11/05/08

mercoledì, novembre 05, 2008

La Nota sul Consiglio Regionale.


In questi giorni stiamo assistendo a un vero e proprio strike dell'economia e della politica mondiale e locale. E' strike il successo quasi plebiscitario di Obama oltre Oceano; è strike la spaventosa crisi economico-finanziaria globale, checché se ne dica; è strike per l'emergenza che non conosce frontiere e latitudini e tocca tanto i mercati e la comunità asiatici che l'Eurozona e, udite udite, la nostra piccola Italia.

Tremonti cerca di defilarsi; l'ordine di scuderia è quello di non trasmettere ansie e pessimismo, ma non gli riesce molto in verità. Anche il premier del resto ha un po' perso la consuetudinaria fiducia a oltranza, quasi una messinscena, e le ombre sembrano calare su una realtà globale in totale recessione, stagnazione e via dicendo: ma si deve dirlo sottovoce e con pudore per non spaventare il pueblo!

La Confindustria chiede interventi speciali, di sostegno alla grande e alla medio-piccola impresa; l'impoverimento cresce: a Londra cominciano i saldi prima ancora che si cominci a vendere per le tradizionali festività natalizie; in Piemonte, per contestualizzare un po' l'auto arranca, l' Azimut chiude, la Motorola chiude, la Pininfarina sprofonda negli abissi, la Dayco forse non......insomma non c'è molto da stare allegri, ma non bisogna perdere l'ottimismo, qualcuno dice: vaglielo a spiegare a chi è senza lavoro o con un lavoro precario o il lavoro lo ha perso in questa folle corsa al massacro!

Più di una volta abbiamo scritto che i Governi mondiali hanno rinunciato a governare ormai da tempo, vittime e conniventi del potere finanziario e di una collettiva sbornia che ora mostra tutti i suoi dirompenti e nocivi effetti. Ora dovranno fare la cosa più naturale al mondo per la loro intrinseca natura: vale a dire decidere e governare, proprio perché si chiamano "Esecutivi" e "Governi": se non governano la realtà, o magari almeno solo ci provassero, che ci stanno a fare?!

La situazione insomma non è delle migliori, è chiaro a tutti direi, e cadere nel pessimismo non serve a nulla, ma neppure perdere di vista la realtà ci sembra saggio e salutare.

In Consiglio regionale, proprio oggi, si è parlato di lavoro e di eventuali misure di un piano regionale atto a tamponare gli effetti dolorosissimi di un sistema economico frantumato e frantumabile. Incredibilmente - ma a suggello dello stato di emergenza - maggioranza e opposizione si sono trovate concordi nel cercare una linea comune, una convergenza di soluzioni e di sforzi, mostrando una coesione che finora sembrava utopica e maldestra. E questo ci fa capire ancor più che la situazione è molto grave; forse non terminale, ma grave comunque, e che necessita dell'impegno e dell'ingegno di tutti coloro che sono chiamati a governare gli eventi e gli accadimenti di un sistema-mondo imbizzarrito.

Nel corso dei lavori è apparso un documento, letto dall'assessore al Welfare Migliasso, in cui emergono le seguenti considerazioni:

Non si deve drammatizzare, concetto ribadito anche dalla presidente Bresso, oltremisura la situazione, come siamo spesso abituati a fare, perché è opportuno lanciare dei messaggi positivi, sottolineare che, pur tra tutte le difficoltà che ci stanno di fronte, la comunità piemontese è pronta ad accettare la sfida che questa nuova crisi ci pone, e ha le capacità e le potenzialità per uscirne fuori verso una nuova fase di sviluppo;

Bisogna riconsiderare la questione degli ammortizzatori sociali, alla luce anche del lavoro precario e flessibile;

Si deve supportare il credito alle imprese e impiegare tutte quelle soluzioni, a cui sta peraltro lavorando il ministro Tremonti, per fronteggiare la situazione;

Si deve rifondare la finanza mondiale, possibilmente in chiave etica;

Si devono impiegare non solo soluzioni difensive, ma pensare anche al rilancio dell'economia e al suo rafforzamento, nonché al reinserimento e alla riqualificazione dei lavoratori estromessi, giocoforza e loro malgrado, dal sistema.

Queste, occhio e croce, le misure da prendere in termini celerissimi, tanto che quest'oggi la presidente Bresso è scesa a Roma per la Conferenza Stato-Regioni, con la speranza di trovare una sponda e una spalla "amica" nel governo centrale.

 

 

 

Tanta voglia di centro.


 

 

di Guglielmo Riccardi 

“Perché ci interessa così tanto un centro liberal democratico? E perché in Italia non ne è mai sorto uno?”. Ha preso spunto da queste due domande l’intervento di Luca Ricolfi, docente di Analisi dei dati presso la facoltà di Psicologia dell’università di Torino, ieri sera nella sala ”Pasquale Cavaliere” di via Palazzo di Città, a Torino. Il tema della serata organizzata da CIVICA Torino era: “Il terzo polo della politica. Quanto conta il partito di Montezemolo?”, di fatto un’analisi condotta dalla rivista “Polena” (POLitical and Electoral NAvigations) che ha immaginato un’entità politica collocata oltre la destra e la sinistra e guidata da Luca Cordero di Montezemolo e che ha chiesto a un campione di duemila intervistati se e quanto erano interessati a questa nuova formazione politica di centro.

I risultati dell’analisi - svolta nell’ottobre di un anno fa - sono stati esposti da Silvia Testa, docente torinese di Psicometria di base. Nell’occasione, agli intervistati era stato chiesto di esprimere una preferenza tra cinque schieramenti politici realmente esistenti (Sinistra Arcobaleno, Pd, Centro cattolico, Pdl e Lega Nord) e, in un secondo tempo, di fare altrettanto tra gli schieramenti di cui sopra arricchiti da una sesta formazione: il centro di Montezemolo. Ebbene, la nuova formazione di centro avrebbe raccolto – secondo l’analisi di Polena – il 12,2 per cento dei consensi, risultando la terza forza del Paese ed erodendo spicchi di elettorato a ciascuno degli altri cinque contendenti: il 4,3% al Pd, il 3,4% al Pdl, il 2% alla Lega Nord, l’1,8% al Centro cattolico e lo 0,7 alla Sinistra Arcobaleno. Numeri ai quali la professoressa Testa ha aggiunto dettagli in merito alla collocazione religiosa e anti-politica del nuovo soggetto e rivelato in quali fasce d’età (pensionati e studenti) e zone dell’Italia (Nord-Ovest) esso registrerebbe il gradimento maggiore.

Esposti i numeri è toccato a Ricolfi e a Claudia Porchietto, presidente dell’associazione Piccole e medie imprese, riflettere a proposito del centro e del bisogno di centro. “Se ne sente la necessità – ha detto Ricolfi – perché il sistema politico nazionale è fermo da quindici anni. Ecco perché abbiamo disperatamente bisogno di un partito che voglia modernizzare l’Italia”. Un appello che, secondo il docente universitario e direttore di Polena, deve comunque fare i conti con una considerazione: “In Italia – ha affermato Ricolfi – negli ultimi anni è legittimamente cresciuta la cultura dei diritti, ma non ha trovato altrettanto spazio una nuova cultura dei doveri”. Risultato? “Più che un partito liberal democratico, servirebbe una mentalità liberal democratica”. Oggi assente tra gli elettori e tra le forze politiche: “Pd e Pdl pongono molta attenzione ai problemi della spesa, ma non si curano di quelli della crescita. Ridurre, ad esempio, la pressione fiscale sulle imprese non rientra nei loro piani d’azione. Privilegiano le famiglie sulle imprese senza tenere conto del fatto che, se aiutate a dovere, possono essere proprio  le imprese ad aiutare le famiglie”.

Un assist ideale per Claudia Porchietto. Il presidente della Pmi non ha lesinato critiche né a destra né a sinistra (“Tutti – ha detto – in sede di campagna elettorale avanzano proposte interessanti che cinque minuti dopo la chiusura delle urne ripongono nel dimenticatoio”) e ricordato una drammatica verità: “Questo isterismo finanziario mette in enorme difficoltà l’economia reale. In un simile contesto, se si parla con leggerezza di incentivazioni decise dallo Stato si rischia di creare danni ulteriori a chi già si trova in sofferenza”. Tiratina d’orecchie anche alle Camere di commercio: “A volte viene da domandarsi a cosa servono – ha dichiarato Porchietto -. Eppure proprio loro potrebbero avere un ruolo determinante nel processo di modernizzazione che serve all’Italia”.

Siparietto finale con Luca Cordero di Montezemolo idealmente al centro della scena. “Con un altro leader al posto suo, il centro liberal democratico avrebbe preso ancora più voti”, ha detto Porchietto rivolgendosi a Ricolfi. “Lascia perdere – ha ribattuto il professore -: ho pure dimenticato di spedirgli la rivista”. “Meno male – è stata la risposta finale del presidente dell’associazione Piccole e medie imprese -. Sennò Montezemolo era capace di candidarsi per davvero”.
 

Tanta voglia di centro.


 

di Guglielmo Riccardi

“Perché ci interessa così tanto un centro liberal democratico? E perché in Italia non ne è mai sorto uno?”. Ha preso spunto da queste due domande l’intervento di Luca Ricolfi, docente di Analisi dei dati presso la facoltà di Psicologia dell’università di Torino, ieri sera nella sala ”Pasquale Cavaliere” di via Palazzo di Città, a Torino. Il tema della serata era: “Il terzo polo della politica. Quanto conta il partito di Montezemolo?”, di fatto un’analisi condotta dalla rivista “Polena” (POLitical and Electoral NAvigations) che ha immaginato un’entità politica collocata oltre la destra e la sinistra e guidata da Luca Cordero di Montezemolo e che ha rivolto a un campione di duemila intervistati se e quanto erano interessati a questa nuova formazione politica di centro.

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