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LA PARLANTINA

In tempi di rottamazione e di giovanilismo uber alles, non sempre sono chiari i requisiti che il giovane deve possedere per riscuotere successo…
Parlare bene, razzolare…
Le giravolte logico-verbali del giovane Renzi – prima affermare perentoriamente una cosa e poi contraddirla senza nemmeno il bisogno di spiegare il perché – sono una delle cose che resteranno nel ricordo futuro di questi giorni convulsi.
Chi si occupa di politica sa perfettamente che è quasi impossibile mantenere fede agli enunciati perentori che, a volte, escono da soli dalla bocca per dare modo a chi li produce di pentirsene subito dopo. Dunque, non credo che Renzi debba essere messo sotto processo per la scarsa coerenza, anche se qualcosa vorrà pur dire anche questa sua leggerezza nel dire e disdire perfino di cose troppo serie per essere trattate così. Quello che mi interessa analizzare sono  da un lato gli attributi del giovane che va di moda oggi; dall’altro gli effetti che tutto questo produce sul paese, sulla politica, sulla credibilità generale del sistema.
Quanto agli attributi, il giovane (politico e non) che piace oggi a giornalisti e opinione pubblica deve essere atletico, non troppo palestrato, sempre in ordine e con cravatta (ammessa la camicia aperta sul collo nei momenti più informali…). Se femmina,
deve essere carina, alta, slanciata e ben vestita, il trucco sottolineato, ma tenue nella scelta dei colori. Maschi e femmine debbono avere la battuta sempre pronta, essere in grado di ripetere con immutabile entusiasmo sempre gli stessi concetti in modo che il popolo bue li assimili. Gli stessi concetti sono pericolosamente vicini al luogo comune senza mai confondervisi: a tale scopo ci sono gli addetti che sfornano in continuazione infinite varianti sul tema.
Maschi e femmine “nuovi”, provengono da lavori che nemmeno loro sanno descrivere: si va dalla partecipazione ai reality allo sviluppo di mansioni in inglese in aziende di famiglia che aprono e chiudono giusto il tempo per metterli in aspettativa a carico dei contribuenti; hanno lavorato nella segreteria di questo o quel politico di cui adesso seguono le orme, finalmente “in proprio”. Tra quelli che vanno per la maggiore non ne trovi uno che abbia un lavoro “vero”, di quelli normali, magari ottenuto in un sano rapporto di meritocrazia (quella che invocano come un mantra) con il datore di lavoro. Smartphone in mano, messaggiano e titillano supporter virtuali che esercitano on line lo sport nazionale, quello della banderuola. Con la stessa facilità con cui oggi li lusingano, nella speranza di essere parte della cordata giusta, domani di disprezzeranno per correre dietro al più nuovo e meglio garantito.
Hai l’impressione che enuncino senza sapere davvero a fondo di cosa parlano, che azzardino come i broker in borsa, immaginando l’azione di governo come un continuo rilancio di parole e gesti che servono ad alimentare un perenne confronto muscolare dove non contano i risultati, ma solo chi vince. E poi sono bugiardi patologici: attribuiscono agli altri le bassezze che alimentano nelle loro testoline, non sono mai responsabili degli insuccessi, non debbono mai fare autocritica perché non hanno ragioni per farla. Chiamano le cose con il nome giusto, solo che le fanno al contrario: invocano legalità e sono opachi nell’azione, proclamano di tutto e alimentano clientele da far impallidire i democristiani di un tempo.
Possono simili soggetti portare benefici al paese, in qualunque settore si trovino ad operare? Per me, no. Al massimo portano benefici a se stessi e alle loro piccole cerchie.
I giovani italiani non sono così: ce ne sono che con tanta umiltà studiano da bestie, ce la mettono tutta sul lavoro, accettano contratti capestro, salari infamanti e condizioni da ottocento, si ammazzano di fatica e ansia per costruirsi una vita decente, fanno volontariato, partecipano alle attività in difesa dell’ambiente, provano a costruisce un modo diverso e più felice di vivere, si preoccupano di quello che succede in Siria o in Ucraina, vorrebbero vedere competenza e umanità sposarsi fra loro a immaginare una società con poche ingiustizie e tanta inclusione. Di giovani così ce ne sono tanti, ma noi non li vediamo perché, insieme ai vecchi sopravvissuti all’onda berlusconiana, sono quelli che tengono in piedi questo paese. E non se li fila nessuno, perché non hanno tempo da perdere a presidiare la rete o le sedi dei partiti in agonia, soprattutto non vogliono diventare come i loro coetanei alla moda.
Care mamme e cari papà di giovanotti e signorine che si affacciano oggi alla vita sociale e all’attività professionale: ma davvero volete che i vostri figli diventino così? Davvero volete che, invece che una risorsa per il paese, si trasformino nei mostri che vediamo ogni sera in tv? Pensateci, quando andate a votare...
Mariano



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