luglio 2006

lunedì, luglio 24, 2006

BUONI E CATTIVI A SAN PAOLO.


di Eva Milano

Qualche giorno fa su L'express c'era un articolo sulla guerriglia urbana in Brasile. Dopo gli eventi sanguinari della settimana tra il 12 e il 18 maggio a San Paolo, periodo di violenze senza precedenti, la situazione non ha cessato di essere critica. Poco meno di trecento attacchi a mano armata e ben 176 vittime. Ma in seguito le cose non sono andate meglio. La situazione è tesa, gli episodi di terrorismo e le reazioni pesanti delle forze dell'ordine si succedono da allora con frequenza allarmante. L'episodio più recente è avvenuto il 26 giugno, quando tredici presunti delinquenti sono stati uccisi all'alba dalla polizia a seguito di un attacco contro un centro di detenzione provvisoria.

In maggio il trasferimento di un gruppo di detenuti in un nuovo carcere di sicurezza aveva scatenato la serie di attacchi contro la polizia da parte del PCC, il Primo Commando della capitale. Si tratta di un'organizzazione terroristica composta per la maggior parte da detenuti, stimata in numero di centomila membri, capeggiata da Marcos Williams Herbas Camacho. Marcola, questo è il suo nome d'arte, per la legge è un rapinatore di banche. Non è mai stato incriminato per reati più gravi, nessun omicidio. I suoi occhiali fanno moda tra i carcerati, pare abbia letto tremila libri ed è un fan di Machiavelli e Che Guevara. A parte, pare, gestire il controllo del traffico di stupefacenti a San Paolo, l'organizzazione di cui è a capo è portavoce di una serie di richieste volte all'umanizzazione delle condizioni della vita dei carcerati. Grazie a queste iniziative e il suo charme la sua popolarità si è diffusa a dismisura. Si occupa anche di politica, infatti sembra che il Pcc stia finanziando la campagna di un candidato che alle prossime elezioni presidenziali di ottobre porti avanti le istanze dei reclusi.

In Brasile il numero delle vittime della guerriglia urbana degli ultimi anni è esorbitante. Il rapporto tra l'alto tasso di criminalità cittadina e il braccio duro delle forze armate è causa di un clima pesante. I rapporti annuali di Amnesty International testimoniano la gravità della situazione, riportando una serie spaventosa di esecuzioni sommarie da parte della polizia locale e di vigilantes che, non restii all'uso della violenza, agiscono senza passare attraverso il vaglio di un sistema giudiziario inefficiente come veicoli di un'epurazione spesso discutibile. La situazione dimostra tutta la fragilità del sistema democratico che, insediatosi da vent'anni dopo altri venti di dolorosa dittatura, non mostra che fragili cenni di sviluppo. Il presidente Luís Ignacio Lula da Silva  è attaccato dalle critiche di politici, attivisti di organizzazioni umanitarie e ex prigionieri del regime, che ne deplorano la debolezza nell'affrontare il problema degli abusi di potere dei militari.

"Sono il maledetto cane da guerra / sono stato addestrato per uccidere / anche se questo mi costasse la vita / la missione verrà compiuta / ovunque sia necessario / diffondendo la violenza, la morte e il terrore". Questo è uno dei motti che si insegnano ai membri dell'ufficialissimo Batalhão de operações policiais especiais, l'organo ufficiale della polizia militare di Rio, noto per gli interventi armati nelle favelas.

Se andate in vacanza in Brasile, un consiglio. Evitate di parlare con i bambini di San Paolo: se vi chiedessero quali sono i buoni e quali i cattivi, fatti vostri.

 

lunedì, luglio 17, 2006

JEUNE AFRIQUE.


Un longevo signore tunisino è il fondatore di Jeune Afrique. Il news magazine, redatto in lingua francese, si occupa di informazione sulle realtà del continente africano e propone con bell’equilibrio lucidità critica l’analisi delle multiformi realtà delle nazioni africane. Il suo infaticabile direttore, Béchir Ben Jahmed, fondò la rivista a Tunisi nel 1960, una volta terminato l’incarico di ministro dall’informazione nel primo governo di Habib Bourguiba. Jeune Afrique si rivolge a un pubblico francofono di livello culturale medio-alto. In giro per il mondo la si può vedere sotto il braccio di un uomo d’affari algerino, o di un funzionario amministrativo francese, che con forti probabilità sarà di origine africana. Da noi si trova con facilità in biblioteca e nelle edicole specializzate in stampa estera. La tiratura attuale è di 87.000 copie.

Negli anni la sede del giornale si è spostata a Parigi e il raggio d’azione di quello che è divenuto il Groupe Jeune Afrique, si è sviluppato ampiamente. Le pubblicazioni si sono moltiplicate, al settimanale si è aggiunto nel 1983 un mensile di costume, AM Afrique magazine, con una tiratura di circa 47.000 copie per numero. Nel 2005 è nato il trimestrale La Revue, pensato per un pubblico attento alle analisi politiche e sociali, che tratta in forma approfondita soggetti di attualità di respiro politico, economico e sociale del mondo africano. Il gruppo possiede anche una casa editrice, Les éditions du jaguar, che vanta pubblicazioni ad ampio raggio sul continente, dagli atlanti geografici ai libri di cucina. Una filiale del gruppo è anche Difcom, l’agenzia che si occupa di comunicazione e pubblicità. C’è ovviamente anche un sito, che si presenta come il primo sito di informazione panafricana

Ma la chiave di volta è rappresentata da The Africa Report, che non ha ancora compiuto un anno. Il cambiamento di lingua è un passaggio epocale per la diffusione e il taglio monografico di ciascuna uscita arricchisce lo sguardo d’insieme. Passare all’inglese significa automaticamente rendere possibile l’accesso a un’enorme porzione di pubblico. Valicare altre frontiere.

Jeune Afrique ha avviato un percorso fondamentale, che consiste nel portare a conoscenza le realtà dei paesi in via di sviluppo assegnando a questi la stessa dignità e autonomia di quella goduta dagli stati economicamente dominanti. Il nuovo impulso verso la diffusione globale è al tempo stesso il segno di un’operazione di successo e l’affermazione di una possibilità di evoluzione della coscienza collettiva.

Vi invitiamo a visitare il sito: www.jeuneafrique.com

Eva Milano

 

lunedì, luglio 10, 2006

THE GATES OF HEAVEN.


È un'esperienza tipica dell'età matura. Le cose per cui hai lavorato ogni santo giorno finalmente ti appartengono, sono a tua completa disposizione. Ma c'è un momento in cui ti accorgi inesorabilmente che non ti interessano più come prima. Sono buone come trofei del tuo successo, ma non hai nessuna voglia di vederle intorno a te. Il desiderio anima l'azione, mentre ciò che è conquistato è destinato a impolverarsi. Potrebbe anche essere andata così, immagino per un attimo, nella testa di Bill Gates quando ci ha stupiti con il colpo di scena della filantropia. In questi giorni la mirabolante donazione di Warren Buffett, la più grande della storia, fa assumere all'operazione umanitaria di Gates dimensioni inverosimili.

Le fondazioni sono la materializzazione del desiderio di immortalità di chi le crea. In esse risiede la garanzia di una memoria positiva ma, più banalmente, diventano anche l'occupazione tipica di tutti quelli che non sono i veri attori del sistema capitalistico: donne, vecchi e bambini. Così, anche questa volta la storia si ripete e il grande uomo d'affari, che scaltramente prevede in tempo il futuro declino, entra nel raggio d'azione tradizionalmente destinato alla moglie, la beneficenza.

Il risarcimento simbolico dei vinti, si sa, fa parte del gioco della democrazia.

Nel caso di Gates e di Buffett la sensazione è quella di vedere gli uomini di maggior successo del mondo, menti straordinarie e grandi manovratori, alle prese con una nuova, entusiasmante sfida. Warren Buffett ha saggiamente osservato la diversa natura della filantropia rispetto agli affari e ha riconosciuto una certa difficoltà di approccio. Ha notato che gli affari prediligono scelte più facili, mentre i problemi più urgenti dei poveri sono "quelli che hanno resistito sia al cervello che al denaro". Certe ingenuità che compaiono nei rapporti della fondazione rivelano la difficoltà e lo sforzo di chi è abituato a pensare in termini di profitto e si trova di fronte a dinamiche sconosciute. Ad esempio, in una relazione riguardante un ambizioso programma per la vaccinazione e le cure sanitarie in India, si legge: "Come le aziende farmaceutiche, anche le organizzazioni non-profit devono impiegare ogni strumento per capire quale sia il mercato per una nuova terapia, quali siano le aspettative di chi ne ha bisogno e quali siano i modi più intelligenti per 'fabbricare la domanda'".

Meglio non pensare a come si fabbrica la domanda per una malattia.

 Ammettiamo la buona fede e consideriamola come un'espressione un po' ambigua, infelicemente mutuata ad altri ambiti…

In fin dei conti, anche se mancano di certe finezze, Bill e Melinda Gates con Warren Buffett rappresentano un modello vincente. La lezione da imparare per chi vive in questo mondo, anche per chi lo vorrebbe diverso, è un po' dura per chi pensa che la virtù sta nel mezzo. Prima si conquista il mondo pensando unicamente al fine che ci si è prefissati, poi si passa alla seconda fase: occuparsi del resto. Sarà un successo.

Eva Milano

 

giovedì, luglio 06, 2006

Archivio.


Questa sezione del sito è dedicata all'archivio dei numeri pubblicati del nostro periodico "Punto di Vista".

Saranno raccolti e pubblicati anche i Vostri commenti al nostro giornale.

I file sono archivi Zip contenenti pagine in Pdf.

Punto di Vista n° 5 apr/mag 2007   NEW!!!

Punto di vista n° 4    feb/mar  2007

Punto di Vista n° 3   nov/dic    2006

Punto di Vista n° 2   giu/lug    2006

Punto di Vista n° 1   mar/apr  2006

Punto di Vista n° 0   nov/dic    2005