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PASSERELLE TOSSICHE

I politici e le loro prediche nelle scuole, generano tossine anche lì. Ecco cosa combinano il sindaco portaborse e la sua padrona "imprenditiva"...
Tra il dire e il fare…
Auditorium di una importante scuola superiore, assai ben frequentata e sempre disponibile a innovare, aprirsi al territorio e sostenere gli studenti nelle scelte complicate che la vita riserva loro. Una mattinata di qualche giorno fa vi convergono gli allievi delle quinte superiori delle scuole della città. Obiettivo: partecipare a un’iniziativa del Comune finalizzata a migliorare i rapporti con Università, Poli e quant’altro per meglio orientare i ragazzi e le ragazze alla scelta dopo il diploma.
Studenti ben contenti di esserci (anche per via delle ore di lezione che saltano) e vogliosi di sapere qualcosa di più e di meglio di quello che i loro docenti hanno provato a confezionare per raggiungere i medesimi obbiettivi: stages, visite in aziende, incontri con professionisti, lezioni all’università, testimonianze di ex-allievi. Si sa che, di fronte a uno snodo così importante nella vita, le informazioni e gli stimoli non bastano mai, dunque eccoli lì! .
Ci trovano alcuni docenti delegati dell’Università di Torino, che racconteranno loro in pochi minuti quello che già sanno e  che si sono sentiti raccontare parecchie volte, un imprenditore che spiega loro come ha fatto (testimonianza quanto mai utile); non ci trovano nessun lavoratore che spieghi loro come fa (retorica terzinternazionalista)…, ma pazienza. Tutto serve e, sebbene l’iniziativa non abbia propriamente il marchio dell’originalità e della contestualità…

DOCENTI A TASSAMETRO

Gli effetti di scelte sbagliate si manifestano solo molto tempo dopo, quando hanno già prodotto i risultati negativi da cui qualcuno all’inizio metteva in guardia. Stavolta tocca alla scuola.
Come affossare la scuola statale
In questi giorni – genitori e studenti non lo sanno – oltre agli scrutini e alla compilazione di scartoffie sempre più inutili ed incomprensibili, gli insegnanti sono alle prese con la dichiarazione delle ore “lavorate” in aggiunta alla propria funzione: corsi speciali, recupero di allievi insufficienti durante l’anno, attività di coordinamento dei consigli di classe, conduzione di attività di stage per gli studenti delle classi terminali e chi più ne ha, più ne metta. Sono tutte voci che servono a  determinare la consistenza del cosiddetto “salario aggiuntivo”, una specie di paghetta per quelli che hanno fatto qualcosa in più degli altri o che hanno seguito qualche progetto di interesse collettivo.
Trattasi di una “grande” conquista sindacale di fine anni ‘80, prima gli insegnanti erano pagati tutti uguali (lo stipendio progrediva per anzianità) e la buona organizzazione della scuola dipendeva dalla capacità dei presidi di motivare e progettare l’impiego ottimale di ogni docente a sua disposizione.
Nella scuola – non in tutte, si sa che in Italia ogni luogo è una repubblica a sé - si facevano più attività di oggi e l’attenzione ai bisogni degli allievi non era certamente più bassa di oggi. Ma il vento stava cambiando: bisognava “valorizzare la funzione docente”, “premiare le funzioni strumentali” e via dicendo, così il Ministero ha cominciato a dotare le scuole del “fondo di istituto”. Si tratta di un fondo, determinato ogni anno dal Ministero stesso, che serve a pagare tutte le prestazioni diverse dalla lezione in classe. L’ammontare del fondo cambia a seconda dell’ordine di scuola e del numero di studenti.
Era la trasposizione scolastica della Milano da bere, dell’Italia che si modernizzava, del “adesso basta con questo egualitarismo, queste sperimentazioni, queste velleità che ci portano lontano dai paesi più evoluti”. Per valorizzare la funzione e il lavoro dei docenti si sceglieva di non intervenire più sulla qualità del servizio erogato, ma sulla monetizzazione (ridicola già allora) di presunte o reali competenze e professionalità. Governi e sindacati insieme di qualunque colore fossero.

Anche allora c’erano le cassandre, facili profetesse di sventura. Sostenevano che, essendo la scuola una “comunità educativa”, non sarebbe stato un bene introdurre forme di competizione esasperata fra gli insegnanti, oltretutto per un pugno di spiccioli. Meglio sarebbe stato fare come già nelle scuole francesi, tedesche e dei nord Europa. Laggiù la funzione docente è una sola e comprende al suo interno anche una serie di attività diverse dalle ore di lezione in classe: preparazione e correzione degli elaborati, espletamento di mansioni utili al buon funzionamento della scuola, colloqui e incontri con i genitori, coordinamento delle attività comuni (per materia e per fascia d’età), recupero degli svantaggi, assistenza e personalizzazione dell’intervento verso i ragazzi con problemi sociali o cognitivi particolari, rapporti col territorio, aggiornamento e così via. Tutte attività da realizzare a scuola con un orario che fosse comprensivo di tutte le funzioni connesse al lavoro del docente. L’insegnante diventava un lavoratore con un orario corrispondente al vero, controlli e  verifiche sulle sue prestazioni, una progressione di carriera legata anche alle sue specializzazioni e  e alla qualità della prestazione che mette a disposizione della scuola tutta e che la qualifica.
Così l’avremmo chiuso la bocca a chi sostiene che gli insegnanti lavorano poco, che sono dei privilegiati e che, perciò, non debbono lamentarsi se i loro stipendi sono quello che sono e il loro prestigio sociale in picchiata. Naturalmente, per un pugno di ceci, anche la gran parte dei colleghi sposò l’opzione sindacale con tipico atteggiamento italico: ottenere più soldi, perché lavoriamo tutti tantissimo e tutti siamo talmente bravi e qualificati che meriteremmo assai di più di quello che abbiamo. Se il nostro vicino di aula sta a bocca asciutta, la cosa non ci riguarda, ha solo da farsi furbo. Se la scuola va a picco, ci lamentiamo un  poco e diamo la colpa a qualcun altro: le famiglie, gli allievi, i nostri colleghi delle scuole primarie che non insegnano bene eccetera.

Per tutti gli anni ‘90 e anche nel nuovo secolo il fondo era abbastanza corposo da ricavarci la paghetta per i più attivi fra i docenti, in questi ultimi anni il fondo si va riducendo drasticamente, anno dopo anno. Gli ultimi due governi hanno preso da lì i soldi per ripristinare gli scatti di anzianità agli insegnanti. Risultato: le ore di lavoro aggiuntivo sono pagate sempre meno, in qualche caso non ci sono più i soldi neanche per un presente. I docenti “a tassametro” cominciano a ridurre le loro prestazioni, i corsi di recupero sono decimati, attività importanti non si fanno più e circola il malumore. Sono le riforme a costo zero che accontentano ora l’uno ora l’altro, sempre a scapito della qualità del servizio e delle risorse disponibili a migliorarlo.
Oramai siamo tutti abituati a fornire prestazione aggiuntive se ci pagano extra, sennò nisba. Dato che “non ci sono soldi” le prestazioni calano sempre di più; dentro a volte ci sono anche cose che abbiamo sempre fatto senza nessun compenso, solo che ce ne siamo dimenticati. Ma l’abitudine al tassametro è talmente entrata nella testa di tutti noi insegnanti che si fa davvero fatica a liberarsene, magari a favore della rivendicazione di una diversa strutturazione del nostro lavoro.

L’opinione pubblica continua a pensare che siamo degli sfaticati. Quelli tra noi che vogliono lo stesso fare le attività che servono alla scuola nel suo complesso e ne qualificano l’intervento combattono con l’ambiguità della scelta, in fondo è come se facessero del lavoro gratis. Chi faceva poco prima, adesso fa ancora meno. Con l’alibi del salario.

Io ero una delle cassandre. Cominciai a disertare il mio sindacato proprio quando prese questa strada, ritenevo che l’ubriacatura individualista avrebbe portato la scuola alla distruzione, soprattutto l’avrebbe resa inidonea a costruire lo Stato attraverso la responsabilizzazione e l’educazione alla cittadinanza. Purtroppo la realtà si sta rivelando perfino peggio delle previsioni che facemmo allora: tempo pieno e tempo prolungato messi pesantemente in discussione e, comunque, formule orarie sempre più vuote dei contenuti didattici ed educativi che le avevano ispirate; scuola superiore di massa con strutture e articolazioni che ricalcano quelli della scuola superiore di noi ultracinquantenni.
La scuola pubblica si rilancia e si impone con un cambio di rotta anche in questi elementi costitutivi. Un po’ di preparazione in più, di serietà nell’approccio, attenzione ai diritti e anche ai doveri, assunzione di responsabilità: è quello che intanto serve per accompagnare e far fruttare gli eventuali investimenti economici. Servirebbe però anche tanto un sindacato all’altezza, capace di  organizzare il personale della scuola per cambiare strada.

Specie nei servizi pubblici, non c’è lotta per i diritti sindacali se non si accompagna alla battaglia per il miglioramento del servizio. Di questi ci siamo dimenticati troppo spesso e  per troppo tempo. Il cambiamento possibile si realizza anche così.

Mariano

IL GATTO E IL TOPO

Da un mese Renzi è segretario del PD, da 15 giorni i social network hanno sviluppato una nuova funzione: il frustino.
Potenza di un tweet
Il governo fa l’ennesima stupidaggine, annunciando che si riprenderà gli scatti di anzianità al personale della scuola, erogati l’anno scorso,  a colpi di comode rate da 150 euro mensili trattenute direttamente sulla busta paga.
La minchiata la fa a scuola chiuse e chi se ne accorge non riesce (o non vuole) dare risonanza alla cosa, tranne che quelli del M5S (mediaticamente) e i sindacati degli insegnanti (in sordina). La bomba esplode con l’approssimarsi della riapertura delle scuole, Renzi prontamente si accoda alle manifestazioni di incredulità a fronte di una scemenza così madornale, minacciando fuoco e fiamme per far recedere il governo (l’altro ieri). Il giorno dopo (ieri) Letta convoca i due ministri pasticcioni e il provvedimento viene revocato. Stipendi salvi, figuraccia galattica, insegnanti sempre più bendisposti verso il governo, spero anche verso il partito che ne è “genitore” ormai unico.
Questa è l’ennesima figura di Letta  e del suo governo che sta cominciando a far rimpiangere quello di Monti: ministri in bambola, l’uno contro l’altro e palesemente incapaci di controllare e guidare le strutture dei loro ministeri che paiono agire secondo i voleri di dirigenti inamovibili e fattisi casta, non certo dei ministri in carica.

LA SCUOLA IN SUBBUGLIO

Scioperi, cortei, assemblee infuocate, ma che succede nella scuola italiana? Il governo Monti rianima perfino gli insegnanti. Sabato 24, manifestazione nazionale con defezioni importanti.
L’eterno equivoco
Il poco accorto ministro Profumo esterna la sua volontà di aumentare di sei ore l’orario degli insegnanti delle medie e delle superiori – ovviamente senza alcuna contropartita economica - e subito si scatena la giusta protesta degli insegnanti.
Ma come – dicono – il nostro orario non è mica fatto delle sole ore frontali di lezione! Ci sono i rapporti coi genitori, i consigli di classe, i collegi dei docenti. Le lezioni dobbiamo pur prepararle, oggi più che mai con le nuove tecnologie a cambiare la didattica e a richiedere ore di lavoro per la costruzione di schemi e supporti all’apprendimento da servire ai pargoletti poco propensi allo studio tradizionale. E poi ci sono i compiti da correggere…”.
Tutto vero: ma è per tutti la stessa cosa? Tutti fanno compiti in quantità che poi debbono correggere? Tutti preparano lezioni e si sbattono per aggiornare metodi e contenuti del loro lavoro? Ovviamente, no, e sarebbe terribile se gli insegnanti fossero tutti uguali, assatanati di scuola e persecutori di studenti.

LA SCUOLA REPUBBLICANA MUORE [1]

Non è un'esagerazione, le cose stanno proprio così. In tanti lo sanno, parecchi lo avvertono e ne hanno terrore, qualcuno lancia grida d'allarme, qualcun altro fa il conto di quanto gli manca per andare in pensione, qualche genitore si trascina per i corridoi a pietire la promozione del rampollo, altri si lamentano per le condizioni di lavoro, per il numero di allievi per classe, perché "gli studenti non sono più quelli di una volta". Difficilissimo imbastire una reazione che vada oltre la pur importante manifestazione estemporanea del sabato pomeriggio o la partecipazione a qualche convegno/assemblea sul tema.
La scuola pubblica statale l'hanno smontata e adesso la stanno facendo morire. Chi? Il centrodestra? Magari fossero solo loro!
La Moratti prima e la Gelmini poi hanno lavorato con criterio e determinazione per disfare tutto senza un'idea di cosa metterci al posto, ma hanno trovato la collaborazione un po' di tutti i soggetti che con la scuola hanno a che fare. Le generalizzazioni falsano la realtà, con questa avvertenza passiamo a "fare l'appello".