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QUANTI ERORRI A MIRAFIORI

I terreni e i lavoratori di Mirafiori nelle pentole della cucina politica
Su l'Espresso in edicola la settimana scorsa l'opinionista Massimo Riva (leggi l'articolo) traccia in poche righe un'analisi che il ceto politico piemontese (e non solo quello) dovrebbe mandare a memoria. Soprattutto adesso che Marchionne siede alla destra del Padre, i sindacati sono più divisi e deboli che mai, i lavoratori stanchi e sfruttati, il lavoro sempre meno e in condizioni incredibili.
L'articolo di Riva ci racconta come la FIAT è arrivata a questo punto e come potrebbe andare a finire la storia di Mirafiori, Pomigliano, Termini.
Neanche lui è un comunista radicale, eppure .... non sembra che le sua analisi abbiano alcun seguito.

A questo proposito segnalo che alcuni dei pretendenti all'investitura di candidato sindaco di Torino per il centrosinistra hanno già cominciato a ipotizzare il baratto economico con  la proprietà che avevo subodorato in un mio post di qualche giorno fa (leggi post): ti cambio la destinazione d'uso delle aree, così le vendi ai costruttori per farci case e centri commerciali e guadagni tanti bei soldini, in cambio mi prometti che mantieni qualche produzione a Torino.
Insomma una variazione sul tema eterno: la FIAT puppa soldi pubblici, questa volta in modo differito.

CASO FIAT: UNA PROPOSTA AI RAPPRESENTANTI PUBBLICI

Una variante urbanistica per bloccare speculazioni su Mirafiori.
Le dichiarazioni di Marchionne sul trasferimento della monovilume in Serbia hanno finalmente msso bene in chiaro quali sono le linee di sviluppo lungo la quali si muove la FIAT: quelle del capitalismo assitito. Non c'è bisogno di essere comunisti o estremisti per affermarlo, basta guardare il comportamento della FIAT in questi anni e l'evoluzione di questi ultimi mesi.

Prende a pretesto una situazione difficile, quella di Pomigliano, generata da quell'impasto fra favori e pratiche mafiose che hanno fatto comodo innanzitutto ai  vertici aziendali e a qualche privilegiato del sindacato, per tentare di costruirsi un sindacato su misura, alla maniera di Valletta, e mettendo i lavoratori di fronte a un ricatto, incomprensibile nella sua sostanza, ma evidentissimo nel contesto del nuovo ruolo che ha assunto la FIAT dopo l'alleanza con la Chrysler. Fanno il referendum, lo vincono, ma non basta ancora. D'altra parte la partita non era quella: era l'obbedienza sindacale e il totale asservimento della politica, locale e nazionale, per paura di chiusure di stabilimenti e licenziamenti di massa.