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SMARTPHONE

Senza che quasi ce ne accorgessimo, il nostro mondo sta cambiando alla velocità della luce, anzi della connessione. E qui cominciano i guai…
Essere connessi
Angolo di una strada, spogliatoio di una palestra, corridoio di una scuola, bagni di un ufficio, mamme e papà ai giardini o dal pediatra con i figli: dappertutto c’è qualcuno con uno smartphone in mano che, incurante del contorno, osserva il video e diteggia la tastiera virtuale come se fosse una questione di vita o di morte.
Fino a non molto tempo fa era parte della gestualità rituale delle nostre latitudini, in occasione di pubbliche adunanza (riunioni, feste, incontri di varia natura), tirare fuori il pacchetto di sigarette e l’accendino. Si mettevano bene in vista sul tavolo o sul punto di appoggio più prossimo così, oltre a consumare le cicche, si adoperavano anche per giocherellarci nei momenti di noia o di tensione frenata. Chi non fumava già allora rimediava con bloc notes e biro, di solito utilizzati per farci dei ghirigori e disegnini accompagnando il fluire dell’evento. Sigarette e accendino quasi sparite e chi ancora fuma sta bene attento a tenere nascosto in tasca gli oggetti del vizio; biro e bloc notes hanno lasciato il posto a tablet e supertelefoni su cui si possono annotare le cose che servono.
Solo che nessuno lo fa mai: tirando fuori il tablet, la prima cosa che normalmente si fa è guardare se c’è nuova posta, magari approfittando per eliminare la valanga di email inutili che riceviamo e  mandiamo ogni giorno. Poi si passa a facebook e twitter (magari qualche nostro “amico” ha scritto qualcosa di fondamentale che dobbiamo assolutamente condividere), infine al cazzeggio informatico su instagram e simili.
Per i più giovani funzionano ancora bene le chat: ne hanno di dedicate e di tematiche, di solito così difficili da far funzionare che solo loro ci riescono. Ne hanno di anonime e di collegate alla localizzazione, così possono “cercarsi” e parlarsi solo se sono in un’area geografica delimitata. I giovani frequentatori delle chat li riconosci perché li vedi seduti sulle panchine, appoggiati ai muri o chini sull’apparecchio, davvero isolati dal resto del mondo. Mantengono la postura per ore e capisci che chattano perché il loro tempo è scandito da momenti di immobilità totale (occhi sul video) alternati a momenti di frenetico movimento di un paio di dita della mano che non regge l’apparecchio.
Gli adulti le chat, invece, non le amano più molto… a meno che non siano rigorosamente dedicate (per tema, per passione….) e permettano loro di essere altro dalla vita reale. Ma qui andiamo in un campo in cui gli esperti sono difficili da trovare. L’adulto medio, assai più del giovane nativo digitale, concepisce la connessione continua come la disponibilità di una finestra sul mondo. Un mondo che scorre davanti ai suoi occhi, pieno di cazzate, di balle spaziali, ma anche di occasioni che è meglio non perdere. Ecco qua, la compulsione! Mentre non sei connesso, o semplicemente non puoi tenere d’occhio il tuo smartphone, potrebbe arrivarti l’occasione della vita, la notizia del secolo, l’opportunità che rimpiangerai per sempre. Ansia, agitazione, fregola che monta al punto di farti tirare fuori l’apparecchio anche quando non dovresti, per guardare di nascosto se ci sono novità.
E’ così che ti accorgi che la connessione continua è una bella cosa, ma è anche una grande fregatura: prima ti da la sensazione di governare il mondo, di controllarlo in ogni sua parte perché sei sempre on line. Quando sei diventato compulsivo ti rendi conto alla veloce che le occasioni della vita sono ben altre cose e che le opportunità di diventare migliore o te le costruisci tu, pazientemente  e col lavoro continuo, oppure… nisba!
Ecco: ho fatto il mio primo buon proposito per il nuovo anno scolastico che comincia a settembre. In tempi bui, quelli chiamati “della Buona scuola”.

Mariano



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