07/27/07

venerdì, luglio 27, 2007

In galera li panettieri.


di Dotturbo

La dinamica dei prezzi cerealicoli per panificazione e prodotti assimilati ha ultimamente subito un incremento rilevante sui mercati internazionali. Le cause più evidenti derivano da dinamiche congiunturali (aumento complessivo della siccità) e strutturali (mutamenti delle abitudini alimentari da parte di popolazioni numerose, come quelle dell’Estremo Oriente, che tendono a passare man mano dal riso ai cereali; incremento della domanda di biodiesel - causato, al di là degli "afflati" ecologistici - dall’aumento dei prezzi petroliferi susseguente alla forte domanda di tali prodotti da parte dei Paesi emergenti, anche qui dell’Estremo Oriente, che si ripercuote sui prezzi del mais, i quali fanno notoriamente da "benchmark" per tutto il comparto).

E il pane aumenta.

Ma non è questa la causa principale dell’aumento dei prezzi del pane. Per esemplificare i termini del problema, accenniamo alla filiera che parte dalla spiga a arriva fino alla pagnotta. Si consideri innanzitutto il prezzo del grano duro, stimabile mediamente, sul nuovo raccolto (a seconda del contenuto di "panificabilità", cioè del glutine, degli enzimi e degli zuccheri presenti) di luglio 2007 intorno ai 26,00/28,00 euro a quintale: cioè 0,26/0,28 euro al kg, contro un prezzo base del pane di circa 3 euro al kg.

La domanda che sorge spontanea è, evidentemente, questa: "come può la materia prima del prodotto di consumo più comune rappresentare solo l’8% del suo costo?" Può... può! In passato ci sono state non poche rivoluzioni popolari, a causa di questo.

 

IL BELPAESE IN FIAMME.


di Stefano Zanotto

Una volta tanto possiamo essere d'accordo con la Cei. Un editoriale dello scorso giovedì dell'Avvenire, il quotidiano della Conferenza dei vescovi italiani, prende fermamente posizione sulla questione degli incendi. Appiccare il fuoco, scrive Paolo Viana, è peccato grave, «anche se si serve questo disegno criminale per sbarcare il lunario».

L'editoriale continua poi evidenziando come esista una buona legge in proposito, la 353/2000 (Legge-quadro in materia di incendi boschivi) in pochi casi applicata con rigore, a causa soprattutto delle mancanze degli Enti locali a cui la legge delega compiti e iniziative. È ciò che ha ricordato anche Bertolaso nella polemica tra Protezione civile e sindaco di Peschici sulla tempestività dei soccorsi nel Gargano. Secondo la Legge n. 353, infatti, alle Regioni spettano diverse competenze su prevenzione e sorveglianza degli incendi boschivi. Ai Comuni spetta, invece, un compito fondamentale per la realizzazione di un punto qualificante della normativa: la stesura del catasto degli incendi. Questo permette di individuare con precisione i fondi andati in fiamme e di applicare ad essi tutte le restrizioni e i vincoli previsti per neutralizzare le finalità speculative dei piromani. La legge prevede infatti che su un bosco andato in fiamme non si possa modificare la destinazione d'uso del terreno per 15 anni. Per 10 anni non si può invece edificare né praticare la caccia o la pastorizia. Per 5 anni, infine, non si possono ripiantare alberi, a scoraggiare anche chi trae profitto dalle attività di rimboschimento.

Sono solo una minoranza i Comuni italiani che hanno approvato il catasto degli incendi: secondo dati diffusi da Legambiente, la Liguria sarebbe ad esempio l'unica regione in cui i Comuni adempienti a questo compito superano il 50%. Come spesso capita nel nostro Paese una buona legge rimane lettera morta, vuoi per i percorsi tortuosi imposti dalla burocrazia, vuoi per carenza di fondi o ancora per l'intollerabile negligenza degli amministratori pubblici.