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IL METODO DELLA RISSA

Chi grida più forte, chi esaspera le situazioni per sostituire le buone ragioni con le relazioni spazzatura. Chi vince, chi perde, cosa si vince e cosa si perde…
Grida & minaccia, che qualcosa ottieni!
E’ oramai diventato difficile immaginare un contesto con più di due persone dove non ci sia uno dei partecipanti che cerca con prepotenza, urla e minacce di avere la meglio sugli altri. Che di solito gliela danno vinta – non hanno voglia, coraggio, energie per combattere con gli stronzi urlanti – abbandonando il campo e rifugiandosi in nicchie appositamente create per garantire la sopravvivenza stentata alle persone miti.
E’ successo nella politica - sembrano spariti quelli capaci di ragionamenti più lunghi di un tweet o capaci di ascoltare le argomentazioni altrui per cercare, se possibile, una sintesi comune –, nell’economia, nei mass media, nella cultura, nello sport e anche nei rapporti famigliari. Stabilire relazioni si trasforma automaticamente un una specie di corsa a far vedere chi la vince, a gareggiare spietatamente con ogni mezzo con l’obiettivo non di prevalere, ma di annientare l’altro e gli altri, costruendo così l’illusione che potremo trionfare in solitaria e che il nostro Io elastico si potrà tendere fino a comprendere tutto il mondo che ci interessa.
Se non gridi, se non minacci, non ti calcola nessuno. Questo è il modello che si è affermato nel nostro paese e che è causa e generazione dei disastri di oggi. Il virus si è diffuso dapprima senza quasi che ce ne accorgessimo...

... poi è divampata l’epidemia delle santanchè e degli sgarbi: dalla televisione alla realtà, dal grande al piccolo. Ciascuno di noi può essere così e metterla in rissa per non mettersi in discussione. E’ tutto un paese che va avanti così da parecchi anni e al degrado sociale, economico e politico ha aggiunto quello umano, il più difficile da risolvere, ma senza il quale non c’è ripartenza. Il renzismo è purtroppo anche questo.
Riunione di insegnanti a scuola: finte barricate ideologiche contrappongono fazioni variabili che si compongono e scompongono in nome della conservazione del “si è sempre fatto così”, della “libertà di insegnamento”, del “tanto non hanno voglia di studiare”. Strilli che neanche a Ballarò (inteso come mercato di Palermo), sceneggiate di bassa lega a mascherare una vuotezza di impegno e interesse e uno svacco sociale che anche lì dentro comincia a farsi sentire con pesantezza. L’incontro finisce in vacca, nessuno decide nulla, quelli che volevano provarci a fare le cose insieme (a cooperare) desolatamente costretti ad arroccarsi sull’io, io, io, io… a imitazione dei colleghi schiamazzosi. Ma è così in quasi tutti gli ambienti di lavoro, solo che nelle aule scolastiche stride di più perché gli stessi che la mettono in rissa pretendono, la mattina, rispetto, devozione e sottomissione dai loro studenti. Sennò li senti strillare come aquile e invocare punizioni bibliche per quelli che alzano la cresta.
Trasmissioni televisive, sedute del Parlamento e dei consigli comunali, lo schema si riproduce un po’ dovunque. Sovente sono coloro che ricoprono incarichi di responsabilità che - per mascherare la loro fragilità, o per paura della concorrenza o, ancora, per arroganza pura – la mettono in rissa, minacciando qua e là servi sciocchi che non vedono l’ora che qualcuno lo faccia per mettersi al suo servizio. Così si riproduce la corte, ogni volta al ribasso più ancora della volta prima.
La rinascita del paese deve cominciare dalla costruzione di un modo cooperativo di stabilire relazioni. A casa come a scuola, come in fabbrica e in ufficio. perfino nei partiti e nelle istituzioni. Cooperare, collaborare, ascoltare, cercare la sintesi, riconoscere a chi le ha le capacità di includere e chiedergli di metterle a disposizione. Fornire robuste ragioni a chi la mette in rissa per constatare che quel sistema non funziona più, magari si ritorce perfino contro chi lo usa.
Non credo che siano buoni propositi per anime belle, mi piacerebbe che fosse una qualità fondante della politica nuova, quella che serve all’Italia per venir fuori dalla melma. Provo nel mio piccolo a fare così, non sempre ci riesco, qualche volta ottengo buoni risultati. E ne sono fiero.
Mariano



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