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PRIMO MAGGIO 2007: FESTA DEL NON LAVORO.

di Patrizio Brusasco

Forse si può inferire una legittima provocazione nel titolo o forse una cassandra. Certo è che la tradizionale Festa del lavoro, nata nell'Ottocento a seguito di efferati scontri proletario-industriali negli Stati Uniti, che sancì la riduzione dell'orario di lavoro a otto ore, ha assunto in questo primo maggio un particolare significato. Un plusvalore, per utilizzare un termine caro a Marx, che vede nella crisi generalizzata del sistema sociale contemporaneo il principio della fine.

Ieri il capoluogo piemontese, la cui immagine di città-fabbrica è stata per molto tempo l'emblema dell'Italia, è tornato non a caso sulla breccia, proprio a significare la particolare delicatezza del momento in cui tutti ci troviamo a operare. Gli slogan sono stati rivolti al restituire la dignità ai lavoratori oltre alla sicurezza e alla stabilità, lotta alla precarietà, condizioni civili e chi più ne ha più ne metta; e qui gli industriali e gli imprenditori grandi, medio e piccoli potrebbero recitare anche qualche mea culpa, ammesso che lo ricordino ancora.

Il lavoratore di oggi, se non gode di particolari protezioni familiari, religiose o politiche, è destinato a finire macinato in un tritacarne, a non vedere riconosciuti diritti di base –una casa, una moglie, figli, ecc. con conseguenze drammatiche per la sussistenza e la sopravvivenza dell'Italia stessa! –, peraltro sanciti dalla Carta costituzionale. È chiaro che il discorso vale per i cosiddetti giovani la cui età anagrafica è ormai dilatabile: intere generazioni rischiano, anzi sono già state sommerse dall'arroganza della gestione politica del fenomeno, al punto che il lavoro è diventato, oltre che uno status symbol, un vero e proprio bene di lusso. Chi più ha, più lavora e il sistema meritocratico, in un sistema individualistico che fa del "si salvi chi può" l'unica vera regola del mercato lavorativo, è calpestato nella quasi totalità delle occasioni.

Qualcuno sostiene anche in mala fede di non poter intervenire regolando un mercato liberista in cui domanda e offerta si incontrino: il problema è che qui domanda e offerta si incontreranno sempre meno. E poi, questione non del tutto trascurabile, se non è demandata la politica a governare gli eventi, ci si chiede a chi si debba attribuire simile incombenza: insomma è la storia della regina che, preso atto dei continui dinieghi del marito sovrano di garantire maggiore giustizia ai suoi sudditi con la scusa del "ma chi sono io per cambiare le regole", gli ricorda amorevolmente di essere "solo" il re! Nel nostro paese il re è nudo! E si approfitta da lungi dei vizi conclamati della società italiana, per nulla coesa e per nulla dotata di senso civico e di buon senso. Peccato che qualcuno, mi si perdoni il termine un po' forte,  ci stia fottendo la vita, contenti noi...

 



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