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LE RADICI DELLA CORRUZIONE

Le storie di oggi, quelle già note e quelle ancora da scoprire, ci confermano quello che già sapevamo. Solo che interessano solo quando la frittata è fatta…
Oltre gli scandali: la zona grigia delle pubbliche amministrazioni
Qualche tempo fa Paola Caramella Editrice mi chiese un contributo per una pubblicazione che riassumeva l’attività della giurisdizione nel distretto torinese, integrata da riflessioni di carattere più generale intorno ai temi della legalità, della corruzione, dal rapporto fra giustizia, giurisdizione e amministrazione pubblica.
Eccolo qua, più attuale di allora, il breve saggio che Le avevo proposto e che poi ho trovato pubblicato nel testo dalla copertina qui accanto (Leggi).
Tratta delle radici della corruzione, che si sono oramai infilate in tutti gli interstizi della complessa costruzione che è la res publica, proprio come un’edera invasiva che erode lentamente ma inesorabilmente le fondamenta dell’edificio e tutte le sue parti. Racconta delle leggi di vent’anni fa per “semplificare” la burocrazia  e di come esse siano diventate il grimaldello per costruire nuove posizioni di potere, nuove rendite, nuove occasioni per piazzare amici e  clienti. Spiega come si può fare a occupare e gestire il potere in modo torbido, ma senza violare le leggi, in pace con se stessi e il mondo.
Racconta di come la meritocrazia sia diventata uno slogan per coprire ogni sorta di familismo, di come la pratica della raccomandazione avvia trovato nuove forme e colori, adattandosi all’Italia che cambiava tutto per non cambiare nulla. Di come la politica abbia mutuato e perfezionato il linguaggio allusivo, quello dei mafiosi, sostituendolo progressivamente a quello della guerra (battaglia politica, avversario…) di cui la politica è sempre stata sublimazione. Di come la spregiudicatezza unita all’ignoranza abbia finito per produrre una generazione di politici che, quando vincono le elezioni, pensano di aver “preso il piatto”, trattando la cosa pubblica come se fosse loro e piegando le regole alle loro necessità e clientele.
Racconta di come le cose non possono cambiare se lo Stato continuerà a essere immaginato da tutti noi come una specie di banchetto – sempre più povero, ma ancora pieno di cose buone – a cui dare l’assalto, spolpandolo fino all’osso, tanto qualcun altro ci penserà e… un domani. E anche dell’inutilità, a volte del danno, dei professionisti della cosiddetta “cultura della legalità”, della finta trasparenza e della turpe chiacchiera di chi dice una cosa per farne sempre un’altra. Impunemente.
Se vi va, buona lettura. Se poi vorrete, mi farebbe piacere un’opinione.
Mariano
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