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UNA QUESTIONE POLITICA

Credo che non sia mai un bene far diventare politiche questioni personali e viceversa. Deve esserci un limite e un confine fra le considerazioni sulle idee e i comportamenti e quelle che afferiscono alle persone. 
Per questo mi sono interrogato a lungo circa l’opportunità di pubblicare questo pezzo di Franco, non perché abbia le caratteristiche della “brutta politica”, tutt’altro, ma perché potrebbe essere letto come una confusione pericolosa fra gli attacchi personali e la battaglia politica. Io che, di attacchi personali e di calunnie ne ho subiti e ne subisco davvero tanti, di qGrugliasco-torre-2ueste questioni me ne intendo.
Il fatto è che – quando la politica diventa clientela, pratiche finalizzate unicamente alla gestione del potere, condite con minacce, ricatti e ricattini… e quando questo dura troppo a lungo – per forza le persone diventano simboli e le considerazioni politiche finiscono per diventare considerazioni personali. C’è un gran bisogno di spazzare via tutto questo,a  cominciare da brutte pratiche e costumi delle forze politiche che agli occhi dell’opinione pubblica rappresentano la speranza di una resurrezione italiana. Il PD in primis. Il post surreale (ma assolutamente reale) di Franco ci illustra meglio di tante analisi di cosa ci sarebbe bisogno per ridare dignità alla politica e alle persone che se ne occupano. Le cose che lui racconta ve le potete sentir dire da un qualunque grugliaschese appassionato della sua città e preoccupato per la deriva che ha preso. Quella contro la quale stiamo lavorando, per dare a questa città prospettive, aria pulita e tanto rispetto. Buona lettura.
La storia di Robello Monzù di F. Maletti
(Subito una precisazione per rendere comprensibile il seguito dello scritto: “Robello Monzù” è il nome di un sodalizio: rappresentato dalla fusione dei nomi Roberto e Marcello, e dai cognomi Montà e Mazzù).
Risale ad almeno cinque anni fa la decisione di Marcello Mazzù di designare come suo successore alla carica di sindaco di Grugliasco Roberto Montà, plasmandolo il più possibile a sua immagine e somiglianza. E, pur di raggiungere questo obiettivo nulla è stato lasciato al caso: anche perchè nelle votazioni recenti del 2007 è inquietante che un assessore uscente che si presenta in lista come candidato non venga nemmeno eletto.
Ma, nello stesso tempo, è la prova evidente anche per lui del suo bisogno di “vincere facile”. Se necessario anche a dispetto della democrazia. Infatti le elezioni sono sempre un rischio. Tant’è che Luigi Turco ed Anna Cuntrò, hanno preferito non candidarsi, e (operazione si presume “a buon rendere”) essere nominati assessore dal sindaco Mazzù a votazioni avvenute.

Per un sindaco non è necessario avere un grande acume per individuare tra i consiglieri eletti quelli che sono difficilmente condizionabili e nello stesso tempo quelli che potrebbero fare ombra al suo protetto. Tant’è che, con una accorta distribuzione degli incarichi, anche al di fuori del palazzo comunale, è stato facile fare in modo che in breve tempo la stella di Robello Monzù brillasse più di ogni altra: al punto di offuscare agli occhi di tutti ogni altro pretendente alla poltrona di sindaco. D’altronde il ragazzo si presenta bene: ha la parlantina sciolta, è giovane, sa gestire molto bene le informazioni utili al potere senza condividerle con altri, sa tacere e girare la testa dall’altra parte quando è necessario. Oltretutto, al momento del lancio della sua candidatura a sindaco, potrà vantare l’invidiabile primato di dodici anni interrotti come assessore in Grugliasco: e con deleghe non da poco, come quella delicata del Bilancio.

A questo punto per il sindaco rimane soltanto una cosa da fare: addomesticare il Partito Democratico in modo tale che il sindaco ed il partito siano di fatto la stessa persona. Tutto questo avverrà nel tempo e in modo metodico, anche se democraticamente discutibile.
Per prima cosa il Sindaco, appena eletto con il sessanta e passa per cento dei suffragi, si autonomina “faraone”. Da quel momento lui non si considera solo la massima espressione a livello locale del nascente Partito Democratico: ma è Lui il partito stesso. Quindi guai a chi osa criticarlo, guai a chi osa contraddirlo, guai a chi osa chiedere ragione di alcunchè. Nemmeno se la motivazione è quella di tenere informati i cittadini.

Il capolavoro viene realizzato con le ultime primarie del Partito Democratico, presentando come segretario di Circolo una sola candidatura: quella del consigliere Pier Paolo Soncin. A chi faceva notare che un Segretario di Circolo, che è anche consigliere, è facilmente “suggestionabile” da parte del sindaco, entrambi gli interessati hanno risposto con un “figuriamoci”. E, a dimostrazione di grande liberalità, è stata composta una sola lista per il Direttivo che comprendeva proprio tutti. La sera stessa del Congresso qualcuno ha capito che qualcosa non quadrava quando si è scoperto che i nominativi dei delegati al Congresso provinciale e al Congresso regionale erano stati decisi su insindacabile giudizio del sindaco stesso. Quando qualcuno a chiesto di conoscere almeno quali erano stati i criteri di scelta la risposta del sindaco è stata di un imbarazzato silenzio, che ha fatto rimbombare la sala del vuoto di democrazia espresso. Ma il bello è venuto subito dopo, perché il segretario Soncin, appena eletto, con grande enfasi ha detto che, poiché le sue idee erano grandiose, l’unico modo per realizzarle era quello di costituire una “segreteria” di VENTI persone da lui selezionate. E che questo, si “era informato”, era una facoltà statutariamente consentitagli.
Inutile aggiungere che la segreteria di ventuno persone escludeva la maggior parte dei “cattivi”. Inutile dire che tra le ventuno persone la presenza femminile era ridotta “statutariamente” a sei. Inutile dire che da quel momento il Direttivo veniva convocato soltanto per prendere atto delle decisioni. Inutile dire che il ruolo del segretario era ridotto a quello di notaio, mentre relazione e conclusioni le faceva il sindaco. Inutile dire che mai nulla è stato messo in votazione: perché veniva dato per scontato “l’unanime consenso” anche quando unanime non lo era. Per arrivare, alla fine, con la candidatura d’imperio di Robello Monzù: presentata con un documento a firma di un gruppo di persone tra le quali (guarda la combinazione!) c’era anche la firma del sindaco. Con la ”incazzatura” conseguente di alcuni dissenzienti che, non condividendo il metodo, si candidavano anche loro. (Basti pensare, in proposito, che la somma delle firme necessarie per la presentazione della candidatura da parte dei dissenzienti, è superiore alla somma delle firme raccolte da Robello Monzù: il che la dice lunga sul suo livello di consenso e di rappresentanza goduti tra gli iscritti all’interno dello stesso circolo del PD).

Poi ci sono state le Primarie, che tutti sanno come sono andate. Ma dove tutti hanno anche visto quanti soldi sono stati spesi, da chi e in che modo, quali e quante promesse sono state fatte, pur di far vincere (senza risultati entusiasmanti e nettamente inferiori alle aspettative) Robello Monzù. Lo stesso Robello Monzù che adesso pretende da tutti l’onore dovuto al vincitore come se si fosse trattato di un confronto leale e democratico, e soprattutto con “identico” utilizzo di risorse. Per cui, ora, l’intera coalizione che ha partecipato alle primarie dovrebbe, senza discutere, “prendere ordini” soltanto da lui.
In questi giorni, in uno slancio “democratico”, il Comitato che sostiene la candidatura di Robello, ha creato nel Circolo alcuni Gruppi di Lavoro divisi per aree tematiche ed aventi il compito di elaborare il programma del futuro sindaco. In queste aree tematiche sono stati inseriti, a dimostrazione di “democrazia” anche i nominativi di alcuni dissenzienti storici. Tra questi c’è anche il mio nominativo. Io ovviamente non partecipo a queste riunioni. Ma evidentemente all’esterno fa molto “fine” farlo credere. Ciò che rende ancora più ridicola la cosa è che ogni gruppo di lavoro ha un “tutor”: che è poi l’attuale assessore di riferimento se questi è del PD, oppure persona fidata se non c’è assessore di riferimento di area PD. Il che fa facilmente concludere che, non solo il programma è già deciso, non solo è vietato criticare l’operato nel passato recente, ma che addirittura tutti i “posti futuri” sono probabilmente già assegnati.

Dulcis in fundo, è arrivata una penosa lettera a firma del segretario Soncin dove, nel ricordare democraticamente ad ogni iscritto in regola con il tesseramento al Partito Democratico la sua facoltà di chiedere di essere messo in lista sottoponendo il proprio nominativo alla valutazione di un commissione apposita composta da tre persone e comprendente tra questi Soncin stesso ed il sindaco uscente (non importa il nome del terzo, tanto è già in minoranza) si precisa che, con la eventuale richiesta, deve essere tassativamente allegato un documento che impegna la persona a fare, oltre la ovvia campagna elettorale per la elezione a consigliere di se stesso, anche a fare “lealmente la campagna elettorale per la elezione a sindaco di Roberto Montà”…( coda di paglia?).

Ma io, ad esempio, questo ibrido Robello Monzù non lo voterò mai. Nemmeno fosse l’ultimo candidato di questo mondo. E per una serie svariata di ragioni: prima fra tutte il fatto che è da questo genere di persone che il Partito Democratico (se vuole il consenso dalla gente che crede nella democrazia e nella politica come espressione della volontà popolare) deve sapersi difendere.
Ma poi non condivido il fatto che Robello Monzù abbia attualmente in Regione un contratto co.co.co. soltanto perché, parole sue, “Questo gli consentiva di continuare a beneficiare dell’indennità piena come assessore. Cosa che non sarebbe stata possibile se fosse risultato lavoratore subordinato”. Giudico questo fatto immorale, e ancora di più averlo reso pubblico: in quanto, evidentemente, da lui stesso basato sulla presunzione che chi ascolta possa condividere ed assolvere un simile operato.

Non condivido il modo con il quale è stata presentata la sua candidatura, smaccatamente sponsorizzata anche dal sindaco. Lo stesso sindaco che per ogni suo atto vanta la sua imparzialità e la sua trasparenza.
Non condivido che alla proposta di Montiglio e di Amarù di ritirare tutti e tre la candidatura al fine di raggiungere all’interno del Circolo l’accordo su una candidatura democraticamente discussa e condivisa, Robello Monzù abbia arrogantemente risposto di NO.

Infine, non condivido l’idea che Grugliasco venga consegnata per i prossimi dieci anni ad un simile personaggio: perché credo che Grugliasco sia ampiamente in grado di proporre di meglio.
Franco Maletti

N.B. Un consiglio. Dopo avere ascoltato le manifestazioni di sdegno. Lo stupore per la mia ingratitudine, per la mia incoerenza, per le mie “falsità”. La minaccia di “azioni legali” nei miei confronti e addirittura il mio “essere fuori dal Partito Democratico”, provate a chiedere a chi dice tutto questo che cosa PERSONALMENTE ci perderebbe se Roberto Montà non venisse eletto alla carica di sindaco di Grugliasco. E ascoltate bene quello che vi risponderanno. Perché in futuro, forse, vi sarà utile ricordarlo.
febbraio 2012
franco.maletti@libero.it



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