02/15/07

giovedì, febbraio 15, 2007

effetti di neve dorata.


di Dotturbo

Non sono più i tempi della Valanga Azzurra. Molte cose sono cambiate ed altre restano come allora, ma, comunque, la soddisfazione di un Oro (il quattordicesimo) mondiale nello Sci alpino, l’Italietta se l’è presa. Non è poco, un Campionato del Mondo portato a casa in una prova veloce come il SuperG. L’ ultimo a vincerne una prima di Patrick Staudacher era stato Zeno Colò, oltre mezzo secolo fa.

Ancor più bello, oltre all’aver regolato i mostri sacri austriaci e svizzeri della specialità, è stato il fatto che il vincitore sia un giovane "lavoratore" delle nevi. Nel senso che, da noi, i giovani come l’altoatesino riescono a sopravvivere economicamente per la loro carriera agonistica solo grazie a un impiego" effettivo" presso i corpi militari statali. A differenza di altri paesi, dove la cultura e il business dello sci alpino hanno da sempre giustificato la formazione di strutture parallele di sostegno all’attività dei migliori atleti (e i costanti risultati, ovviamente, ne sono la normale conseguenza), non c’è in Italia quasi mai, salvo essere atleti con una "fortuna" di famiglia alle spalle (com’era accaduto per Alberto Tomba), altra via che arruolarsi, fare la propria carriera agonistica cercando nel contempo di diventare maestri di sci e, quindi, dedicarsi all’insegnamento di questo sport fino alla pensione.

Non è una vita in cui si navighi nell’oro, anzi. Gli stipendi di un carabiniere come Staudacher sono quelli che sono e gli sponsor tecnici è già tanto che forniscano un materiale all’altezza. Molti atleti in fase di crescita sono spesso costretti a pagare di tasca loro certi materiali speciali. Esclusivamente i "top seven" di ogni specialità ricavano introiti rilevanti da sponsorizzazioni e federazioni (oggi, solo qualche atleta eccezionale come Miller e Raich incassa più di un milione di euro), sicché la situazione economica per la vecchiaia può risultare spesso problematica: si pensi a Zeno Colò, costretto a mendicare la "legge Bacchelli" per sopravvivere in età avanzata. Oltretutto, le prospettive di lavoro per i maestri di sci sono pessime, a causa dell’innevamento sempre più precario, degli alti costi delle lezioni e degli impianti di risalita che hanno sempre più allontanato la massa degli utenti. Le lezioni private quasi non si fanno più e solo i maestri più giovani, che si sono specializzati come allenatori federali oppure, ma sono pochissimi, come istruttori nazionali, possono contare sul (tuttavia modesto) bacino dei giovani agonisti e degli aspiranti maestri.

E’ una situazione che, nel suo complesso, appare avvitarsi senza possibilità di soluzione, quella degli sport invernali alpini (quelli nordici non hanno mai avuto grande seguito) in Italia. L’unico tentativo da esperire, e questo proprio grazie all’eco di successi inaspettati come quello di Staudacher, potrebbe essere quello di ristrutturare l’intero sistema agonistico, sottraendo la parte gestionale ad una federazione ormai da tempo inefficiente per conferirla a un management professionale. Esperienze come quella americana e canadese, che non sono certo "templi dello sci", hanno dimostrato come una siffatta impostazione possa creare grandi campioni e traini importanti per l’intero settore.

 

pane e circo.


di Stefano Zanotto

«Per una cosa da nulla scoppiò un feroce conflitto tra gli abitanti di Nocera e quelli di Pompei, durante uno spettacolo di gladiatori [...] I provinciali, con l'intemperanza loro propria, scagliarono dapprima insulti gli uni contro gli altri, poi sassi; da ultimo diedero mano ai pugnali [...] molti dei nocerini furono riportati nella loro città mutilati per le ferite, e gran parte di essi piangeva la moglie dei figli o dei genitori [...] I senatori vietarono ai pompeiani, per dieci anni, siffatte riunioni; e le associazioni create illegalmente furono sciolte».

È un passo degli Annali di Tacito, storico latino, e si riferisce al periodo dell'imperatore Nerone. Ma sostituendo "spettacolo di gladiatori" con "partita di calcio", il racconto potrebbe adattarsi benissimo ai fatti di queste settimane. Il calcio è il panem et circenses dei nostri tempi o, se preferite, un moderno oppio dei popoli: in altre parole, un formidabile mezzo di controllo sociale. Senza voler sminuire la gravità dei fatti di questi giorni, appare incredibile lo sforzo in termini di tempo, energie e soldi (i nostri) con cui le istituzioni si stanno adoperando per garantire la sicurezza negli stadi e combattere la violenza. Altrettanto fuori luogo sembra lo spazio che i media stanno dedicando all'argomento. Intanto in Italia ci sono ogni anno più di mille morti per infortuni sul lavoro, tanto per dirne una...

Detto questo, vogliamo spendere però ancora due parole sui fatti di queste settimane, partendo da un'altra analogia che si riscontra coi tempi di Nerone: la risposta esclusivamente repressiva dello Stato nei confronti dei "tifosi". Senza voler mettere in dubbio la necessità di misure radicali vista la gravità della situazione, bisogna però anche stare attenti a non fare di tutta l'erba un fascio. Il mondo degli ultrà è complesso, presenta un sacco di sfaccettature e di contraddizioni. La violenza è un elemento di questo mondo, ma non è il solo, sebbene sia l'unico a essere messo in risalto dai media e anche se bisogna ammettere che sono in crescita i gruppi che hanno nello scontro la loro ragione di esistere. Il tifo delle curve non è però soltanto questo: è anche aggregazione, partecipazione, protagonismo giovanile... Con la parte sana dei gruppi organizzati bisognerebbe cercare il dialogo, il confronto. Ad esempio ci sono tifoserie, come quella del Perugia, che da anni organizzano iniziative dentro lo stadio contro il razzismo. Date un'occhiata al sito di Progetto ultrà un'iniziativa della Uisp per contrastare la violenza e l'intolleranza e per difendere la cultura popolare del tifo.

Di questa cultura, però, il business del pallone, quello che ha fatto pressioni per ricominciare dopo una settimana di stop, non sa che farsene. I dirigenti del grande calcio e i suoi sponsor miliardari sognano lo stadio per famiglie, che prima della partita fanno acquisti al centro commerciale incorporato nello stadio e dopo vanno a ristorante o al cinema, possibilmente sempre dentro lo stadio. Sogna insomma un consumatore passivo che assiste a uno show con musica dagli altoparlanti, pop corn e coca cola, e spettacolini annessi e connessi. Saranno così gli stadi di domani?

 

... e se avesse sparato?.


di Dotturbo

Avremmo avuto quasi certamente un nuovo caso Giuliani. Quasi, perché il fatto di Catania non avrebbe potuto risultare in alcun modo politicamente connotato com’era accaduto per quello di Genova e, quindi, le polemiche avrebbero con ogni probabilità goduto di un portage meno "poliennale". Certo, la situazione criminale in cui si è ritrovato a perdere la vita il poliziotto Raciti è talmente simile nella dinamica a quella vissuta dal carabiniere Placanica da lasciare spazio ad alcune riflessioni.

Premettiamo due parole sulle questioni di tipo squisitamente politico che hanno determinato la chiusura degli stadi sino "a nuovo ordine" con motivazioni che, francamente, ricordano provvedimenti da Stato di guerra e non interventi di ordine pubblico confacenti a un Paese democratico. Un singolo fatto criminale non può venire interpolato nella questione generale del mantenimento dell’ordine pubblico. Lo Stato e gli organi di polizia hanno ampiamente i mezzi per mantenerlo. Che poi l’uso non appropriato o insufficiente di essi non consenta di risolvere determinati momenti critici è un problema applicativo, non legislativo. Poniamo alcune ipotesi su cosa sarebbe potuto accadere a Catania in alternativa alla morte di Raciti. Al di là dei riscontri afferenti ad eventuali pregressi che potrebbero aver generato le basi di un crimine, su cui la magistratura potrà far luce, ci sono almeno due eventualità alternative circa l’accaduto.

Caso uno. Raciti non moriva. Il lavabo che lo ha ucciso, sfondando il lunotto, finiva sulla capote dell’auto dove il poliziotto si era ricoverato. Raciti si metteva così in salvo. Quante righe e quale copertura di tempo avrebbero dedicato i notiziari? Qualcosa in più se il poliziotto fosse rimasto ferito, ma poca roba di sicuro. Caso due. Raciti, per salvarsi la vita, faceva fuoco e colpiva quello che, come è effettivamente accaduto, sarebbe stato il sua assassino. Anche qui, due possibilità. Il criminale, se ferito, sarebbe stato disegnato come teppista, comunque vittima più o meno della società, da una cospicua parte dei media, che ne avrebbero avuto per almeno un paio di giorni. Oppure sarebbe morto, da cui un sollevamento simil-Giuliani che non avrebbe però presumibilmente (per quanto detto sopra), portato a proporre di intitolare a costui qualche sala di una delle Camere, ovvero fatto presumere per qualche suo parente un‘elezione a parlamentare alle prossime consultazioni. Raciti, dal canto suo sarebbe in questo caso stato massacrato mediaticamente e politicamente come accaduto con Placanica.

Caso tre:quello effettivo. Raciti muore. Da eroe. I cattivi sono identificati in tutti i frequentatori degli stadi ( cioè in nessuno), oltre che in quel giovane assassino, che ne è l’espressione materiale, e che, fortunatamente per lui essendo minorenne, se la caverà con poco in termini di pena. Quello che emerge con sconcertante sillogismo, al di là di quanto rilevabile nelle parole comprensibilissime di una povera vedova, è tutto sui due piatti di una bilancia. In quel posto ed in quel momento, Raciti non aveva quasi altra possibilità che ritrovarsi ricordato in futuro come un eroe morto oppure come un omicida vivo.