionale, qualcosa vorrà pur dire...

Temo che per cambiare la rotta e rendere l'Italia un paese dove si vive bene e in pace la strada sia talmente ripida da scoraggiare chiunque a percorrerla. Però c'è solo quella e impone una profonda critica del sistema di valori , non solo in politica, oltre che alle modalità e alle occasioni per selezionare quello che ci vuole a rendere la strada meno ripida per tutti. E potrebbe anche non piacerci.

Mariano

PICCOLI PICCOLI

Un piccolo sommario delle miserie che ci fanno capire che non c'è speranza...

Il colore della zona come manifestazione dell'egotismo dei politici. Hanno rivendicato autonomia, lo fanno ancora da sputtanati per sempre. Hanno passato mesi a lottare contro il governo cattivo che calpestava le loro prerogative facendo la caricatura degli Italiani più tossici, quelli che le decisioni impopolari le fanno prendere agli altri per potercisi scagliare contro. Adesso si misurano il colore della loro regione come se fosse la lunghezza del loro pisello (sono tutti maschi) e sprizzano orgoglio maschio quando annunciano il giallo. Dei trasporti non se ne sono occupati, le scuole hanno cercato di chiuderle con tutti i mezzi, i più tenaci fra loro ci sono anche riusciti. Provvedimenti per ristorare artigiani e piccoli commercianti, vedremo.

Insegnanti valdostani rifiutano i tamponi, così le scuole restano chiuse e loro a casa. E' successo per davvero, ma i dirigenti scolastici che fanno? Niente, la Procura neanche, il Ministero neppure. Tutto è lecito in questo paese dove accade persino questo e senza che nessuno di loro ci rimetta alcunché, tantomeno lo stipendio.

Didattica a Distanza e furbacchioni. Giornalini e giornaloni, tivù e siti web a scovare gli studenti furbacchioni, i loro trucchi per eludere il controllo dei docenti durante le sedute davanti al pc, meno cura a individuare i comportamenti analoghi di docenti che non hanno mai smesso di essere pagati, anche quando la DAD non hanno nemmeno provato a farla. Naturalmente pronti a giustificarsi con le stesse argomentazioni degli allievi "cattivi".

Sindacati scuola, una vergogna nazionale. Prima hanno agitato la bandiera della sanatoria per tutti i docenti fuori ruolo, ben spondati dal PD; per fortuna la Azzolina ha tenuto duro e i concorsi "semplificati" sono partiti alcuni sono conclusi, altri hanno finito per essere sospesi. Li avete visti i sindacalisti in televisione gongolare, come se fare la guerra alla ministra fosse per loro più importante che dare stabilità e prospettive di decine di migliaia di precari. Pensano forse di non avere nessuna responsabilità nel caos che da almeno un decennio coinvolge la scuola italiana? 

Confindustria chiaggni e fotti. Sparito dai radar a fine novembre il grande Presidente di Confindustria - una specie di imprenditore con i soldi degli altri come ce ne sono tanti da noi - quello che lanciava ultimatum a Conte un giorno sì e l'altro pure, con la grancassa dei giornali. L'indifferenza vi seppellirà.

Mes. Se nessuno l'ha chiesto sarà perché gli altri paesi europei se la passano meglio di noi. O perché la reputazione di chi lo chiede sarebbe così danneggiata da rendere il beneficio peggiore della cura? Perché chi deve decidere non ci spiega meglio la questione? Stupisce l'insistenza del PD e la scarsa capacità dei 5 stelle di dire le cose come stanno: ma perché stupirsi ancora?

Virologi, veterinari e infettivologi. Rivogliamo gli psicologi da salotto televisivo. Niente da fare, prendi lo scienziato più strutturato, referenziato ed esperto delle cose del mondo, mettilo davanti a una telecamera e ti diventa in un amen una specie di tronista di "Amici" senza avere il phisique du rhole. 

Covid, scampati e idioti. Dopo fascisti, negazionisti, tuttologi, fancazzisti e profittatori, escono dalle fogne i totisti, quelli che "tanto muoiono i vecchi, non ci rompete il cazzo a noi giovani", destinati a soppiantare i discotecari dell'estate scorsa.

Fare una scelta non è facile, non se ne abbiano quelli dimenticati e/o trascurati. Possono sempre aspirare al prossimo post.

Mariano

REGIONI FLOP: CHI PAGA CLIENTI & MEDIOCRI?

Via Crucis: nella prima ondata abbiamo pagato l'impreparazione, nella seconda l'inconsistenza delle Regioni e delle autorità locali

Con ogni probabilità la strategia del tracciamento sarebbe comunque stata travolta, ma fin dalle prime avvisaglie della ripresa della pandemia è apparso chiaro che i sistemi sanitari regionali erano del tutto impreparati. Questo nonostante avessero avuto i soldi dal governo per assunzioni e acquisto materiali e macchinari, nonostante fosse stato definitivamente chiarito che la competenza delle Regioni in materia di sanità è univoca. Cioè spetta proprio a loro decidere, spendere, allestire, aprire, chiudere...

Già da settimana fa, qui in Piemonte, ad esempio, chi va a farsi il tampone attende poi l'esito almeno una settimana chiuso in casa. Se in tenera età, a contatto con genitori, fratelli, nonni. Ovunque grappoli di persone addossate - specialmente giovani - senza mascherina coscienza del rischio. E poi le movide, la metro, i bus strapieni e tutte le altre occasioni di contagio che ben sappiamo.

Non ci volevano dei geni a ordinare alle scuole che riaprivano di strutturare l'orario impegnando tutta la giornata con orari di entrata e uscita scaglionati, così da ridurre considerevolmente l'impatto sui mezzi pubblici e sul traffico privato nelle ore di punta. Certo, avrebbe questo scompattato l'orario dei docenti riempiendolo di buchi - ve li immaginati i sindacati già isterici perché la Ministra fa i concorsi? - e complicato l'organizzazione dei servizi: non da oggi in parecchi sostengono che i servizi pubblici tengono assai più conto delle esigenze di chi ci lavora che non di quelle dell'utenza. 

In Piemonte code disumane per fare i test, famiglie che dormono in macchina davanti ai Pronto Soccorso, giorni e giorni di attesa degli esiti. La Regione ha fallito. Ha fallito il suo presidente Cirio, ma soprattutto l'enorme e costoso apparato burocratico - tecnici, ma nominati dalla politica - che avrebbe dovuto gestire al meglio la seconda ondata e che stanno dando prova della turpe e colpevole mediocrità a cui conduce la selezione in base alla fedeltà.

Della Lombardia non si dirà mai abbastanza, lì il fallimento sta costando parecchio, in vittime ammalati danni all'economia e alla società. E la Campania? Perfino la Val d'Aosta si scopre la regione col maggior numero di contagi in rapporto alla popolazione.

Stupisce - ma poi davvero? - il Veneto di Zaia che, liberatosi troppo presto di Crisanti, paga la gestione friendly di una campagna elettorale conclusasi nel momento giusto per lui. Proprio come per De Luca e Toti, forse il peggiore fra i tre, visto quel che sta emergendo in Liguria, non solo nei numeri dell'epidemia, ma anche nella gestione della sanità degli anni scorsi, quando tagliavano come forsennati.

Insieme ai Sala e De Magistris i"governatori", che sanno governare solo le clientele e i feudi elettorali, strillano ora contro il governo, ora uno contro l'altro nel tentativo di distogliere l'attenzione della pubblica opinione, spalleggiati da una stampa e da una tivù che nemmeno il Ruanda.

Non c'è da stare allegri, forse conviene avvero aggrapparsi al governo Conte e sperare che il PD e i suoi derivati smettano di dare il miserando spettacolo che allestiscono ormai quotidianamente, da Franceschini (quello che ha consegnato Ferrara alla Lega insistendo su un suo candidato indigesto), a Del Rio (Aemilia e i calabresi, già archiviati? Già archiviata anche la concessione ad Atlantia?). Per tacere di Renzi e della cricca che lo circonda, solo per richiamare quelli più amati dalla stampa e dalle televisioni. Finisce che il relativo silenzio dei 5 stelle - impegnanti a sbranarsi fra loro con la stessa perizia con cui stanno dilapidando un patrimonio di consenso e di speranze - apparirà come una virtù rara invece che una debolezza.

Non ci resta che aspettare gli esiti dei DPCM più recenti e sperare che funzionino. Per il cambio di passo della politica, questa non è proprio stagione di speranze. E se mai qualcuno volesse lo stesso cercarle, eviti le Regioni: lì è proprio escluso.

Mariano

VENARIA REALE, UNA LEZIONE CHE NESSUNO COGLIERA'

Per la prima volta nella sua storia (breve parentesi 20 anni fa) Venaria passa al centrodestra. La dimostrazione dei guasti della cattiva politica

In poche parole, questa la situazione: al primo turno vanno a votare 18.382 venariesi, Giulivi (CDX) ottiene 7.330 voti, Schillaci (CSX) 5.674, Brescia (Civiche) 3.295 e Barcellona (M5S) quello di 1.232 coraggiosi, visto il disastro dell'amministrazione pentastellata uscente. 

Quindici giorni dopo vanno a votare 13.285 venariesi, vale a dire 5.097 in meno. Giulivi raccatta 6.757 voti, dunque ne perde 573  e la Schillaci raggiunge i 6.528 voti, cioè ne guadagna  854. Un esito sorprendente, visto che i due candidati non ammessi al ballottaggio (Brescia e Barcellona) avevano ottenuto ben 4527 voti. Conoscendo la fragilità della candidata del csx e della sua coalizione sarebbe stato logico attendersi un riconoscimento del valore del risultato di Brescia e della sue liste, nel tentativo di intercettare almeno una parte dell'elettorato (in gran parte di sinistra) deluso e in libertà. Invece piccolo cabotaggio, schermaglia, sottovalutazione del rischio e la solita supponenza. Nonostante questo una parte dell'elettorato di Brescia & C è lo stesso andato alla Schillaci, il resto è rimasto a casa.

Infatti, riportando le percentuali di Giulivi e Schillaci al numero dei votanti al ballottaggio (13.285 invece che 18.382) ipotizzando che l'astensione colpisse entrambi nella stessa misura, il primo avrebbe avuto circa 5.450 voti, la Seconda 4.400. Si capisce facilmente che agli elettori di Giulivi non se ne sono aggiunti molti altri. A differenza della Schillaci che - per amore o disperazione - ha convogliato su di sé numerosi elettori di Brescia e Barcellona. In compenso gli elettori di Giulivi si sono rivelati così fedeli da andare a rivoltarlo una seconda volta, cosa che l'elettorato più legato al singolo candidato consigliere non fa quasi mai e che di solito penalizza la destra. Si vede che a Venaria parte del voto al csx ha caratteristiche clientelari così smaccate da far sì che una parte dell'elettorato diserti il ballottaggio ritenendo di aver già reso il servizio al capobastone col voto del primo turno e che tocchi agli elettori in libera uscita farsi carico del gioco democratico. 

Considerazioni: 

1) solita manifestazione di arroganza del PD, convinto come sempre di poter imporre i suoi giochetti e le sue mezze calzette non solo alla corte dei satelliti, ma anche a una città. La città ha risposto. Se non capiscono che la "vocazione maggioritaria" è solo una fantasia nella loro testolina autoreferenziale, meglio starci lontani e continuare a provare altre strade. Il candidato Giulivi, a differenza della Schillaci, ha trainato la coalizione di cdx, l'ha dotata di una sua fisionomia. La città ha scelto, perfino oltre la sua tradizione antifascista e senza premiare neanche troppo le liste dei partiti di destra.

2) il M5S ha contribuito a depotenziare l'unica candidatura in grado di opporsi a Giulivi: quella di Alessandro Brescia. In questo senso è come se i grillini si fossero alleati col PD senza dirlo. Un altro capolavoro, non credo che si debbano più praticare aperture di credito o riporre speranze: sono come il PD, stessa arroganza, stessa incultura, stessa incapacità di scegliere alzando lo sguardo dei giochi di potere e interesse per abbracciare la città.

3) l'ottimo risultato della candidatura Brescia e delle liste collegate (qualcuno si è accorto, ad esempio,  che quella di sinistra ha preso il 4%, vale a dire ben di più delle medie di questa stagione?) lascia intendere che Venaria è in movimento. Il futuro della politica cittadina è nelle loro mani perché il cambiamento passa di lì. Sta a Brescia alle persone che si sono mobilitate con lui decidere se chiudere questa avventura o se farne l'inizio di una bella riscossa per e della città.

Mariano  

I FINTI SALVATORI DELLA PATRIA

Vincono le elezioni perché si mobilitano tutti, anche quelli che proprio non li sopportano...  e cominciano subito a pontificare come se fossero dei leader sopraffini

Il disastro culturale e morale del centrosinistra oggi ce lo rappresentano efficacemente anche i Bonaccini che sono cresciuti qua e là, prodotto di una politica così malata da essere diventata asintomatica senza neanche sapere che significa. 

Sale alla ribalta della politica a 23 anni a come assessore alla cultura di Campogalliano, provincia di Modena, poi segretario provinciale della Sinistra Giovanile e poi dei PDS della provincia di Modena, poi del PD. Consigliere comunale a Modena e dal 2010 consigliere regionale, infine presidente eletto nelle elezioni con meno votanti in assoluto. Candidato di PD e satelliti l'anno scorso, è stato rieletto contro la Borgonzoni (Lega) con il 51%  e con la mobilitazione di tutto il mondo, convinto a considerarlo la barriera contro l'avanzata dei barbari e per la tenuta del governo Conte. Stagione d'oro delle sardine e voto disgiunto di parte dei 5 Stelle, eppure era lui il Presidente uscente, le lezioni sono state anche una verifica del suo mandato non certo esaltante. Invece di starsene buonino, ringraziando la buona sorte e i detrattori che lo hanno appoggiato sapendo che l'altra era peggio (turarsi il naso in salsa emiliana), cosa si mette a fare il sedicente governatore che è solo presidente? Esterna! Esterna su tutto corredato di prosopea e spocchia come solo il peggior miracolato sa fare.

Stando al curriculum pubblicato sul sito della Regione Emilia-Romagna il soggetto non ha mai fatto altro lavoro che il politico e il calciatore dilettante. Non ha neanche trovato il tempo di prendersi una laurea, eppure pontifica, con l'arroganza e la boria che contraddistinguono personaggi come lui, su disoccupati, percettori di rdc e altri soggetti in difficoltà, come e più di un Briatore qualunque. "Stanno solo sul divano", così commenta in un talk show sui percettori di rdc, facendo incazzare perfino Barca, suo compagno di partito, con ben altro spessore personale e curriculum lavorativo. 

Ma vai a lavorare, almeno un giorno, politicante da strapazzo! Un partito che propone gente così si salva solo finché gli altri sono peggio, ma non costruisce il futuro del paese. Poi, un giorno neanche più l'improponibilità degli antagonisti servirà da argine...  e ci siamo più vicini di quanto non sembri. Perchè gli Italian stanno aprendo gli occhi? No, solo che non possono più permetterseli.

Mariano 

IL BONUS E GLI ARRAFFONI: DELUSIONE, RABBIA E SQUALLORE

Uno dei consiglieri regionali percettori del bonus pensavo di conoscerlo bene... 

fonte "La Stampa"
fonte: La Stampa
circa vent’anni fa ho conosciuto Diego Sarno, il terzo della foto, in una fucina di belle speranze e grandi intuizioni qual è stata ed è Libera. Da allora ho seguito il suo percorso politico e, in qualche caso, ho perfino speso qualche parola per dire ad amici e conoscenti di area PD perché fosse giusto votare per lui, nonostante il suo partito. Non ho mai nascosto la soddisfazione di saperlo coordinatore provinciale prima e regionale adesso di un’associazione che ho contribuito a fondare negli anni ’90: Avviso Pubblico, comuni ed enti pubblici uniti per la promozione della cultura della legalità e l’adozione di misure stringenti per fare della trasparenza e della responsabilità politica degli eletti il punto di partenza per costruire un paese finalmente libero dalle mafie e dalle opacità, politiche ed amministrative, che caratterizzano tanta parte della storia italiana.

L’ultima volta in cui abbiamo avuto modo di scambiare due parole gli manifestai tutta la mia indignazione per la vicenda del sindaco della mia città, addirittura presidente nazionale di Avviso Pubblico, che avevo beccato a non pagare la TASI degli ultimi quattro anni per la sua abitazione in città. Non gli feci richieste, sapendolo molto attento alle dinamiche di una politica, che sembra da troppo tempo una specie di guerra per bande di interessi personali, e dunque poco propenso a battaglie di principio che comportassero una forte esposizione personale, gli chiesi solo di non derubricarla a una questione locale e personale. Non ci rimasi nemmeno male, se non per la fine miseranda di un’associazione che aveva ben più elevati progetti e che aveva mosso speranze e proposte. Infatti non è successo nulla, il presidente nazionale furbacchione è stato riconfermato e siede tuttora al vertice dell’associazione. Si vede che i comportamenti, gli esempi, le testimonianze contano a intermittenza. Anche lui, scoperto, per giustificarsi tirò in ballo la moglie (e venne sbugiardato con l’esibizione delle notifiche firmate di suo pugno), accreditando l’idea che la donna, per quanto emancipata evoluta e scolarizzata, sia sempre un po’ meno, almeno nella valutazione delle opportunità, così da mettere nei guai il maschio in politica. Una similitudine – quella fra Diego Sarno e lui, stesso partito, stessa fascia d’età, stessi ideali eccetera – che mi ha colpito parecchio. Forse allora con Diego non mi ero spiegato bene o semplicemente avevo fatto uno dei tenti miei errori di valutazione...

Più del bonus di Sarno mi ha fatto indignare la soluzione che trovato al guaio: autoinfliggersi una specie di multa – di importo pari a sei mesi di stipendio da consigliere regionale – per costituire un fondo di sostegno a chi ha perso il lavoro per via del Covid. Uno scimmiottamento delle restituzioni dei 5 Stelle, solo che per loro la restituzione non è nata per risolvere una figura di merda, come nel caso di Sarno, ma dalla convinzione che gli stipendi degli eletti debbano tornare a essere in linea con quelli degli elettori. Il PD ha definito miserabili i richiedenti il bonus senza bisogno, il Fatto li ha chiamati furbastri. Si sprecano gli epiteti, alcuni francamente esagerati, ma la morale è chiara. Associare tutta questa miseria umana e politica a battaglie elevate e nobili, come quella di chi deve essere protetto dai danni dell'epidemia e dell'imprenditoria rapace, non va bene.

Solo l’elaborazione dell’esperienza - impastata con dosi massicce di cultura, il tutto tenuto insieme da tanta umiltà (Sarno dovrebbe saperlo bene, l’ha raccontato a generazioni di studenti delle scuole superiori come animatore nei progetti di educazione alla legalità) - crea le condizioni per superare felicemente il gap etico e politico italiano. Mi sarei aspettato che, invece della distribuzione di soldi che il suo stipendio gli permette senza sacrifici particolari, lui si impegnasse ad avviare una seria analisi di come si sia arrivati a questo punto. A come una persona come lui, parte di una generazione di quarantenni oggi in pole position anche nel suo partito e non solo lì, abbia potuto smarrire quel sentimento comune che aiuta non solo a non fare passi falsi, ma anche restare portatore di speranze e di progetti per cambiare il paese, vivendo in pace con se stessi e gli altri. Di questa deriva il bonus di Sarno è solo un piccolo allarme, poi ci sono le nomine, le procedure, il fascino delle lobbies, le dinamiche della politica e il suo assomigliare sempre più a una guerra per bande, senza costrutto e scopo se non quello di spolpare ancora un po’ la carcassa mandando avanti non importa chi, basta che sia fedele al capo. Infatti i comunicato dei vertici locali del partito sembrano confermare questo brutto sentimento trattando Sarno con troppa condiscendenza, come se alla fin fine fosse tutto normale.

A quelli a cui ho consigliato di votarlo, e che ora mi chiedono conto, non racconto tutto questo, ai più non interessa. A me sì, non ho ancora rinunciato a sperare che l'autocritica e l'elaborazione - morale e culturale - degli errori che facciamo produca una nuova consapevolezza e la certezza che abbiamo tutti bisogno di ben altro che di mezze calzette a governare il paese. In fondo l'indignazione e il risorgente bisogno di politica sono anche e soprattutto questo. Però, che peccato!

Mariano

COMPETENZA & DEMOCRAZIA, DOVE STA IL PROBLEMA?

In cosa consiste la qualità degli eletti? Il tema è centrale per ridefinire le categorie della politica, il ruolo degli eletti e la stessa idea di democrazia rappresentativa
La derisione degli eletti - più sono in alto più è facile beccarli mentre si rotolano nella loro ignoranza come maiali nella mota, perché esternano, appaiono, twittano - è uno degli sport che più avvince i sudditi schierati politicamente. Naturalmente dileggiano gli eletti degli altri partiti, quelli del loro no, perché sono abili, esperti e colti per definizione. Lo fanno anche i giornali di regime, quasi tutti, i bersagli sono prevalentemente gli eletti del M5S - i nuovi barbari in fase di normalizzazione, per fortuna - impettiti perché molto presi dal nuovo ruolo e sovente sostenuti solo dall'immensa boria del parvenu. Di quel genere di parvenu che è davvero convinto di essere lì per suo merito, non per coincidenza, fortuna e solo un pochino di abilità personale. Alcuni approfittano dell'occasione per costruirsi competenze e preparazione, i più per tessere alleanze mentre giocano alla politica che scimmiotta le dinamiche che hanno portato alla fine dei partiti di massa italiani. Sciupano un'occasione che difficilmente si ripresenterà, sciupano tempo e risorse che avrebbero potuto sfruttare meglio. Sciupano speranze.
Quelli degli altri partiti sono anche peggio, ce ne accorgiamo di meno perché il grosso dei mass-media li perdona, perfino quando sparano cazzate tremende, sbagliano i congiuntivi e ignorano la Storia. Alcuni ne fanno la loro bandiera, sventolando la grossolanità e vantandosi dell'ignoranza.
"Ci vorrebbero rappresentanti politici migliori della media del popolo", "Sarebbe ora che l'Italia scegliesse la meritocrazia, basta con raccomandazioni e familismo", "Stoppiamo la fuga dei migliori, facciamo rientrare i cervelli in Italia" e così via: luoghi comuni che riempiono la bocca dei convitati televisivi, sempre gli stessi e sempre a fingere di litigare fra loro mentre promuovono le loro intelligenze standard senza pudore alcuno. Ma sono le stesse cose che senti nei bar, nei luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici con distanziamento. Minchiate.
Ogni epoca ha avuto la sua rappresentanza politica, più o meno capace di realizzare al meglio l'interesse pubblico, magari compenetrandolo con la carriera politica e/o professionale. Solo che agli elettori i partiti proponevano soggetti di cui andavano fieri, per la storia di cui erano portatori, per il valore simbolico e pratico della loro candidatura, per la lealtà al progetto, qualche volta alla fedeltà ai capi. Quando la rappresentanza eletta risultava poco attrezzata per realizzare programmi ambiziosi e progetti politici epocali, i partiti - spesso con il consenso degli eletti nelle loro liste - cercavano in giro i soggetti che meglio potevano realizzare il progetto politico di cui erano portatori. Questo approccio permetteva di candidare ed eleggere anche persone di umili origini e pochi studi, ma ricche di esperienze, legami, progetti e disciplina; gente che sapeva stare al suo posto, che faceva il suo lavoro (la rappresentanza) e che concorreva al progresso del paese anche scegliendo altre persone, più corazzate e competenti, per realizzare parti del programma di cui erano protagonisti (la competenza).
I caciaroni, i mafiosi, i fascistoidi, gli smodati e i qualunquisti se ne stavano nelle fogne. Da cui sono stati liberati da Veltrusconi e dalle logiche che, in nome delle modernizzazione del paese, hanno sdoganato storie e soggetti che mai prima avrebbero avuto ascolto e peso. E hanno dilagato.
Parlamentari ed eletti in genere sono anche oggi lo specchio del paese, l'espressione della sua frammentazione e del disorientamento che lo pervade. Sarebbe sbagliato chiedere loro esperienza, competenza, profondità, forse sarebbe più saggio chiedere loro di circondarsi di collaboratori e dirigenti all'altezza delle sfide, così da realizzare al meglio ciò che hanno promesso. Invece sono davvero come l'Italia: pronti a piazzare l'amico, la damazza post FIAT di cui nessuno ha ancora capito le capacità, il compagno di scuola, quello che ti è fedele, e via col rosario delle miserie.
Per un momento ho davvero sperato che il M5S riuscisse almeno a fare questo - sfruttare la giovinezza e la freschezza delle rappresentanze per imporre il meglio, sotto forma di persone e riforme radicali e profonde -, invece non hanno perso tempo neanche loro a collocarsi nella mediocrità paralizzante, in questo rappresentando al meglio l'Italia intera degli ultimi trent'anni.
Mariano

AVVENTURE GIAPPONESI E STORIE PASSATE

Potenza della pandemia: mentre metti in ordine le carte accumulate, ti viene in mano un giornale giapponese di vent'anni fa...
A pagina 2 del quotidiano giapponese Sheikyo Scimbun, tiratura di oltre 6 milioni di copie, il 3 luglio di 20 anni fa i lettori trovavano ben quattro foto famigliari ai grugliaschesi, a corredo di un articolo che raccontava di un'iniziativa internazionale ospitata dalla nostra città. Le quattro foto sono quelle dello stemma della città, dalla sala della Nave (due), allora appena ristrutturata e restituita all'uso pubblico dopo cinquant'anni di abbandono, infine quella del sindaco, il sottoscritto.
L'iniziativa era un convegno internazionale sulla pace organizzato dall'Istituto Buddista Soka Gakkai e dal suo presidente, Daisaku Ikeda. Dal convegno prenderà poi il via l'organizzazione di una mostra sui diritti umani e della loro sistematica violazione su tutta la Terra che si svolgerà nell'autunno, sempre alle Serre. Sarà visitata da circa 30mila persone provenienti da tutta l'Italia settentrionale oltre che dalla Francia meridionale e dalla Svizzera. 

SUDDITI

Niente da fare: sono ancora troppi gli Italiani che leccano il culo dei potenti a prescindere da quello che dicono e fanno. Solo perché non si sa mai...

Il sindaco del loro comune tiene chiusi gli uffici ben oltre il ragionevole picco della pandemia, mentre intorno tutti quelli che potevano riaprire l'hanno già fatto? Al minimo accenno di una insignificante ripresa delle attività loro si profondono in ringraziamenti, a voce e sui social, già dimentichi dei disagi che hanno patito e insensibili a quelli che ancora patiscono. E leccano: piedi, culo, tutto quello che riescono ad agguantare. Non si sa mai!
Il funzionario li ha maltrattati o ignorati per tanto di quel tempo che nemmeno più ci speravano? Al minimo accenno di un qualche interesse (ben lontano dalla soddisfazione dell'istanza che hanno presentato e che resta ignorata), magari una comunicazione neutra per prorogare i termini, dimenticano tutto e ringraziano fantozzianamente colui che li ha umiliati, schiacciati, trattati come delle merde. E leccano, non si sa mai!
In ufficio col capo che disprezzano, ma a cui vorrebbero somigliare; in fabbrica col caposquadra che li controlla anche al cesso e che li umilia gratis, solo per fare carriera; perfino in palestra o mentre fanno un po' di sport cercano disperatamente qualcuno da adulare e corteggiare, da ingraziarsi per illudersi di averlo vicino se ce ne fosse mai bisogno. E leccano, non si sa mai!

LE MASCHERINE PIEMONTESI DI CIRIO... SONO MAROCCHINE!

C'è chi afferma che fra Cavour e Cirio non c'è poi tutta quella differenza, sempre Piemontesi sono...

... solo che il primo ha fatto l'Italia, il secondo contribuisce con molti altri a disfarla, minando la salute dei Piemontesi con il Covid fuori controllo e smantellando il poco che il centrosinistra aveva risparmiato.
Cavour era di casa nella capitali europee, a Cirio debbono difettare le competenze geografiche, particolarmente utili per chi dovrebbe tenere a bada un assessore leghista che vorrebbe rispedire al di là del mare tutto quello che arriva da noi.
Arcuri procura (in ritardo) le mascherine tanto agognate, le manda alle regioni perché le distribuiscano. 
In Piemonte, Cirio e Icardi le imbustano con tanto di stemma regionale ed etichetta recitante "Prodotto e imbustato da aziende Piemontesi", ignorando la regola grammaticale che sconsiglierebbe la maiuscola agli aggettivi. 
Il cittadino riceve il tutto in buca, apre la busta e trova una mascherina con regolare etichetta Made in Marocco. 

USCIRNE PAZZI: QUELLI CHE...

Oramai stiamo impazzendo. Per via della quarantena o c'è altro? 


1) "Conte è brutto, incompetente, cattivo" e tutto il male possibile...I più onesti corrono subito col pensiero ai precedessori (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti, Berlusconi...): pensate a uno di questi a gestire la pandemia.Così i più onesti si ridimensionano con un "beh, non si può nemmeno criticare?"
2) "I ministri di Conte sono dei mentecatti" - specialmente quelli che vengono dal M5S -, poi fanno la lista dei loro predecessori (chi si ricorda di Alfano prima alla Giustizia con Berlusconi, poi agli Interni e poi agli Esteri nel governo delle sinistre?) e idem: "beh, non si può nemmeno più criticare?". I ministri di Conte sono ciò che il paese mette a disposizione per farsi governare; tutti i cultori della "meritocrazia col curriculum degli altri" stavano zitti anche di fronte all'evidenza quando i parvenu giungevano, appunto, dai partitoni sedicenti rossi e dai puntelli ondivaghi che raccattavano in Parlamento in cambio di qualche emendamento, se si accontentavano di poco. Adesso sono diventati tutti esegeti dei congiuntivi altrui.

LA PANDEMIA DI CORONAVIRUS PUO' ESSERE IL GRANDE LIVELLATORE DELLE DISUGUAGLIANZE? di R.Godin

Cercare nella Storia le dinamiche economiche delle pandemie aiuta a capire come potremmo uscirne meglio. L'articolo di "Mediapart" aiuta

Mentre i mercati azionari scendono e la crisi colpisce le aziende, potrebbe sorgere la questione se il coronavirus possa indirettamente, come le grandi pandemie del passato, ridurre le disparità. La risposta è: sarà la politica ad avere l'ultima parola.
Dall'11 marzo l'epidemia di Covid-19 è diventata ufficialmente una pandemia. Quest'ultima si sta diffondendo in un mondo in cui, con rare eccezioni, le disuguaglianze sono aumentate enormemente negli ultimi tempi. Insieme al problema del clima, questa è la sfida principale per il prossimo decennio. Tuttavia, le principali epidemie sono state storicamente potenti forze per la ridistribuzione della ricchezza e la riduzione delle disuguaglianze. Da qui la domanda: il coronavirus può portare a un massiccio riequilibrio e alla fine di ciò che Thomas Piketty chiama l'era del “neo-proprietarismo meritocratico”?