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L’ASFALTATURA

Il fine giustifica i mezzi, sosteneva un importante toscano del passato, ma davvero i “diritti degli altri” possono essere uno strumento per far fuori gli avversari?
Chi sta rottamando cosa?
Confesso che l’idea che Renzi abbia “asfaltato” l’immarcescibile ceto politico del PD – lo stesso che ha determinato con il suo inciucismo le condizioni per la sua rapidissima conquista del partito e del governo, lo stesso che sembrava ancora capace di perseverare nei guasti che ha prodotto in questi troppo lunghi anni - mi ha fatto fremere di piacere. Vedere i dalemi e soci arrancare e annaspare di fronte alle spallate di Mr Bean mi ha anche dato la dimensione dell’equivoco in cui siamo incappati e rotolati per anni: li credevamo uomini e donne di Stato, sovente li criticavamo, mai però abbiamo pensato che non operassero per il bene comune e sulla base di ragionamenti e strategie a lungo studiate e frutto delle migliori menti del paese. Tutte balle: come tutti gli altri, hanno pensato, nell’ordine, a sé stessi, al loro amici, alla ditta e… se avanzava qualcosa, allo Stato. Come il loro discepolo, quello che si è appena vantato di averli asfaltati.

Hanno passato la vita a tessere tele complicate nelle quali la parte del ragno l’ha sempre fatta qualcun altro, le vittime erano sovente i loro affezionati elettori, italicamente votati a farsi prendere per fame, ciclicamente drogati con gli alti valori del solidarismo e del socialismo. Uno sventolio di bandiere rosse, qualche richiamo alla dottrina sociale della chiesa e tanto magone hanno condito questa lunga stagione nella quale ci spiegavano, un giorno sì e l’altro pure, come stare al mondo, come pensare e come votare. Prima che Renzi li asfaltasse, hanno asfaltato ogni forma di dissenso (ricordate Veltroni l’africano?), ogni germoglio di nuova sinistra, ogni barlume di spirito critico scegliendo le liste bloccate e la fedeltà del cane col padrone; eppure questo paese ne avrebbe avuto tanto bisogno, ma rischiavano troppo per operare diversamente da come hanno fatto. Adesso siamo all’epilogo, Renzi ha imparato come si fa e opere su di loro. Su di loro? Siamo proprio sicuri?

La resa dei conti all’interno del PD, in realtà, ha una vittima certa: i lavoratori e il lavoro. Non per una questione di principio intorno a un articolo già sufficientemente sgonfiato della sua portata effettiva, ma più semplicemente perché ha costretto il paese a schierarsi non già a mirare i fallimenti di questi politici, che il lavoro l’hanno ammazzato, ma i pochi diritti di chi ancora ce l’ha. Renzi li ha trasformati in “privilegi”, che impediscono alle aziende di dare lavoro ai giovani. Ben sostenuto dai mass-media, ha costruito un conflitto fra generazioni e persone che non esiste, ma che monopolizza discussioni e ragionamenti da ormai un mese.

L’epilogo della faccenda ancora non lo conosciamo, di certo il lavoro esce ancora una volta pieno di lividi, utilizzato da un giovanotto di belle speranze e di tanto cinismo per asfaltare i compagni di partito, al fine di sottrarre loro il potere residuo per distribuirlo ai suoi amici. E’ il degno esito di un paese che – pur consapevole di ciò che accade e di ciò che potrebbe accadere prossimamente – preferisce continuare a scegliere gente e organizzazioni così.
Le alternative possibili si sono rivelate l’altra faccia della stessa medaglia, della stessa inconsistenza, forse con un po’ di coraggio in più. Senza un’alternativa, inutile rimproverare agli elettori le scelte sbagliate, sono le uniche possibili. Senza un’alternativa, il paese va a fondo e sottacqua anche l’asfalto si sgretola.

Chi asfalterà l’asfaltatore?

Mariano



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