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RIAPPROPRIAMOCI DELLA LIBERTA’ di I. Bellotti

Il post di Maletti “Il domani della politica” ha stimolato qualche riflessione. Eccone una di peso e di grande interesse.
Il linguaggio della politica di domani
linguaggio politico Uno dei problemi più urgenti che la sinistra italiana deve risolvere ha a che fare con le parole. Il dibattito politico attuale si è drasticamente impoverito. Ridotto alla misera attesa di proposte governative che si trasformeranno in leggi a patto che rispettino l’assunto di base secondo cui i sacrifici si impongono solo a chi si possono imporre. Ciò sembra aprire uno spazio importante per riflettere sul futuro della politica italiana. E’ un momento in cui, preoccupazioni sul consenso sospese, la politica, con l’aiuto della società intera, potrebbe rielaborare teorie con esiti pratici futuri potenzialmente decisivi.
Mi sembra, tuttavia, che si tenda a sottovalutare questo «momento magico», preferendo ridurre il tutto a miopi ragionamenti sulla ridefinizione dei soli spazi politici, prevedendo la fine delle attuali alleanze a favore di nuove e più massicce aggregazioni capaci di intercettare il maggior numero di voti possibili. Insomma, il solito dibattito pre-elettorale sulla geografia politica del Paese, con un’attenzione particolare sulla dicotomia maggioritario – proporzionale.

Non mi sembra il modo migliore di sfruttare il momento attuale. Soprattutto la sinistra dovrebbe concentrare le proprie attenzioni su alcune questioni che la riguardano direttamente e che, se non risolte, la relegheranno per altri anni all’attuale ruolo di opposizione o, meglio, di minoranza. Le parole, dicevamo. Senza che nessuno se ne accorgesse, la destra italiana, quasi vent’anni orsono, si è appropriata della parola a mio avviso più importante in un sistema democratico, quella senza la quale la democrazia stessa cessa di esistere. Quella parola è: libertà. Certo, da quelle parti con le parole ci sanno fare, soprattutto con la ridefinizione del loro significato, che è l’abilità più ricercata nei pubblicitari. Così sono nati la Casa, il Partito e il Popolo delle Libertà. L’aggettivo «liberale», trasformato in tabù grazie alla deriva sinistroide di certa sinistra massimalista, è diventato appannaggio di una destra che di liberale non ha mai avuto un bel niente. Non parliamo, poi, dell’accezione economica «liberista», trasformata per anni in un feticcio da combattere, attribuendogli la colpa di tutte le distorsioni del cosiddetto «libero mercato». Così, mentre la sinistra (non prendo in considerazione le accezioni intermedie identificate con il prefisso “centro” per necessità di semplificazione) da un lato si dichiarava timidamente progressista, proponendo di fatto una politica di «liberalizzazioni», doveva fare i conti con una zavorra culturale che le impediva di esplicitare la sua propensione verso il libero mercato.

Espropriata della libertà, la sinistra si è così trovata, paradossalmente, a combatterla. Sia chiaro, non nella sua accezione originaria, che ha padri illustri non certo nella destra italiana, ma nella ridefinizione datane dal berlusconismo, che l’ha trasformata in «liceità» e non per tutti. Questa distorsione semantica, ha interessato di conseguenza altri concetti fondamentali quali, ad esempio, quello di giustizia. In questo modo, la destra è diventata «garantista» pur emanando esclusivamente leggi a protezione di certe categorie o persone, mentre la sinistra ha dovuto accontentarsi del ruolo arcigno di «giustizialista». Potremmo continuare citando la «forza» (Italia) della destra contro la «debolezza» della sinistra, la «ricchezza» contro la «povertà», il «merito» contro l’«uguaglianza», eccetera. Tutte alternative che attraverso l’opportuna ridefinizione a proprio uso e consumo della destra, hanno visto il loro termine negativo a sinistra.
Eppure il Comitato di Liberazione Nazionale non era di destra. L’istituzione che ha garantito la transizione dal regime fascista a quello repubblicano è rimasta nell’immaginario collettivo come la più importante affermazione dal dopoguerra della «libertà da», tipicamente liberale, premessa indispensabile alla «libertà di», che è quella più tipicamente democratica. La libertà, insomma, è il fondamento stesso della democrazia. Le libertà liberali sono indispensabili per l’esercizio di quelle democratiche. Anche qui, la sapiente propaganda della destra è riuscita a spezzare la dicotomia fascisti – comunisti che ha tenuto banco per anni nel dibattito politico post bellico, ma l’ha fatto a suo esclusivo vantaggio. Con un’abile opera di occultamento, i “fascisti” sono scomparsi dal panorama politico italiano, assorbiti dal polo «liberale» che è rimasto a contrapporsi ai soliti «comunisti».

L’esposizione non è esaustiva, ma credo che questi esempi siano sufficienti a mostrare l’abilità della propaganda di destra nell’impadronirsi di istanze che sono, invece, tipicamente progressiste, cioè di sinistra.
L’idea tradizionale di libertà di tipo progressista, ha previsto nel suo dispiegarsi storico l’estensione della partecipazione al voto, l’allargamento dell’educazione pubblica, l’aumento della mobilità sociale e del miglioramento personale, l’ampliamento del diritto alla salute, l’estensione dei diritti dei lavoratori, l’attenzione per i consumatori, la salvaguardia dell’ambiente e molto altro*. Sembra che oggi, tuttavia, anche i progressisti italiani propendano per una ridefinizione di queste declinazioni della libertà, in nome di una visione distorta del libero mercato, che si guardano dal nominare e, quindi, di regolare, ma al quale obbediscono in modo militaresco. Ma perché continuare a giocare di rimpallo? Perché accettare supinamente il gioco propagandistico della destra, nemica delle libertà? E’ giunto a mio avviso il momento per la sinistra italiana di trasformarsi in una sinistra liberal, nella migliore tradizione anglosassone, dichiarando apertamente l’insegnamento di Bobbio, il quale ci ha spiegato che non esiste vera democrazia se prima non c’è affermazione della libertà intesa in senso liberale. Il fallimento del PD dipende anche da questa debolezza intrinseca. Il partito si è visto privare della partecipazione democratica, il dibattito interno ai circoli cittadini è stato ridotto all’accettazione supina della volontà dei maggiorenti o, peggio, dei soli sindaci. Intenti a preservare privilegi piuttosto che a promuovere diritti, hanno condotto la migliore tradizione di libertà progressista verso il baratro dell’assoggettamento ai poteri forti, senza capacità di formulazione di proposte in linea con le istanze che, in modo sempre più pressante, vengono dalla società civile. Società civile che, al contrario, sembra aver capito prima di loro che la libertà viene prima di tutto. Occorre ora declinarla in modo opportuno.

Italo Bellotti
CIVICA Piemonte
* George Lakoff, La libertà di chi?, Torino, 2008, Codice Edizioni.
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