settembre 2006

venerdì, settembre 29, 2006

SORPRESA: UN TRENO AD ALTA CAPACITA CHE NON PASSA DALLO SCALO MERCI.


RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO QUESTA LETTERA SULLA TAV

Su Repubblica di ieri leggiamo che il responsabile dei Trasporti della giunta Bresso, Daniele Borioli, ha dichiarato: "Bocciamo un progetto che non comprende Torino nel traffico delle merci….le aziende…non avrebbero nessun vantaggio, assisterebbero solo al passaggio di convogli…".

Finalmente, sembra che il governo regionale cominci a prendere coscienza almeno di uno dei numerosi aspetti inaccettabili del progetto TAV in Val di Susa. Nell’articolo "per uscire dal tunnel" di alcuni mesi fa scrivemmo "l’attuale progetto TAV/TAC risulta finalizzato all’Alta Velocità piuttosto che all’Alta Capacità….". D’altra parte, nello stesso documento CEE del 2002 "Rete di Trasporti Trans-Europei", si dichiara apertamente che il collegamento ferroviario ad alta velocità fra Italia e Francia, che secondo il documento doveva comprendere la tratta TAV Torino-Lione, porterebbe il vantaggio di "ridurre di quasi tre ore il tempo di percorrenza per i passeggeri in viaggio fra Milano e Parigi". Milano-Parigi? ma il vantaggio della linea per il Piemonte non doveva essere quello di trasportare le nostre merci a Lisbona e a Kiev? A quanto pare, forse non è vero.

Siamo ancora molto lontani dalla meta di poter guardare con obiettività a questo progetto e giudicarlo come si merita, ma confidiamo che qualche spiraglio di ragionevolezza si stia aprendo.

Alessandro Gily

Per approfondimenti vedasi anche:

Val di Susa: per uscire dal tunnel

TAV in Valsusa: le ragioni del no di un Ulivista

Breve valutazione del rapporto commissionato dalla Comunità Europea

 

lunedì, settembre 25, 2006

Quando la povertà è un lusso.


Sospendere per due anni la propria vita da giornalista affermata per provare a sopravvivere in USA. Un mese in un luogo, trovare lavoro e casa, poi cambiare. Questo è l’esperimento di Barbara Ehrenreich, un’indagine sul campo per la rivista Harper’s.

L’idea è stata quella di mettersi nelle condizioni di vita di tutte quelle persone che costituiscono la fascia sociale più bassa della catena produttiva americana. Camerieri, donne delle pulizie, impiegati notturni dei supermercati: i nuovi poveri, una realtà in costante aumento, non sono clochard che frugano nei cassonetti, ma persone la cui condizione lavorativa non consente un reddito sufficiente per permettersi un tetto e una base solida per vivere.

Nel suo libro Nickel and dimed (pubblicato in traduzione da Feltrinelli con il titolo Una paga da fame. Come (non) si arriva alla fine del mese nel paese più ricco del mondo) Barbara spiega la difficoltà di tirare a campare. I lavori umili, precari e mal pagati sono la base di questo stile di vita. Impossibile pensare di affittare un alloggio, per esempio, perché la cauzione da versare in anticipo non è affrontabile, quando lo stipendio serve a malapena per tirare a campare. C’è il motel, più caro di un affitto, oppure la roulotte. Si mangia piuttosto male, perché in una camera di motel non si cucina, quindi si finisce spesso per andare avanti con hamburger e patate fritte. Ovviamente si spera di godere sempre di ottima salute, perché le cure mediche hanno costi proibitivi.

Su Liberazione dello scorso venerdì 22 settembre, la saggista mette in luce un aspetto di questa condizione di vita che rasenta il paradossale. Essere costretti al risparmio spesso costringe a spese maggiori. Cambiare un assegno senza conto bancario costa caro, l’assicurazione di un’auto costa di più per chi ha un reddito basso, comprare un televisore a rate comporta interessi spesso folli. Così Barbara Ehrenreich conclude che un benestante non potrebbe mai permettersi di essere povero, negli Stati Uniti. Costa troppo.

Eva Milano

 

 

giovedì, settembre 07, 2006

QUALE GIOVENTU?.


Ha suscitato un nutrito dibattito il corsivo di Massimo Gramellini pubblicato su La Stampa del 23 agosto scorso, intitolato "La molle gioventù". Il giornalista torinese scrive che se l'Italia è in mano ai vecchi, qualche colpa sarà pure dei giovani e cita a questo proposito le poco invidiabili statistiche sui ritardi con cui gli studenti italiani giungono - quando non abbandonano prima - alla laurea. E si chiede poi come mai, accertato da un po' di tempo come le lauree umanistiche producano soprattutto lavoratori precari e insoddisfatti, quando non disoccupati, le stesse continuino ad attrarre tanti giovani, a scapito di discipline scientifiche come matematica, fisica, biologia, snobbate dai più ma meglio spendibili sul mercato del lavoro.

In tanti hanno risposto a Gramellini sul sito de La Stampa, altri hanno dibattuto le sue tesi su vari blog, altri giornalisti hanno preso spunto dalla sue parole, come ad esempio Giampaolo Pansa, che nel suo Bestiario su L'espresso si lancia in una paternale del tipo "la scuola ai nostri tempi era una cosa seria...", "i giovani di adesso non hanno voglia di far niente...". Tra i giovani che hanno risposto a Gramellini c'è chi ha messo in dubbio l'appetibilità sul mercato del lavoro delle lauree da lui citate. Un'indagine di Almalaurea, un consorzio di più atenei italiani, pubblicata lo scorso febbraio, conferma che i laureati dell'area tecnico scientifica, a distanza di qualche anno dalla laurea, sono occupati in numero maggiore e in maniera meno precaria dei loro pari specializzatisi nell'area umanistica.

All'interno di queste aree ci sono però delle distinzioni ben precise: ad esempio gli ingegneri si trovano in condizioni decisamente migliori di biologi o geologi, mentre sull'altro versante buone possibilità si aprono per i laureati dell'area politico-sociale assai più che per i filosofi, ad esempio. In aumento in tutti i settori - ma questa è un po' la scoperta dell'acqua calda - il numero di lavoratori atipici, mentre davvero inquietante è la crescita del lavoro nero (il 7% dei neolaurati che lavorano).

Molti lettori hanno scritto rivendicando il diritto di ognuno a seguire le proprie aspirazioni. Un nobile principio, che però può dar luogo a cocenti delusioni. E allora meglio tenere i piedi per terra, studiare per il piacere di farlo, per arricchire il proprio bagaglio culturale e per acquisire metodo e apertura mentale. Senza che ciò implichi il rassegnarsi a fare un lavoro che non piace o peggio ancora a subire passivamente il mancato rispetto di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori.

Stefano Zanotto

 

mercoledì, settembre 06, 2006

LA DURA LEGGE DEI PADRI.


Alla storia di Hina, la ragazza pakistana uccisa dal genitore perché aveva rifiutato la vita che la sua tradizione avrebbe imposto, fa eco dalla Gran Bretagna l’episodio più recente di una giovane inglese nata da un matrimonio misto, la cui madre ha denunciato il rapimento da parte del padre per portarla con sé in Pakistan, a sposare l’uomo che ha scelto per lei. Casi estremi di un fenomeno diffuso, queste storie suscitano nuove ansie e portano alla luce un nuovo aspetto del difficile processo di incontro tra la cultura occidentale e l’islamismo.

Quanto più minacciata dal rischio della contaminazione, ogni cultura tende a un irrigidimento che sfocia in un’adesione accanita ai dettami tradizionali. È in gioco un valore primario: si percepisce il rischio della perdita dell’identità. Questi casi recenti non sono altro che le risposte più estreme a tale impulso secondo cui la legge dei padri va difesa e perpetrata a tutti i costi, fino al sacrificio umano.

Una voce che proviene dal cuore dello stesso Islam evoca l’unica alternativa possibile. Nagib Mahfuz, il premio nobel per la letteratura di origine egiziana scomparso nei giorni scorsi, non di rado si è confrontato con il tema morale dell’applicazione della legge. In Notti delle mille e una notte, l’ideale proseguimento del testo letterario fondante della cultura araba, avviene il dialogo tra Gamasa, capo della polizia e Singàm, un genio che taccia quest’ultimo di compiere massacri e torture efferate in nome di un’autorità abusata. Quando Ganasa ribatte "Noi crediamo nella misericordia anche quando mozziamo i colli e tagliamo le teste", Singàm domanda: "Svolgi il tuo dovere in modo di compiacere Allah?". "Il mio dovere è eseguire gli ordini" risponde l’altro. Il genio, laconico: "Frase perfetta per compiere ogni genere di misfatto". Quando la legge assurge a fine e diventa più importante della coscienza di un uomo, succedono disastri.

Eva Milano