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TUTTI A SCUOLA, MA DOV’E’ FINITA?

12 settembre: si comincia. Sorprese amare, disinteresse e zero aspettative. La scuola è affondata.
Sopra il banco… niente!

scuola-antica Ci siamo. L’estate delle manovre multitasking, della P4, dell’opposizione che non c’è e delle barzellette sulle suore, è archiviata. Con l’apertura delle poche fabbriche rimaste e degli uffici un’avvisaglia dell’autunno l’avevamo già avuta. Adesso è definitivo: le vacanze sono finite, si torna a scuola.
Organici degli insegnanti e del personale tagliati ancora, classi numerose specialmente le prime. Invitabile conseguenza: aumento del numero dei bocciati alla fine dell’anno, cosa che procurerà certamente un orgasmo alla ministra Gelmini (la scuola più severa!), ma che è un bel danno alle persone e alla società tutta.
C’è ancora chi sostiene che non c’è relazione fra bocciature e numero di allievi per classe, basta entrare in una scuola superiore a carattere tecnico per accorgersi che le cose sono in relazione eccome: se non riesci a seguire individualmente gli studenti in difficoltà, come possono sperare in un recupero e nel successo scolastico? Saranno loro stessi a  chiamarsi fuori non appena verranno fatti bersaglio della raffica di insufficienze, di solito verso novembre/dicembre. Che poi gli insegnanti che hanno classi con pochi allievi si mettano per questo al lavoro per recuperarne il più possibile… beh, non c’è automatismo. Dovrebbe essere la dirigenza scolastica a intervenire perché tutti facciano il loro dovere e occuparsi di migliorare la qualità delle prestazioni dei docenti, magari in spazi confortevoli, puliti ed attrezzati, sennò a che serve?

Poi c’è la questione dei precari, oramai un’emergenza nazionale, non solo per docenti che da decenni attendono una nomina che stabilizzi il loro lavoro, ma soprattutto per le scuole. Alcuni importanti istituti, con centinaia di allievi, vedono cambiare più di metà di docenti ogni anno. Non si trasmettono più usi e costumi, tradizioni e buone pratiche che l’istituto aveva maturato nel tempo, non si riesce più a programmare quell’impegno vero e supplementare che costituisce il valore aggiunto della scuola. Insegnanti sempre più demotivati, che vivono alla giornata (tanto domani saranno da un’altra parte, se va bene), transitano nelle scuole “di passaggio”, più attenti a sopravvivere e a non farsi scalzare dalla posizione in graduatoria che a stabilire radici e buone relazioni con colleghi e studenti.

Questa situazione è oramai senza controllo, aggravata dai ciclici annunci di immissioni in ruolo col contagocce dei precari a scapito dell’attivazione dei normali canali di reclutamento, cioè concorsi pubblici. Siccome la gran massa dei precari è frutto di almeno 15 anni di confusione legislativa e politica (dell’uno e dell’altro schieramento) che ha dato il suo bel contributo al degrado della scuola, non selezionare più i docenti in base al merito, ma solo in rapporto all’anzianità, sarebbe  il disastro finale. Qualificare la scuola vuol dire metterci delle risorse, ma fra queste insegnanti preparati -  e perciò ben selezionati - è la prima da pretendere.

Nelle scuole primarie c’è poi, fra l’altro, il problema delle cooperative di pulizia e dei loro dipendenti, già malpagati e discretamente sfruttati (anche dalle loro colleghe bidelle di ruolo…). Ogni anno sempre meno, gestioni al risparmio e sempre e solo sulle spalle dell’ultimo anello della catena. Ma è questa la scuola? E che dire della fine del tempo pieno, sostituito dalla scuola di 40 ore con insegnanti spezzatino che girano fra le classi a  comporre con fantasia il loro orario di lavoro?

Insomma un quadro fosco, l’idea che possa solo andare peggio e che neanche il volontarismo che ha evitato finora guai peggiori possa a questo punto più fare nulla. Al centro gli allievi e le allieve, sempre più vittime di una società che se ne sbatte di loro (a meno che non siano figli/e o nipoti) perché è troppo occupata a godersi gli ultimi scampoli di un benessere che sta sfumando.

Mariano



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