03/23/07

venerdì, marzo 23, 2007

Social Business.


di Eva Milano

Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, inventore del microcredito e fondatore della Grameen Bank (vedi post del 23 ottobre 2006), non ha ancora finito di confondere il mondo dell'economia con le sue idee strampalate e geniali. Ora si è inventato il Social Business. Ne parla in questi giorni, in cui si trova in visita in Italia. Per chi non avesse avuto modo di leggere i testi dei suoi interventi sui giornali, si può scoprire di cosa si tratta nella presentazione che compare sul sito della Grameen Bank, appunto. Siccome è scritta in inglese, ne traduciamo qualche estratto. Per chi vuole dare un'occhiata al testo originale, basta cliccare qui.

"Molti problemi del mondo rimangono irrisolti perché continuiamo a interpretare il capitalismo in modo troppo ristretto. Seguendo questa interpretazione limitata, si dà luogo a un essere umano unidimensionale che gioca il ruolo dell'imprenditore. Lo si isola da altre dimensioni della vita, come quella religiosa, politica o emotiva. Egli si dedica a una sola missione nella sua vita lavorativa: massimizzare il profitto".

"La teoria economica (capitalista, n.d.r.) postula che il massimo contributo possibile verso la società e il mondo risiede nel concentrarsi a spremere il massimo per se stessi. Quando tu ottieni il massimo, ognuno otterrà il massimo per se'".

"Con l'introduzione delle figura del Social Business Entrepreneur -SBE- (un imprenditore che, oltre a volgere il proprio interesse al profitto, è spinto anche da un'intenzione etico-sociale, n.d.r.) il mercato diventa più interessante perché si delineano due diverse scale di obiettivi al momento di determinare il prezzo. (...) Questi nuovi imprenditori potranno essere animati dalla stessa aggressività e dallo stesso spirito d'impresa dei colleghi. Gli SBE possono divenire attori molto importanti dell'economia nazionale e internazionale. Se oggi mettiamo insieme tutti gli SBE del mondo, non arriviamo che a coprire una fetta molto ridotta dell'economia globale. Non perché manchino di potenziale, ma perché concettualmente noi non riconosciamo neanche la loro esistenza a livello concettuale, né apriamo loro uno spazio nel mercato. Non ci interessiamo a loro perché i nostri occhi sono accecati dalle teorie che abbiamo imparato a scuola".

"Si considera il mercato come un'istituzione fondamentalmente inadatta a occuparsi di problemi sociali".

 

La nota sul Consiglio Regionale.


di Patrizio Brusasco

L’ultima seduta consiliare si è rivelata ricca di contenuti e proficua per la comunanza d’intenti, cosa piuttosto rara di questi tempi, tra maggioranza e opposizione. Nella prima parte del Consiglio, che si è tenuto in forma aperta per volontà dell’ufficio di presidenza, si è celebrata la dodicesima Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia cui hanno fatto da corollario i molti interventi, soppesati e ben ponderati, dei consiglieri, tutti ispirati a un comune sentire di fronte alla minaccia mafiosa. Forse un po’ troppa retorica e poca azione concreta, come ha ribadito qualcuno, ma a livello di principio una comune levata di scudi contro una problematica ben radicata nel nostro territorio, il cui danno sociale è ben noto a tutti. Del resto le azioni incisive in questa complessa materia non si possono certo prendere solo a livello regionale.

Il pomeriggio consiliare ha visto invece la votazione del Disegno di legge della Giunta regionale n. 372, presentato dall’Assessore Gianni Oliva il 4 Dicembre scorso, licenziato in commissione, e approdato in aula per il voto finale. Tema del DDL 372: "Celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia", che mantiene anche la dicitura abbreviata di "Italia 150". Un voto che, anche in questo caso, si è dimostrato bipartisan. Unica criticità quella relativa al controllo del Comitato predisposto per l’organizzazione delle celebrazioni del 2011 affinché non rischi di diventare, come ha paventato l’opposizione e pur avendo fatto parte anch’essa del consiglio d’amministrazione del Comitato olimpico, un Toroc 2, con tutte le polemiche e gli strascichi che hanno seguito i Giochi olimpici invernali di Torino 2006.