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DALLA CARITA' AL WELFARE... E RITORNO

Le statistiche descrivono solo in parte l'impoverimento della popolazione italiana. Civile, economico, culturale. Manca la Storia, quella che da il senso della direzione che sta prendendo il nostro mondo
Capacità di spesa in diminuzione, lavori sempre più precari e sottopagati, prestazioni e orari subordinati ai capricci dei datori, condizioni di salute dei "poveri" in picchiata, diritti anche peggio, istituzioni sociali sciatte e sfatte, servizi alla persona autoreferenziali e  buoni per pagare gli stipendi a quelli che ci lavorano. Degrado economico, povertà culturale e mancanza di speranza, tutti avvoltolati fra loro a segnare il senso di un'epoca strana, quella dell'abbondanza: di cibo, di cose e di informazioni. 
A volte l'impressione di una società "strappata" è appena mitigata dal persistere di qualche isola felice nel mare della bassa mediocrità, adeguatamente celebrata dai mass media nel tentativo di distogliere l'attenzione dal disastro di una burocratizzazione "stupida"che tutto complica e tutto rende difficile, a partire dalla vita dei poveracci. E' costruita nell'anarchia dei servizi pubblici, governati da politici di infima qualità, diretta da dirigenti senza responsabilità e gestita prevalentemente da persone che si ricordano dei doveri solo quando trattano quelli degli altri.
I poveri di oggi - non dissimilmente da quelli del passato, ma forse in modo più intenso e insopportabile - sono spesso anche brutti, sporchi e cattivi: non si sa se sia la causa o l'effetto dell'indigenza, forse tutte e due le cose. Sono di nuovo tanti. Molti siamo noi, che poveri non lo siamo mai stati e che mai avremmo pensato di diventarlo. Oggi si fa in fretta a finire laggiù., si fa in fretta anche a capire che risalire è talmente dura che forse non vale neanche la pena di provarci.
Quelli che hanno più di 40 anni sanno che non è sempre stato così e che alle nostre latitudini, per trovare un mondo ingiusto come quello d'oggi bisogna tornare indietro di almeno 70/80 anni. 
L'Italia che esce dalla seconda guerra mondiale è un paese in cui i tanti poveri, allo stremo, possono ricorrere alla carità: enti benefici - soprattutto religiosi, molti di antica tradizione - si occupano di raccogliere risorse e di ridistribuirle in iniziative caritatevoli. In primis "dar da mangiare agli affamati", ma poi anche sostegno alle famiglie in difficoltà (es. i pacchi viveri), l'apertura di dormitori per i senzatetto, l'applicazione della carità nell'inserimento di allievi indigenti nelle scuole per le élites e via un fiorire di iniziative tendenti a prestare all'individuo "fuori dalla società" qualche strumento per rientrarci, provando a portarlo al livello di quelli che nella società ci stanno.
E' anche questo la dottrina sociale della Chiesa. Fare la carità e contrastare l'avanzata della secolarizzazione della società, ancora più allarmante se condita dalle rivendicazioni e dalle idee socialiste e comuniste, dall'attività di organizzazione e rivendicazione dei sindacati
Bisogna evitare che il socialismo e il comunismo rappresentino l'unica speranza concreta per il vecchio e nuovo proletariato urbano, quello che si forma col boom economico e le ondate migratorie interne degli anni '50 e '60. Nelle fabbriche, negli uffici, nelle grandi concentrazioni di persone che lavorano insieme crescono potenti movimenti e culture che chiedono allo stato di operare per la riduzione delle diseguaglianze.
Servizi sociali, istruzione, sanità, avviamento al lavoro, investimenti per produrre, edilizia sociale e via discorrendo diventano i capisaldi di quello stato sociale che porta all'interno di un paese capitalista saldamente nell'orbita degli USA quegli elementi di socialismo e di comunitarismo che servono a tenere le sinistre all'opposizione per decenni. Però servono anche a dare al paese gli elementi per crescere senza troppi conflitti e diseguaglianze nella modernizzazione rapida che  ne cambia i caratteri, almeno nelle regioni del centro-nord.
Della carità non c'è quasi più bisogno: ci pensa lo Stato attraverso le sue articolazioni che spendono le risorse pubbliche. La carità che resta si riversa verso quella parte della popolazione (minima, ma davvero bisognosa) che è esclusa da tutto questo: famiglie con problematiche da far impazzire chiunque, nuovi arrivati ancora senza casa, appoggio, senso della collettività, strumenti per l'inclusione. La maggior parte dei "poveri", comunque, ha smesso di esserlo: lavoro, casa, istruzione per i figli, assistenza nella malattie, copertura per le difficoltà.
Tutto comincia a cambiare meno di trent'anni fa: non c'è più il pericolo del comunismo, dunque non è più necessario spendere soldi per evitare che le sue idee e le aspirazioni facciano proseliti. Di dimostrarne il fallimento se ne è occupata la storia. In più, i soldi dei bilanci nazionali - Italia compresa - cominciano a registrare tagli alla spesa sociale, a favore di investimenti che dovrebbero garantire benessere e sviluppo economico ulteriore. Per mascherare l'involuzione, l'attività di assistenza e sostegno al benessere della popolazione prende un nuovo nome: welfare.
Fine dello stato sociale: costa troppo e non ce n'è più bisogno. Meglio una sana integrazione fra le iniziative del pubblico, quelle dei privati e delle associazioni caritatevoli o solidaristiche. Cominciamo a pagare ticket sanitari non simbolici (mentre paghiamo il sistema sanitario con esose trattenute in busta paga), cominciamo a vedere che chi  in difficoltà e va dall'assistente sociale - invece che un aiuto alla risoluzione del problema - riceve parole di conforto e l'indicazione di rivolgersi a qualche ente (privato) di carità. Trovare un lavoro è solo se conosci o se godi di qualche agevolazione fiscale o accetti condizioni da schiavo; a scuola si cominciano a pagare le prestazioni che la qualificano, di case popolari nuove neanche a parlarne, di affitti accettabili lo stesso.
Il welfare era una bufala, il disimpegno dello stato continua, risorse non ce ne sono più. La burocrazia distrugge le residue possibilità e l'interpretazione ottusa delle norme da parte di funzionari sciatti fa il resto.
Siamo tornati alla carità, il cerchio si è chiuso. Solo che siamo tutti più poveri e incattiviti, le risorse non bastano a tappare le falle di un paese che non sa più da dove viene. Anni di incultura hanno indotto tutti a pensare che, se da qualche parte arriveremo, sarà da soli e comodamente seduti sulle spalle del vicino di casa o del collega di lavoro.
Mariano





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