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In galera li panettieri.

di Dotturbo

La dinamica dei prezzi cerealicoli per panificazione e prodotti assimilati ha ultimamente subito un incremento rilevante sui mercati internazionali. Le cause più evidenti derivano da dinamiche congiunturali (aumento complessivo della siccità) e strutturali (mutamenti delle abitudini alimentari da parte di popolazioni numerose, come quelle dell’Estremo Oriente, che tendono a passare man mano dal riso ai cereali; incremento della domanda di biodiesel - causato, al di là degli "afflati" ecologistici - dall’aumento dei prezzi petroliferi susseguente alla forte domanda di tali prodotti da parte dei Paesi emergenti, anche qui dell’Estremo Oriente, che si ripercuote sui prezzi del mais, i quali fanno notoriamente da "benchmark" per tutto il comparto).

E il pane aumenta.

Ma non è questa la causa principale dell’aumento dei prezzi del pane. Per esemplificare i termini del problema, accenniamo alla filiera che parte dalla spiga a arriva fino alla pagnotta. Si consideri innanzitutto il prezzo del grano duro, stimabile mediamente, sul nuovo raccolto (a seconda del contenuto di "panificabilità", cioè del glutine, degli enzimi e degli zuccheri presenti) di luglio 2007 intorno ai 26,00/28,00 euro a quintale: cioè 0,26/0,28 euro al kg, contro un prezzo base del pane di circa 3 euro al kg.

La domanda che sorge spontanea è, evidentemente, questa: "come può la materia prima del prodotto di consumo più comune rappresentare solo l’8% del suo costo?" Può... può! In passato ci sono state non poche rivoluzioni popolari, a causa di questo.

 



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