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I PROFESSORI di B. Spinelli

Un articolo di Barbara Spinelli pubblicato su Repubblica del 2 gennaio invoglia e schierarsi e a dare voce al bisogno di legalità e democrazia…
Quando arrivano i Guidatori 
06-Rudolf-Mates--illus.-for-A-Forest-Story-by-Josef-Kozisek-(Czechoslovakia--1929)_900 Se guardiamo alla nostra storia postbellica, e ricordiamo come a ritmi regolari sia degenerata in storia criminale - non solo negli anni '92-93, ma fin da quando Pasolini cominciò, nel '72, a esplorare nel romanzo Petrolio l'assassinio di Enrico Mattei - è difficile non dare ragione alle parole di Ingroia, il magistrato che ha indagato i ricorrenti, clandestini patti fra Stato e mafie.
Evocando il proprio ingresso in magistratura, e l'odierno passaggio alla vita politica, ha detto, sabato scorso: «Quando giurai la mia fedeltà alla Costituzione pensavo di doverla servire solo nelle aule di giustizia. Ma non siamo in un Paese normale e in una situazione normale. Siamo in una emergenza democratica dovuta allo strapotere della criminalità organizzata e all'inadeguatezza della politica.E allora (...)è venuto il momento della responsabilità istituzionale e politica».
Chiunque abbia a cuore le sorti italiane sa che davvero siamo in emergenza democratica, immersi in analfabetismi storici incessanti, votati a esser tenuti all'oscuro: da molto, troppo tempo la politica classica è uscita dai cardini, come nei regni dove c'è qualcosa di marcio e ci si nutre di oscuro. Ne risentono anche i vocaboli, storcendosi. Dici riforma, e intendi tagli allo Stato sociale, discesa nella povertà. Dici crisi, e non è momento di trasformazione e opportunità di vivere in modo diverso ma, come disse Ivan Illich già nel '78: «il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Comei malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: 'Guidatore, dacci dentro! '».

Ma la parola che più stenta a sopravvivere è democrazia. Anzi scompare. Nell'Agenda Monti è menzionata solo a proposito delle primavere arabe. Se il linguaggio si è tanto rarefatto, vuol dire che a guastarsi, qui da noi, sono abitudini e regole più stremate che in altre democrazie.
Scardinato non è il contrapporsi fra destra e sinistra, come pretende l'Agenda, ma l'idea stessa del conflitto, dell'alternativa che i cambi di governo possono ingenerare. Il dominio dei tecnici, aggiunge Illich, ci riduce a minorenni. Si proclama centrista,e intanto accentra. L'unità nazionale diventa non espediente ma regime ideale: quante torbide e dubbie persone, nel centro montiano! È perché siamo a questo punto che i politici vagano nelle loro trincee come soldati mutilati, e si fanno avanti i Guidatori: banchieri, tecnici, e poteri terzi come i magistrati, e ecclesiastici che da tempo non dovrebbero neanche sfiorare il potere. Al posto della politica, dunque del dividersi costitutivo della democrazia, s'installa la clinica: la tecnica che ci sdraia tutti quanti sul klìne, a letto. La Agende non sono programmi tramutati in proclami, ma bollettini medici.

Certo c'è una notevole differenza fra il giudice che entra in politica e l'economista o il banchiere deciso a guidare la pòlis. Pietro Grasso o Antonio Ingroia sanno le storie criminali italiane, su cui altri candidati sorvolano: e siccome la malavita ha messo sì profonde radici in Parlamento, pensano sia giunta l'ora di mettervi radici anche loro, per far da sentinelle. Inoltre i magistrati sono stati corpi dello Stato: per mestiere agiscono in nome della legge eguale per tutti. Non così tecnici o imprenditori, che entrando in politica tendono a confondere l'interesse privato con quello generale. Infine c'è una differenza di efficacia: Gerardo D'Ambrosio, magistrato divenuto parlamentare nel 2008, constata che «il processo penale lento, quindi facile preda della prescrizione, fa comodo a molti. Soprattutto ai colletti bianchi» di destra e sinistra. Ben nove suoi disegni di legge sono restati nel limbo, non calendarizzati né discussi. Impervia sarà la vita dei politici-magistrati. In ambedue i casi tuttavia siamo di fronte a progetti che di per sé minano la democrazia.

La convinzione di partenza è che il ceto politico soffra di vizi congeniti, che il conflitto di idee non sia che rissa letale, e che il grande unico rimedio sia la Repubblica dei Sapienti: competenti economici, o custodi della legalità come i magistrati, o cultori dell'ordine morale e dei propri privilegi come chi serve la Chiesa. Anche la parola laicità scompare dai bollettini medici. Grazie alla loro speciale esperienza, o divina illuminazione, i Sapienti sono i soli ad afferrare, come in Platone, la vera essenza dello Stato.E l'Essenza è per definizione Una: il Sapiente moderno non ama contare fino a due né tantomeno fino a tre, che consente la tripartizione fra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Ut Unum Sint, perché siano una cosa sola. Fa impressione, perché la teologia politica rifà capolino: i messianesimi totalitari del '900 si proponevano proprio l'apocalittico unanimistico approdo cui oggi mirano tanti inviati della società civile, stufi di intralci politici o giudiziari. Tra costoro gli inviati della Chiesa, attivi in Comunione e Liberazione o nella Compagnia delle opere.

Per uomini come Ingroia, le divisioni destra-sinistra sono fallite perché nonostante Falcone e Borsellino, nonostante Mani pulite, i politici mai hanno combattuto la cultura dell'illegalità, ponendo al centro la questione morale. Per molti sostenitori di Monti, sono fallite perché indifferenti alle discipline dell'economia. Non a caso i Guidatori annunciano Rivoluzioni, guardandosi l'un l'altro di sbieco.
Gli economisti per primi diffidano: che significa l'improvvisa transumanza di magistrati verso la politica, quando la sfiducia dei mercati è tutto? Non saranno dei parvenu? dei depistatori? Anche a causa di simili sospetti c'è del marcio, nel regno.

Lo straripare della parola rivoluzione vuol dire che c'è, diffusa, ansia di piazza pulita. Di una sorta di immacolata rigenerazione, che azzeri la storia dimenticandola. C'è voglia di mandare in cantina partiti e politici inadempienti: che reimparino, nell'aiuola dell'antipurgatorio riservata da Dante ai Re Negligenti, il governare disappreso. Da anni si evita perfino il nome Italia.
Provate ad ascoltare i politici o i nuovi Guidatori. In genere dicono «questo paese», o «questi paesi qui»: quasi dissociandosi, altezzosi, da uno Stato italiano cui sono estranei e che sta lì per terra. I giornalisti sono parte del degrado:è cominciata nei primi '90 (quando annunciatrici e conduttori Tv cominciarono a augurare «buona serata», invece dell'asciutto, non ammiccante «buona sera») l'usanza, anch'essa anomala, di dare del tu ai politici. Ai Guidatori, più rispettati, si dà ancora del lei.

Non è senza pericoli, la promessa Repubblica dei sapienti e competenti. L'alternarsi di maggioranze non dà frutti, l'alternativa che ne dovrebbe scaturire è dichiarata impraticabile, dunque ambedue finiscono nel cestino. Quel che deve nascere è una democrazia truccata a nuovo. Ai comandi, in assenza dell'Europa politica: un potere che rende conto ai mercati più che ai cittadini (la regale immunizzazione della Presidenza della repubblica - il segreto sempre più ampio che essa può invocare - è stato il segno precursore della Rivoluzione, nel 2012). La democrazia è in mutazione, e in fondo siamo grati a chi, cancellandola dai dizionari, ce lo rivela.

Quanto ai Re Negligenti, ai politici di vecchio tipo, una sola frase di Bersani (19 dicembre) dice tutto, o quasi: «Tra prendere alle elezioni il 51% o il 49%, io preferisco il 49%.
Non voglio avere la «tentazione» di fare tutto da solo». Un suicidio in piena regola, una fervida preghiera rivolta a noi elettori: di grazia non dateci troppi voti, perché vasta sarebbe la tentazione di governare con proprie forze, proprie idee. Governeremo divinizzando il Centro: dove secondo Nietzsche «vince l'istinto del gregge, e ogni paura cessa». Ut unum sint, nella speranza che la cupola del potere non sia infranta da qualche Lutero di passaggio.

BARBARA SPINELLI




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