giugno 2006

venerdì, giugno 30, 2006

LE DONNE DI HERAT.


In Afghanistan c'è una regione, ai confini con l'Iran, in cui si registra una preoccupante statistica. Molte donne raggiungono gli ospedali della provincia di Herat in gravissime condizioni a causa di ustioni autoinflitte. Amnesty International e la Commissione Afgana Indipendente per i Diritti Umani sono impegnati in una campagna di informazione su questo problema di allarmante entità.

L'auto-immolazione delle donne è purtroppo un fenomeno diffuso in tutta l'Asia centrale e meridionale. La particolare concentrazione di questa pratica, truce usanza tradizionale ma anche oggetto di tabù sociale, richiama l'attenzione sulla provincia di Herat. Il regime talebano ha lasciato negli ultimi anni il posto a un governo locale non meno autoritario. Neanche il successivo avvicendamento al potere ha prodotto miglioramenti sociali tali da arginare il fenomeno. Anzi, dal 2001 si registra una crescita continua dei casi noti, cioè di quelli in cui le donne, presumibilmente in numero ridotto rispetto a quello reale, hanno la fortuna di raggiungere gli ospedali. Molte donne scelgono questo agghiacciante metodo per suicidarsi a causa delle terribili condizioni di vita a cui sono costrette. Vittime di matrimoni imposti, di violenze quotidiane, di condizioni di vita disumane. Esistenze tristi la cui disperazione si esprime in un gesto teatrale e raccapricciante.

Difficile capire, per chi guarda da lontano.

Il punto di vista occidentale non ha facile accesso a un tale atto di violenza autoinflitta, benché il sacrificio costituisca la base fondante della tradizione cristiana. Rinunciare a un bene offrendolo o affidandolo alle fiamme è la pratica comune a tutte le religioni. Esso aspira a rinsaldare un rapporto di comunione con la divinità. Il sacrificio del bene più grande, il proprio corpo, è l'estrema offerta. Il buddismo, dottrina notoriamente pacifista, lo tollera in rari casi, come accadde per i monaci di Saigon negli anni della guerra del Vietnam. In eventi come questi il fuoco è il mezzo attraverso cui l'uomo esprime la volontà di "dare luce", di indicare la via senza provocare danni al prossimo. Il mondo islamico assegna valenze diverse a un gesto che, sotto varie forme, ci viene tristemente restituito attraverso il fenomeno di quelli che chiamiamo, appellandoci con scioltezza a un'altra tradizione ancora, i kamikaze. Il sacrificio diventa segno di una volontà audace, volta al raggiungimento di una ricompensa futura a mezzo di una dimostrazione di forza nei confronti dell'avversario.

Al di là di questa incursione parziale e approssimativa su schemi simbolici in parte lontani, le donne di Herat stanno comunicando al mondo prima di tutto un disagio collettivo. Nelle pieghe del loro gesto, l'impatto scioccante di una realtà all'incrocio tra suicidio e sacrificio che merita l'approfondimento.

Eva Milano

 

lunedì, giugno 26, 2006

TELECAMERE VOLANTI SU LOS ANGELES.


In questi giorni si inaugura la presenza dello "SkySeer" nei cieli di Los Angeles. Si tratta di un piccolo mezzo aereo telecomandato da terra. Grandi come un aquilone, hanno un'autonomia di volo di circa settanta minuti, e a bordo c'è una telecamera. Utilizzati in precedenza per scopi militari, ora la polizia di Los Angeles si servirà di questi droni - veicoli aerei senza pilota - per sorvegliare zone ad alto rischio di criminalità, per monitorare aree colpite da incendi o disastri e per affiancare le pattuglie stradali nelle operazioni di sicurezza.

Questa non è la prima misura di controllo video utilizzata negli Stati Uniti, gli inseguimenti in presa diretta che arrivano anche sui nostri schermi sono immagini di repertorio della polizia realizzate in elicottero. I droni sono molto più funzionali, hanno minore impatto visivo e ambientale ma soprattutto costano meno. Gli indiscutibili vantaggi del sistema hanno però sollevato le critiche delle associazioni per i diritti civili, che lamentano la possibilità di un utilizzo esteso che metta a rischio la privacy dei cittadini. E dire che dovrebbero già avere familiarizzato con l'idea di essere osservati a loro insaputa in molti luoghi, le telecamere sono ovunque.

Forse, a pensarci, l'impatto emotivo provocato da questa misura di sicurezza risiede nel fatto che una telecamera che si muove libera in cielo senza un operatore che fisicamente la maneggi e la sposti diventa un po' troppo autonoma. Sa già di robot, di macchina che controlla attivamente l'uomo. Il repertorio cinematografico fantascientifico pullula di città i cui cieli sono invasi da aggeggi che volano sulla testa della gente. E guardacaso, il tema dell'acquisizione di informazioni come fonte di controllo, suprema forma di potere, è uno dei leit-motiv del genere. I microchip nel cervello sono più invasivi, questo è sicuro, ma anche un aeroplanino che ti spia mentre tagli l'erba in giardino può dare fastidio. Ancora una volta l'americano medio è alle prese con il paradosso. Il prezzo della sicurezza, un diritto civile che a tratti sembra sfiorare la fobia, comporta una rinuncia a carico della libertà personale.

Si può controllare i cattivi senza spiare i buoni?

Eva Milano