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LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO

Oltre millesettecento anni fa, i barbari premevano alle porte. Ecco un dialogo immaginario e di fantasia, ma non troppo.
"Dai, vieni Clodia, usciamo da questo calidarium sennò finiamo lessate. Proprio come la carne che servirò stasera a mio marito Licinio".
"Sì, hai ragione: qualche minuto nel frigidarium per dare freschezza e consistenza alla pelle, poi via  a casa. Sai Cornelia, stasera abbiamo ospiti che vengono direttamente dal barbaricum e speriamo che abbiano portato cose buone e altrettanto buone notizie. Si racconta di nuove partite di sclaves, appena catturati e tutti molto giovani, pronti per i bordelli dell'impero. Si dice che siano molto violenti e che non si lascino facilmente domare, ma le donne fanno fare ottimi affari ai tenutari perché sono belle e ricercate".
Seguite da ancelle di varie razze e colori, le due nobildonne si dirigono al frigidarium sempre chiacchierando amabilmente fra loro.
"Si dice - riprende Clodia - che i selvaggi premano sui confini e stiano per sfondare le fortificazioni sul Danubio per entrare nel Norico. Mio marito ha chiesto di tornare a Roma per occuparsi di compiti più sicuri, ha paura a comandare truppe imperiali sui confini orientali. Lo stesso stanno facendo i suoi compagni d'arme. La maggior parte del soldati, oltretutto, è più vicina ai selvaggi che dovrebbero combattere che a noi Latini: come fare a fidarsi di loro? Hanno portato via il lavoro da soldato ai nostri giovani e adesso lo svolgono loro con svogliatezza e senza lealtà".
"Beh, forse anche noi al posto loro faremmo uguale: perché difendere con la vita i confini di un impero che, fino a qualche anno fa, non era neanche loro? Perché combattere selvaggi che sono i loro parenti e amici?"
"Io l'avevo detto - continua Clodia, mentre si siedono sulle panche di pietra per eliminare le ultime tossine e ricedere il delicato massaggio delle ancelle al seguito - che bisognava tenerli fuori tutti, che occorreva tirare su dei muri lungo i confini e ammazzare chiunque provasse a scavalcarli. Invece hanno prevalso quelli che preferivano cercare un accordo con questa gente e... questi sono i risultati: ce li abbiamo in casa".
"Guarda che non li abbiamo fermati solo  perché non ne siamo stati capaci, non ci è rimasta altra strada che cercare il male minore, evitando al massimo guerre e devastazioni. In fondo abbiamo tante terre ancora disponibili, perché non permettere alle loro tribù di entrare nell'impero e di insediarsi pacificamente diventandone cittadini?"
"No, Cornelia. Così facendo distruggiamo la razza, imbastardiamo l'impero e gettiamo le basi per le nostra fine. Quelli sono più giovani e attivi di noi, tempo un paio di generazioni e non resterà più nulla per noi, vecchi Latini, così bravi da realizzare un grande impero e un benessere che gli altri ce lo invidiano. Fermiamoli finché siamo in tempo, rimandiamoli indietro e costruiamo argini alle invasioni, che siano pacifiche o no".
"Sei proprio sicura che sia possibile?", le sussurra Cornelia uscendo dalle terme, finalmente rifocillate e ripulite dopo un pomeriggio di ozi, in una vita di ozi. Appena mitigati dalla necessità di dare ordini precisi alla servitù, plurilingue e multirazziale.
Poi vanno a casa insieme al corteo dei servi. Stanno davanti, come si conviene ai nobili, perciò non si accorgono dell'ultimo della fila - un giovanotto fenicio acciuffato nel corso di una delle guerre contro i successori di Mitridate, re del Ponto - che dice all'ancella nubiana a cui fa la corte da anni:
"Quelle due non hanno ancora capito che il tempo è dalla nostra. Basta aspettare e quella mescolanza che fa bene al mondo si realizzerà, che lo vogliano o no. Resistendo accelerano la fine del  loro mondo perché gli impediscono il cambiamento che potrebbe salvarlo. Forza, Aboussa, vediamoci stadera che cominciamo a festeggiare l'imminente liberazione."
Mariano



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