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LE COOPERATIVE

La melma romana rende evidente ciò che in tanti sapevano, che qualcuno denunciava, che i più fingevano di non sentire, che parecchi deploravano come un attacco al lavoro "buono",  di sinistra. “Abbiamo una banca” e abbiamo le coop…
L’imprenditoria “rossa”?
Faccio parte di quelli che preferiscono la cooperazione alla competizione, sono davvero convinto che, anche in campo economico, l’unione e l’armonia rendono di più della contrapposizione e della battaglia fra le persone. Quindi mi sono sempre piaciute di più le cooperative delle imprese padronali, perfino quando le prime si rivelavano strumento per l’organizzazione del consenso dei partiti di sinistra e di finanziamento delle loro campagne elettorali. Senza andare troppo lontano, l’attuale presidente della Regione, Chiamparino, ha organizzato la sua campagna elettorale nella sede della potente Coop Di Vittorio, senza minimamente curarsi del palese e inopportuno conflitto (naturalmente la Coop Di Vittorio è destinataria di cospicui finanziamenti regionali per la realizzazione dei suoi programi e della concessione di aree in diritto di superficie anche dal Comune di Torino di cui il Chiampa è stato sindaco).
Avevo e ho grande ammirazione per molte cooperative sociali che suppliscono alle carenze dello Stato caricandosi dell’onere di creare lavoro per svantaggiati, disabili, persone che diversamente sarebbero un onere aggiuntivo per la collettività e che, invece, proprio attraverso il lavoro assistito, trovano dignità e un barlume di quella felicità a cui tutti avremmo diritto.
Di solito queste cooperative sono le prime a subire i taglia ai finanziamenti. Facile: non possono protestare più di tanto, debbono tutelare i loro soci lavoratori in condizioni di svantaggio, non possono permettersi di alzare troppo la cresta. Naturalmente, quando è ora di campagna elettorale, tutti i referenti politici si fanno avanti per ottenere finanziamenti e tanti voti: se i cooperatori sono d’accordo bene, sennò, una volta vinte le elezioni, il lavoro verrà dirottato altrove. Così il sistema va avanti sulle spalle delle cooperative buone, ma non abbastanza forti da potersi permettere anche la libertà. Roma insegna, leggere le intercettazioni per credere

Ho conosciuto la realtà delle cooperative edilizie, ho assaggiato di persona (insieme a parecchi loro soci) i metodi simil mafiosi con cui interloquiscono con ci vuole vederci chiaro nei loro bilanci, su come destinano le somme che ricevono dagli enti pubblici, su come gestiscono i fondi degli inquilini/assegnatari e così via. Ho visto l’ostracismo dei seguaci dei loro capi, l’ostilità al limite della violenza con cui impostavano i rapporti con quelli che chiedevano spiegazioni sui loro soldi, su che fine avessero fatto, su come fossero stati reimpiegati e ridestinati, la collateralità scandalosa degli amministratori pubblici dei comuni dove costruiscono. Naturalmente ho anche sentito le innumerevoli giaculatorie sulla “funzione insostituibile dell’edilizia sociale”.

La prima volta che ci ho sbattuto il naso era esattamente vent’anni fa. Appena eletto sindaco a Grugliasco, un consigliere del PDS di allora mi chiede di partecipare a una cena proprio con i vertici della principale cooperative edilizia di Torino e dintorni. Non ci vedevo nulla di male – la magistratura aveva spazzato via i loro referenti in zona e stavano cercando di capire chi fosse questo mostriciattolo eletto a sorpresa a Grugliasco - e ci andai. Poi me ne andai, prima del dolce. La storia per me era finita lì: i terreni si assegnano a seguito di gare pubbliche lanciate da bandi che permettano a tutti di offrire le migliori condizioni, rossi, verdi o bianche che siano. E così è stato, solo che, quando sono andato via, le regole precedenti sono prontamente state ripristinate e oggi nel mio comune si è tornati ad assegnare aree senza gara.

La seconda volta che ci ho sbattuto il naso è stato quando, ancora da sindaco, ho dovuto occuparmi di un palazzo di proprietà della Coop. Di Vittorio che presentava parecchi problemi di vetustà, pericolo e presenza di amianto. La proprietà non ne volva sapere di intervenire, adottai un’ordinanza contingibile urgente imponendo l’esecuzione delle opere necessarie alla messa in sicurezza. Diversamente sarebbe intervenuto direttamente il Comune, addebitando il costo al proprietario. Credo che i potenti signori delle case “rosse” mai avessero subito un affronto di questa entità: eseguirono i lavori e cominciarono a studiare il modo per dare una lezione a questo cavallo pazzo, fuori controllo. Aiutati dall’attuale senatore Esposito, allora (1997) solo responsabile degli Enti Locali per il partito.

La terza volta, invece, risale a pochi anni fa, quando da consigliere regionale presi le parti di un comitato di assegnatari/proprietari di alloggi a Collegno, in lotta con la stessa cooperativa per via di mancati interventi di manutenzione straordinaria che avrebbero dovuto essere eseguiti e non lo erano stati. I malcapitati, dopo aver contribuito per anni con una addizionale sull’affitto alla creazione di un fondo per i lavori, se lo sono visto sgonfiare dai dirigenti della cooperativa che sostenevano di averli dirottati su un altro intervento (è il mutualismo, bellezza!). Per i malcapitati non c’era più quasi nulla e si sono arrabbiati. Io con loro. Andai in giro per gli uffici della Regione a cercare i rendiconti dei finanziamenti ottenuti (non c’erano, la legge non lo prevede), partecipai alle assemblee del condominio, una volta perfino con la sindaca di Collegno. Forse perché si sono visti minacciati i padroni della Coop si sono rivolti alla parte politica di riferimento, lamentandosi delle mie azioni e del mio sostegno agli inquilini incazzati. Fui richiamato da esponenti della sinistra piemontese; uno di questi mi disse più o meno così: “Non bisogna farli arrabbiare, hanno finanziato al campagna elettorale, sono nostri alleati…”

Per la cronaca e per i più giovani: il palazzo è stato rimesso a posto, gli assegnatari di Collegno hanno vinto, la loro sindaca di allora, che tanto deplorava, è consigliere regionale del PD eletta nel listino del Chiampa. Io sono tornato a fare il mio lavoro di insegnante e le cooperative rosse sono diventate due. Della seconda vi racconto un’altra volta.

Mariano



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