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VACCHE DA MUNGERE

C’è stato un tempo in cui le vacche si chiamavano Italia… e non era per disprezzo
L’attitudine bovina
Quando ero bambino vivevo in un paese di montagna dove non c’era stalla che non avesse una mucca di nome Italia. Di solito quella chiamata Italia era una vacca pezzata e giunonica, brava produttrice di latte e sterco da letame, soprattutto molto calma al momento della mungitura. Era una specie di nave scuola di noi bambini, a cui gli adulti insegnavano a mungere senza prendere calci e impedendo che i movimenti della coda dell’animale sporcassero il latte nel secchio. Gli adulti stavano ad osservarci, ridendo dei nostri errori e sottolineando con apprezzamenti i progressi che registravamo: sapevano – forse speravano – che quello non sarebbe stato il nostro futuro, al massimo un mestiere del passato che ritornava sotto forma di hobby per le nuove generazioni. Il nostro futuro era la scuola, l’industria, l’ufficio, insomma qualcuno dei nuovi lavori che si andavano affermando, quelli che ti facevano salire di grado nella società.
Le altre mucche si chiamavano Isolina, Consuelo, Nerina e via con i nomi classici da stalla… Facevamo pratica di mungitura, sovente con una mucca che si chiamava come il nostro paese...
... ma non coglievamo l’ironia sottesa alla situazione, eravamo troppo impegnati a fare bene e in fretta il nostro lavoro. Così avremmo potuto giocare ancora un po’ prima di sera.
Gli anni sono passati, sono andato via dal paese e mi sono allontanato dal prezioso mondo delle mucche. Ho fatto in tempo ad accorgermi che anche quello stava cambiando: sempre meno animali nei prati al pascolo, capannoni squadrati al posto delle stalle scure al piano terra della case, pronte d’inverno a fare da impianto di riscaldamento pagato con un fetore insopportabile sempre e miliardi di mosche fastidiose durante la bella stagione. Al posto della mani nude e lavate, che accarezzano con vigore i capezzoli dopo aver ammollato le mammelle gonfie, cavalatte elettrici; al posto dell’erba, mangimi industriali appositi, in qualche caso conditi da antibiotici e additivi chimici per aumentare la resa della vacca. Siamo arrivati al punto di somministrare alle poverette, sicuramente erbivore e basta, mangimi contenenti scarti di carcasse di animali: ricordate mucca pazza? Non so neanche più se alle mucche si danno ancora i nomi, le vedo nei documentari tutte in fila, tutte uguali, distinguibili solo per il cartellino inserito nel lobo dell'orecchio con su un codice. Forse una mucca di nome Italia non c’è più, magari non ci sono più neanche i ragazzini che le vanno a mungere, a meno che non siano piccoli schiavi macedoni importati clandestinamente in qualcuno dei nostri territorio tanto “solidali”.
Una vacca di nome Italia però c’è  ancora di sicuro: siamo tutti noi. Sufficientemente vacche da essere mansueti ben oltre il normale limite di sopportazione; abbastanza vacche da ringraziare chi ci munge perché ci allevia il peso delle mammelle gonfie, trascurando di considerare il latte che ci porta via; così vacche da andare tutti in mandria, ciascuno pensando di essere quello che guida gli altri e se ne avvantaggia; vacche a sufficienza da girare lo sguardo dall’altra parte se qualcuna delle nostre compagne di sventura si ferma e cade per terra.
Sufficientemente vacche da sapere che siamo carne da macello, ma di nutrire l’incrollabile certezza che noi no, sono le altre che faranno quella fine.
Mariano



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