25 APRILE, ANTIFASCISMO E APATIA GIOVANILE: DIAMO I NUMERI?

29 apr 2018

25 APRILE, ANTIFASCISMO E APATIA GIOVANILE: DIAMO I NUMERI?


Una volta l'anno si ricomincia con la tiritera sui giovani che non sanno la Storia, che sono apatici e che la scuola non tratta gli avvenimento che stanno alla base dell'Italia repubblicana. Nessuno è senza colpa, ma fare qualche calcolo aiuta magari a capire il fenomeno

1) Nel 1970 avevo 16 anni. La prima guerra mondiale era finita da 52 anni e i miei parenti più anziani me ne parlavano parecchio. Per me era preistoria, una volta l'anno con la scuola alla commemorazione, una svelta rilettura ai nomi dei caduti sulla lapide commemorativa alla ricerca dei parenti, il sindaco che dice cose che non capisci e il parroco che spruzza recitando giaculatorie in latino. Poca empatia con il Piave, che mormorava calmo e placido, la patria e tutto il seguito.
2) Sempre nel 1970 - avevo ancora 16 anni -  la seconda guerra mondiale era finita da 25. Mio padre me ne parlava  le rare volte che mi convinceva ad andare a pesca con lui, aveva 15 anni quando i partigiani avevano vinto e lui li aveva aiutati facendo qualche monelleria di cui un po' si vergognava. Mia nonna, con la quale avevo trascorso una buona parte della mia infanzia, raccontava della sua attività di giovane supporter partigiana, delle incursioni della X Mas nella nostra vallata, dei rastrellamenti. Mentre mi portava a funghi, mi indicava anche i rifugi dei partigiani, i luoghi dove alcuni di loro erano stati catturati e trucidati. Poi mi diceva delle famiglie "di città" che lei e suo fratello portavano in Francia attraverso il colle della Ballotta e delle tante avventure di quei giorni. La lotta partigiana per me era cosa viva, ne vedevo le tracce, anche nelle scelte politiche dei miei famigliari, ne leggevo le storie nei paesaggi, ne intuivo le disillusioni e le promesse non mantenute.
Ne vedevo anche però le robuste radici che in quei due anni di lotta partigiana diffusa si erano sviluppate, nella mia famiglia e in tutte le altre. Tutti avevano storie da raccontare, molti avevano anche qualcosa di cui vergognarsi, tutti andavano avanti convinti che si stesse comunque aprendo per il paese una stagione di benessere diffuso, di maggiore uguaglianza sociale. E i fatti davano loro ragione: il più potente partito comunista dell'occidente, un movimento sindacale coi fiocchi, capace di lottare per i diritti e il salario anche di quelli che non potevano alzare la testa per rivendicare ciò che pensavamo tutti fosse un diritto naturale. Un boom economico che si toccava con mano.
Nelle scuole non si parlava della Resistenza, i programmi si fermavano prima, ma la memoria si trasmetteva insieme all'idea di progresso, erano gli ideali partigiani a condire lotte studentesche e operaie, qualche volta con semplificazioni assurde che seminavano i germi delle deviazioni verso il terrorismo che avremo visto pochi anni dopo. La resistenza, comunque, era viva e il 25 aprile era la festa della Liberazione, dunque dei liberati e dei liberatori, non di quelli che avevano occupato, che erano stati coi Tedeschi o che li avevano aiutati. Quindi la festa dell'Italia repubblicana, non di tutti gli Italiani, almeno ancora per un po'.
3) Tra sedicenne di oggi e la Liberazione ci sono 73 anni di distanza, quasi 1/3 in più del periodo che mi faceva apparire la fine della I Guerra Mondiale un evento remoto. I testimoni famigliari, se mai ce ne sono stati, sono morti. Lo sono anche i gloriosi partigiani che, insieme agli ex deportati e fino all'ultimo giorno di vita, hanno battuto le scuole come segugi per raccontare la loro esperienza e tramandare così un po' di quella memoria di cui oggi lamentiamo l'assenza. Al loro posto - non sempre, ma troppo sovente - le seconde e terze fila di "mestieranti dell'antifascismo" che hanno trovato nella retorica e nelle prediche un metodo per marcare il territorio, umano e ideale. Dei veri "mestatori della memoria" che hanno scritto e riscritto storie di resistenza per renderle il più possibile aderenti alla predica politica e al controllo delle opinioni, tanto caro anche alla sinistra nostrana. Hanno fra i 70 e gli 80 anni e raramente ne ho conosciuto qualcuno capace di coinvolgere i giovani. I quali hanno finito per malsopportare anche quegli incontri che pure si continuano ad organizzare e che avrebbero la funzione di "coltivare la memoria".  Attraverso questa operazione si vaccina a ripetizione il nostro paese dalle tentazioni fasciste di ritorno. Da qualche anno l'ANPI ha accelerato la responsabilizzazione degli aderenti più giovani: non sono tutti bravi nello stesso modo, ma da quando gli incontri coi ragazzi delle scuole li fanno loro, sovente la scintilla si accende, dunque c'è da sperare e da incoraggiare, ringraziandoli per l'opera meritoria.
4) Dopo ogni 25 aprile riparte un po' dappertutto la giaculatoria delle nuove generazioni che non conoscono più la Storia, specie quella contemporanea, che i programmi finiscono prima, che gli insegnanti... Forse bisogna chiarire che i programmi vigenti contemplano la trattazione di questa parte della storia del novecento negli ultimi anni del ciclo: farlo o no e quale spazio dare alla Resistenza sta alla scelta del docente. Ho sempre avuto l'impressione che, per quanto riguarda gli insegnanti,  la differenza su dove si è trascorsa l'infanzia contasse. Non dal punto di vista della conoscenza, dell'approccio culturale, del sentimento e dell'idea. Solo per il richiamo "di pancia" a ciò che siamo stati e da quali contesti veniamo. In 75 anni non siamo del tutto riusciti a superare questo gap, probabilmente non lo si supererà più. Forse è anche per questo che nel sud i giovani sono maggiormente coinvolti da iniziative di contrasto alla malavita organizzata: cosa più vicina al vissuto e al tempo d'oggi...
5) Il gioco dei numeri era solo per provare a metterci una pulce nell'orecchio: dopo che li abbiamo seppelliti sotto montagne di retorica non sarebbe forse il momento di "liberare" i nostri giovani aiutandoli a trovare strade nuove per distinguere un fascista da un vero democratico, per costruire con loro quel senso dello Stato di cui l'Italia è così carente e che per una fortunata stagione abbiamo pensato potesse nascere proprio dalla lotta antifascista e da chi vi aveva partecipato in prima persona?
Mariano