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BERTOLDO, LEOPOLDINI E CACASENNI

Si è conclusa una Leopolda, la settima, in tono decisamente minore, ma assai utile ad aiutare Bertoldo, che è anche presidente del Consiglio, a occupare ancora di più (se possibile) giornali e televisioni. 
Per la verità, i giornali meno delle Leopolde precedenti: vuoi vedere che comincia a stufare o che, i giornalisti, notoriamente sensibili ai cambi padronali, hanno fiutato l'aria?
Non è però neanche giusto dare sempre l'interpretazione peggiore a questo come ad altri avvenimenti simili. Conosco gente di Comunione e Liberazione che rinuncerebbe a tutto il mese di ferie pur di avere il tempo di andare come volontario per pochi giorni al Meeting annuale a Rimini. Lo stesso per i sempre più rari volontari delle Feste dell'Unità. Persone ammirabili che si ammazzano di fatica, gratis e sottraendo tempo alla loro ricreazione, alle ferie, al riposo. Perché la loro ricreazione è anche questo: fare qualcosa di utile al servizio di un'idea cogliendo nel contempo l'occasione di incontrare tanti altri che sono lì per la sessa passione e lo stesso slancio. Scambiare quattro chiacchiere, lavorare insieme, accogliere i visitatori, condividere esperienze, storie, obbiettivi speranze e, a volte, illusioni. Poi c'è anche il trovarsi a diretto contatto con personaggi famosi, non solo della politica, di quelli che vivono su un altro pianeta, che li vedi solo in televisione. C'è la libertà di spezzare la monotonia della vita di tutti i giorni con un periodo di socialità accentuata e paritaria.
La Leopolda nasce e ha successo anche per questo: sono questi i tempi in cui la politica è insulto sul web - trionfo di mediocrità che si credono divinità e fanno danni che ogni giorno dovrebbero essere riparati e che invece ne generano altri - ed enunciazione di asserzioni autoreferenziali.
Proprio per questo non sono mai abbastanza i luoghi e le occasioni in cui le persone si incontrano, discutono, si divertono, ne conoscono delle altre e crescono collettivamente fino a sentirsi parte di un progetto che - almeno nel caso di Renzi - ha perfino successo. Così nasce la Leopolda, vetrina e cuore di un progetto politico che aveva l'ambizione di cambiare non solo i centri del potere (la rottamazione), ma soprattutto le modalità comunicative e di elaborazione di idee e progetti, perfino l'idea stessa di progresso e di cambiamento. In questo le prime Leopolde differiscono da quest'ultima (per la verità anche dalla precedente): c'erano soggetti che con Renzi avevano cominciato a porre le basi per un cambiamento deciso della leadership politica e delle idee di cui i nuovi politici sarebbero stati portatori. Scopo: rendere l'Italia grintosa, orgogliosa, veloce e ggggiovane; soprattutto cambiarne la cultura profondamente conservatrice, ritenuta la causa principale del declino del paese.
Il nostro Bertoldo aveva visto giusto, faceva battaglie che perdeva vincendo, rilanciava con la sfrontatezza del giovane -  ben spondato dal mondo dei poteri forti, che dimostrava però di saper utilizzare tenendoli a bada -, aveva compagni di viaggio diversi dagli yesmen di cui i capi amano circondarsi per essere sicuri che nessuno faccia ombra e tutti diano sempre ragione.
Nel corso del tempo i compagni "leali", ma non ottusamente "fedeli" di Bertoldo sono spariti a favore di una seconda fila di comparse, belledonne e giovanotti speranzosi, che tutto rappresentano tranne che il cambiamento. Insomma, controfigure sbiadite del capo che, anche per questo, non ne azzecca più una... e la riforma costituzionale non è neanche la peggiore.
Il paese non cresce, le "riforme" della scuola e del lavoro mostrano crepe spaventose, i disoccupati sono sempre troppi, proprio come gli evasori impuniti, i giovani e i vecchi sono sempre tenuti insieme da vincoli malati (i vecchi pensionati che mantengono figli e nipoti) e il paese è depresso. Colpa di Renzi? Anche, ma sarebbe "pensare renziano" attribuirgli la colpa di un paese addormentato, un po' per comodo un po' perché abituato a essere anestetizzato dalla politica, che così fa quello che vuole.
Bertoldo è diventato (forse è sempre stato) anche lui così: chiacchiere, smorfie, giochi di parole, tagli allo stato sociale chiamati "riforme" e all 'istruzione chiamandoli "buona scuola", con uso spregiudicato dell'inglese per mascherare il tutto. Perfino la scelta di impegnare un paese allo stremo a una campagne elettorale che va avanti già da mesi è una tipica democristianata, una di quella cose che un politico dotato di senso dello Stato mai dovrebbe fare.
Ovvio che la Leopolda 7 si sia trasformata in una specie di Festa del Capo, dove esiste l'evento perché c'è il capo, diversamente non avrebbe senso. Quello stesso capo che non si nutre più dell'elaborazione politica e delle idee che i suoi amici e sostenitori portano lì, sono altri i luoghi e i soggetti di suo riferimento. E così i leopoldini sono diventati alcuni bertoldini (metteranno giudizio fra poco, speriamo che non imitino il padre) e altri dei cacasenno, innamorati della sceneggiata e poco interessati alla sostanza, gente che non metterà mai giudizio.
Questo fino a quando il capo terrà la posizione, c'è da scommettere che, ai primi seri scricchiolii, una bella fetta della platea leopoldina - cacasenni in testa - si farà trovare pronta a migrare altrove, borbottando, proprio come ai funerali del vero Bertoldo, che "non aveva neanche l'aspetto di un uomo, piuttosto sembrava un orso perfino un po' deforme".
Mariano



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