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quattro parole di buon senso.

di Eva Milano

Ma perché mai l’Unione Europea si danna l’anima per intraprendere misure a salvaguardia dell’ambiente, sforna piani trentennali, prospetta obiettivi ambiziosissimi? Cioè, come mai si accanisce così tanto se poi Cina e India, che stanno vivendo la loro strampalata rivoluzione industriale, dell’ambiente se ne sbattono allegramente? Per non parlare degli Stati Uniti, che si occupano più delle scarpe che portano che non della terra che calpestano. Almeno fino ad ora, per essere ottimisti.

È elementare: non si fa niente di buono per l’ambiente se l’azione non è congiunta e mondiale. A questo proposito quattro parole autorevoli e ben dette, lette sul giornale, non risolvono la contraddizione, ma consentono un bel respiro di aria pulita.

Su Repubblica di lunedì 15 gennaio è pubblicato in traduzione un interessante articolo del sociologo tedesco Ulrich Beck. Il senso, in poche parole, è che si può intervenire sulla questione ambientale solo a livello transnazionale e congiunto e individua proprio l’Unione Europea, per posizione e scelte politiche come veicolo possibile di questa operazione che deve necessariamente coinvolgere le potenze economiche a livello mondiale. Niente di meno è accettabile e sensato.

Un breve estratto:

"Qui si delinea il modello ultramoderno di una politica interna mondiale, che potrebbe sovrapporsi al modello ormai obsoleto della politica nazionale: (…) sotto tutti gli aspetti esso predica le interdipendenze in ogni direzione, spinge a cercare amici ovunque, a non immaginare nemici in nessun luogo, solo spauracchi che è meglio cancellare. In questo mondo retorico gli "interessi nazionali" rimangono discretamente nascosti sotto un velo pesante, nel quale sono intessute le parole-chiave "mutamento climatico", "diritti umani" e "interventi per la pace"."

Che sogno affascinante.

 
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