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ALLE RADICI DEL MALESSERE DI OGGI

Franco non cessa di sorprendere. In questo suo pezzo una lettura dal di dentro di una stagione non risolta della storia del nostro paese. Un'analisi lucida di eventi che in tanti non conoscono e che in troppi fanno finta di non conoscere.
La mia esperienza nella D. C. di Franco Maletti
Fino al 1990 non mi sono mai occupato di politica di partito in modo diretto. Dopo avere fatto un corso di formazione della durata di un anno presso il Centro Studi della Cisl a Firenze, lavoravo a tempo pieno nel sindacato Cisl da venti anni. Credevo nella autonomia del sindacato dai partiti come strumento per rappresentare al meglio gli interessi dei lavoratori. Negli ultimi quindici anni mi occupavo quasi esclusivamente di vertenze di lavoro. Questa attività mi metteva in contatto con avvocati, consulenti, datori di lavoro e loro associazioni, giudici del lavoro. Il mio compito, in rappresentanza dei lavoratori e del sindacato, consisteva nel rilevare tutte le anomalie derivanti da una errata applicazione dei contratti e delle leggi e promuovere il tentativo di conciliazione mediando, ove necessario, tra gli interessi divergenti.
Tuttavia, leggendo i giornali, ero consapevole delle difficoltà crescenti nelle quali versava la Democrazia Cristiana. Praticamente da quando, con la caduta del muro di Berlino che sanciva la sconfitta del modello comunista di società, venivano indirettamente a cadere buona parte delle ragioni che facevano da “cemento” ad un partito composito quale era la Democrazia Cristiana.
Nel momento che avrebbe dovuto essere di maggiore trionfo, ognuno si sentiva “libera volpe in libero pollaio”: per cui, assurdamente, al venir meno della ragione d’essere comunisti da parte del PCI, corrispondeva un venire meno degli schematismi e del rispetto delle regole democratiche (essenziali per tenere in vita un partito politico) all’interno della Democrazia Cristiana.

E’ stato nel rumore di questi preoccupanti scricchiolii che nel 1991 mi è stato proposto il ruolo di “garante” per il Collegio 15 (Grugliasco, Collegno, Alpignano, Pianezza) in nome e per conto della Democrazia Cristiana. La figura del “garante” doveva essere quella di persona ritenuta equilibrata nel giudizio, non iscritta al partito e nemmeno simpatizzante nei confronti di qualsivoglia corrente. Una persona conosciuta, ma rigorosamente “super partes”. Io ho accettato. E, sotto questo aspetto, mi sono sentito un pò come uno di quei topi che, invece di abbandonare la nave quando affonda, hanno scelto l’utopia di salirci sopra per salvarla. Ma l’ho fatto, (e lo rifarei ancora), perché ritengo che un conto sono i furbetti che approfittano di un partito, e un altro i valori che il partito rappresenta. Con la caduta del muro di Berlino era il comunismo ad avere perso e la democrazia ad avere vinto: non il contrario come in ogni modo i perdenti cercavano di sostenere.

Tangentopoli, iniziata nel febbraio del 1992, io la interpreto ancora oggi come la Vendetta dei Perdenti. Infatti, in qualunque partito, (ancora oggi) almeno una mela marcia si trova sempre. E più grande è il partito più è facile che le mele marce aumentino di numero…Ma un conto è individuare ed allontanare immediatamente il “ladro” per evitare il diffondersi dell’infezione, e un altro è dire che l’intero partito è “ladro”. Perché, se così fosse, ancora oggi nessun partito si salverebbe: nemmeno quelli che in parlamento mostravano il cappio ai tempi di Tangentopoli.

A circa venti anni di distanza mi viene ancora da chiedere: quanti, operanti ancora oggi dentro e fuori del parlamento, hanno costruito le loro fortune non solo politiche grazie a Tangentopoli? E quanti di questi, in termini di capacità predatorie, sono riusciti a dimostrarsi secondi a nessuno?
“Una volta almeno si rubava per il partito” dice qualcuno “ma oggi nemmeno quello”. Tutto questo a mio giudizio è inesatto e deviante. Per non dire ambiguo. Perché nessuno di quelli che facevano politica allora e che in buona parte continua a fare politica oggi può fare finta di non sapere o dichiararsi “al di sopra”…Ma dato che questa ambiguità “rende” e accomuna, ecco che conviene perpetuarla. A discapito di tutta quella gente onesta che aveva cariche di partito e che ancora oggi è costretta a stare lontano dalla politica.
Come funzionava il sistema generalizzato delle tangenti: quello che permetteva di mantenere strutture di partito dalle dimensioni mostruose e dai costi gestionali astronomici? Forse sarebbe ora, dopo venti anni, di provare a dire la verità. Tale e quale era.

Succintamente funzionava così:
-          i partiti di governo (quelli che amministravano) finanziavano lavori e infrastrutture senza preoccuparsi troppo dei costi. Questo perché le aziende beneficiarie provvedevano, appena ottenuto il finanziamento, a versare una tangente prestabilita che veniva percentualmente distribuita tra i vari partiti. I quali partiti, a loro volta, distribuivano la quota ricevuta (è il caso della Democrazia Cristiana, ma non solo) alle varie correnti interne. Attraverso un sistema di quote varianti a seconda del livello di rappresentanza di ciascuna corrente e avendo come riferimento percentuale i voti congressuali. Allo stesso modo erano distribuiti i posti di rappresentanza nei vari Enti. E’ anche per queste ragioni che l’eventuale passaggio da una corrente a un’altra all’interno dello stesso partito era considerato un atto gravissimo, peggiore del tradimento.
-          i partiti NON di governo, (quali ad esempio il Partito Comunista), per una pura questione di immagine avevano invece un modo di finanziarsi indiretto e tortuoso. Quasi mai contestavano l’entità dei costi o la vertiginosa “revisione prezzi in corso d’opera”: a condizione però che una parte più o meno importante dei lavori venisse appaltata alle cooperative “rosse”. Sarebbero poi state le cooperative, una volta ricevuti i soldi, a versare una percentuale prefissata “a sostegno” dell’attività del partito di riferimento. Che tutto questo fosse rigorosamente vero, anche se più difficilmente dimostrabile, lo prova il fatto che poco dopo lo scoppiare di Tangentopoli centinaia di Sezioni di partito sono state chiuse e migliaia di funzionari di partito che (regolarmente stipendiati) vi lavoravano a tempo pieno, sono stati mandati a casa.

Se non fosse stato per la voracità eccessiva esercitata dai socialisti nel periodo craxiano, questo finanziamento occulto ai partiti funzionerebbe ancora oggi con piena soddisfazione di tutti i partiti, nessuno escluso. Lo stesso Berlusconi ha ripetutamente ammesso che, per la costruzione del suo impero mediatico, ha dovuto ricorrere più di una volta a questi “finanziamenti”. E, a tale proposito, non dimentico quanto da lui dichiarato la prima volta che è stato eletto: “adesso non ho più bisogno, se voglio ottenere qualcosa, di dovere andare dai partiti con l’assegno in bocca…”

Tangentopoli ha avuto ufficialmente inizio nel febbraio del 1992 con il socialista Mario Chiesa. Tutto quello che è avvenuto dopo quella data è la conseguenza di comportamenti molto diversi tra di loro:
-          la sinistra ha visto in questi fatti l’opportunità di una rivincita nei confronti degli odiati fratelli socialisti e nei confronti della Democrazia Cristiana che, dopo la sconfitta del comunismo, aveva una autostrada davanti a sé
-          ogni democristiano che riceveva un avviso di garanzia, per senso etico nei confronti delle istituzioni, si dimetteva immediatamente da tutte le cariche rimettendosi al giudizio della Magistratura
-          l’opinione pubblica veniva abilmente manipolata, facendo passare la convinzione (ancora oggi radicata) che lo “avviso di garanzia”, la cui funzione è quella di garantire l’indagato, sia invece una “prova di colpevolezza”
-          un Pubblico Ministero sempliciotto (allora, non adesso) di nome Di Pietro Antonio, ha scoperto che, attraverso l’utilizzo della carcerazione preventiva, era più facile estorcere le confessioni (il famoso “tintinnio delle manette” di triste memoria)
-          tante persone accusate ingiustamente e poi assolte (ma delle quali ne ha parlato mai nessuno) hanno dovuto attendere anni prima di potere decidere se riprendere l’attività politica nelle condizioni degradate che conosciamo tutti, oppure lasciare perdere
-          sono nate trasmissioni televisive di intrattenimento tipo Santa Inquisizione, dove personaggi come Giuliano Ferrara hanno costruito le loro fortune distruggendo moralmente, politicamente e fisicamente una intera classe politica
-          altri come D’Alema preparavano il vestito buono vedendo prossimo il loro trionfo di persone “oneste”
-          altri come Greganti accettavano di pagare di persona pur di non coinvolgere nella corruzione il loro partito e, per queste ragioni, osannati dal loro partito come “eroi partigiani”
-          la Lega mostrava il cappio in Parlamento, facendo convergere su di sé il condiviso e diffuso disprezzo per le istituzioni (salvo poi utilizzare queste ultime molto bene e senza remore morali per il perseguimento dei propri interessi, tipo Quote Latte)
-          sono spuntati come i funghi tanti “salvatori della patria”, esaltati ed osannati al punto di arrivare alla fondazione di partiti a loro immagine e somiglianza
-          tanti “tecnici” sono stati chiamati a fare politica, con il risultato di scontentare tutti perché dimostratisi incapaci e insensibili di fronte ai problemi sociali della gente

Posso concludere che, a mio parere, oggi la vera politica non ha rappresentanza in Parlamento. E che la vera politica, probabilmente, si trova circoscritta in quel trenta-quaranta per cento che da anni non va più a votare perché non riesce a identificarsi in un ventaglio di proposte che sono contemporaneamente l’ammissione e la negazione di tutto. Salvo poi essere puntualmente disattese il giorno dopo le votazioni.
Io penso che, per un credente impegnato in politica, (ma anche per chiunque altro che non è credente), la prima preoccupazione debba essere sempre di impedire che quello che ci divide sia anche quello che ci impedisce di fare ciò che è giusto comunque. Se tutti la pensassero in questo modo, sarebbe più facile distinguere tra chi vuole soltanto distruggere e chi invece si sforza di costruire.
Purtroppo, viviamo in una società dove diventa sempre più difficile dire anche le cose ovvie. In quanto, per poterle dire, è necessaria una lettura disubbidiente della società in cui viviamo: che è fondata sugli egoismi individuali e sulla suddivisione della cultura attraverso gli schemi del consumismo e delle mode ideologiche dell’apparire. Ed è così che per molti la inevitabile conclusione passa attraverso la convinzione che i cambiamenti in positivo possono avvenire soltanto tramite la fondazione di categorie ermeneutiche alternative rispetto alla società che conosciamo. Mentre per altri, consapevoli dei propri limiti, non rimane che l’attesa, paziente  e nel silenzio, di una piccola luce sulla quale orientare lo sguardo.

maggio 2011
franco.maletti@libero.it
       



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