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UNA GIUSTA

La cricca dei sindacalisti pubblici sotto attacco. Forse stavolta il governo ne ha fatta una giusta
A lavorare!
La notizia esplode coma una bomba d’estate: la Ministra “madonna” Madia ha dato attuazione all’impegno di ridurre del 50% i distacchi di dipendenti pubblici presso i sindacati delle categorie corrispondenti. Pare che i responsabili dei sindacati abbiano tempo una settimana per fornire l’elenco dei dipendenti pubblici distaccati presso i loro uffici che rientreranno in servizio per “cessato privilegio”. Una vera goduria, anche se sono certo che i sindacati si terranno ben stretti non già dei più bravi e e solerti nell’assistenza ai lavoratori, ma quelli più appoggiati da questo o quel dirigente o sponsor politico.
Pazienza per i bravi sindacalisti, potranno ben farsi valere nei luoghi di lavoro, ansiosi di accogliere gente che hanno visto magari vent’anni fa per qualche minuto e poi solo più a libro paga.
Perché nella maggior parte dei casi  di questo si tratta: nello Stato e nel para-Stato la condizione di sindacalista – fatte salve le doverose eccezioni – si acquisisce una volta per tutte nella vita e, a volte, si trasmette perfino per via ereditaria. Una volta piazzati, come e meglio di un ministero, chi ti tocca più?
Facendo il sindacalista riesci anche a fare una bella carriera interna (sigh!), percorrendo i gradini di una scala ascendente sovente impedita a quelli che tirano la carretta. Perché ce ne sono che la tirano, anche nel pubblico impiego: ci sono servizi che funzionano, uffici che svolgono il compito per cui esistono, strutture che erogano le prestazioni per cui sono state create. Incappiamo in loro tutti i giorni, solo che non ce ne accorgiamo, perché ci fanno incazzare i servizi pubblici che non funzionano, non quelli che fanno il loro dovere.
Chi di noi non ha assistito a fulgide promozioni di autisti di bus pubblici – sindacalisti del sindacato giusto - diventati assessori e, quindi, assurti per questo al ruolo di funzionari nell’azienda di pertinenza? O sindacaliste che, ben imparentate e “spondate”, sono passate in un giorno solo dall’altra parte: assessore e assunte nella azienda pubblica partecipata a rappresentarla come controparte dei lavoratori (leggi)? Storie come queste e anche peggio ce ne sono tantissime nel pubblico impiego.
Il sindacato da tempo non è più genuino interprete e soggetto motore delle trasformazioni sociali e professionali: è davvero un produttore di benefit e privilegi che ha trasformato la sua attività di rappresentanza a tutela dei lavoratori in “produzione” di servizi remunerati per conto dello Stato. Con la casta che si merita, ancora più inamovibile di quella politica che, almeno, deve essere eletta.
Fin qui il sindacato del pubblico impiego. Pensavo che quello della grande industria e delle grandi imprese private avesse finito per sposare il modello “pubblico”, ma mi pare che le cose siano cambiate: c’è sindacato e sindacato, c’è chi cerca di interpretare al meglio il suo ruolo e sta dalla parte dei lavoratori, chi vivacchia per mantenersi la struttura e la cricca. Non sono tutti uguali.
Dunque, se la Ministra Madia terrà fede alla sua circolare, una bella sforbiciata manderà un po’ di sindacalisti pubblici a lavorare, e questa è una buona cosa. Non lo sarebbe se si pensasse che questo sia un risparmio vero: si tratta di un numero di persone relativamente basso; così come non lo sarebbe se si pensasse con ciò che il sindacato non serve.
Servirebbe eccome un sindacato dei dipendenti pubblici che si occupasse del miglioramento della qualità dei servizi, dell’allargamento della gamma di prestazioni all’utenza, dei tempi e dei modi del servizio, della modernizzazione del paese. Quella buona che produce diritti e inchioda i responsabili ai doveri, non quella che delega ai soliti noti la negoziazione di briciole sempre più scarse e di carriere personali sontuose.
Quanto ai sindacalisti che rientreranno, c’è da sperare che non vadano a unirsi alla vasta schiera dei nullafacenti che occupano spazio e impiegano risorse per tenere paralizzata una struttura burocratica pubblica che potrebbe essere la leva decisiva del cambiamento e che, invece, rischia di essere una zavorra che qualcuno prima o poi dovrà disboscare. Magari cominciando una volta tanto da una dirigenza pubblica dagli stipendi clamorosi e che non paga mai la responsabilità dei disastri che fa.
Mariano



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