Seguimi su Twitter | Facebook | Scrivimi una E-Mail | Iscriviti al Feed RSS

DARE L’ESEMPIO?

In tempi di ideologie in liquidazione, la testimonianza personale sembra essere tornata di moda come strumento del cambiamento. Servirà? Mah!
Fatti, non parole!
Chi, come me, ha sulle spalle una profonda e robusta educazione religiosa – condita, fin dalla tenera età da una poderosa iniezione di senso di colpa variamente distribuito in tutte le aree dell’esistenza – sa bene che non c’è vero perdono dei peccati commessi. L’anima non sarà mai mondata del tutto, mai più tornerà candida e totalmente innocente; al massimo il perdono del Supremo allevierà le pene infernali a cui tutti, chi più  chi meno, siamo inevitabilmente destinati, come il Foille sulle piaghe da scottatura.
Per questo ho sempre invidiato quelli che, forti di un’educazione cattolica più permissiva e consolatoria (una bella confessata, un pentimento sincero, qualche preghiera di punizione e… tutto torna com’era prima del peccato) facevano lo slalom fra peccati clamorosi e mortali, apparentemente sereni e in pace con se stessi e il prossimo. Finché la fede mi ha sorretto, ho sempre pensato che “un peccato è per sempre” alla maniera puritana e che non è possibile che l’Onnipotente non sappia che destino ha riservato a ciascuno di noi. Dunque nasciamo già spacciati e tutto quello che ci affanniamo a fare su questa terra non è che la conferma di quello che ci aspetta dopo la morte.
Poi la fede è svaporata...
... mi è rimasto quel forte senso di responsabilità e quella strana idea per cui ogni essere vivente consapevole ha il compito di provare a realizzare nella sua vita – in ogni sua parte  e in ogni suo aspetto – le cose in cui crede. A maggior ragione se non si sente parte di un disegno superiore, se non ha fede nel soprannaturale. La testimonianza diventa il modo con cui, modellando la propria esistenza, si prova anche a dare un contributo al cambiamento della società,a cominciare dal nostro intorno.
C’è chi ha definita “etica della responsabilità”, probabilmente intendendo che, al centro di un pensiero laico e proiettato al mondo terreno, non può esserci che l’assunzione morale del farsi carico dei problemi della società, diventandone agente di cambiamento. Come? Attraverso il più classico degli strumenti a disposizione delle religioni moderne, la testimonianza: cercare di fare come si dice. magari usando un po’ di indulgenza verso i propri sbagli e la manifestazione della proprie debolezze, per non ridurre l’esistenza a una continua faticosa e frustrante prova di forza contro se stessi o a una gara con ostacoli sempre più insormontabili.
Quindi dare l’esempio. Solo che qui viene il bello: la virtù che deriva dall’esempio è una clava pericolosa con cui si fa volentieri male agli antagonisti a  quelli che ci stanno sulle palle. C’è chi si crogiola nella virtù, chi da l’esempio solo per puntare il ditino accusatorio verso quelli che non lo seguono, chi sublima le sue difficoltà asserragliandosi dietro ‘esempio di una vita inutilmente rancorosa e rigida. Anche la testimonianza va “lavorata”.
Fate come dico, non fate come faccio è il titolo di tanta parte della politica d’oggi. Gente che cambia le parole delle cose per non cambiare nulla nella sostanza, gente che pensa solo alla sua carriera, passando su tutto e su tutti con naturalezza e serenità (tanto poi farà ammenda e si confesserà), gente che mente costantemente senza alcun rimorso, gente che non fa mai quello che predica e conduce una vita che è la rappresentazione plastica della contraddizione fra il dire e il fare. Gente corrotta fin nel profondo e sovente neanche consapevole di esserlo. Gente che non sa che cosa sia la solidarietà e il rispetto reciproco, pronta a costruire sistemi mafiosi di relazioni basate sul ricatto e sul gioco di potere.
Nell’Italia passata c’era tutto questo e gli Italiani hanno scelto per tanti anni chi diceva bene, chi li illudeva, chi li lusingava con promesse che sapevano già prima che non sarebbero state mantenute. Nel giornalismo, nell’economia, nella politica, perfino nell’associazionismo sono sistematicamente andati avanti i più spregiudicati nel fare sempre il contrario di quello che affermavano.
Chi si è sforzato di testimoniare con una vita in coerenza valori e visioni è sovente stato deriso, certamente umiliato e caldamente invitato a togliersi dalle palle. La selezione della classe dirigente del nostro paese è stata per tanto tempo fatta così, al ribasso e assumendo il cinismo e la spregiudicatezza come qualità centrali. Quello che è rimasto è quello che vediamo in giro oggi, sono quelli che hanno portato il paese dove è.
Qualche tempo fa discutevo con un coetaneo del ringiovanimento della politica in atto, lamentando della scarsa qualità dei quarantenni oggi in pista, dal mio sindaco ad alcuni ministri del governo Renzi. Anch’io sono caduto nell’errore di generalizzare, come i rottamatori più grossolani.
Mi ha risposto, interrompendo le mie giaculatorie: ”Guarda che i quarantenni migliori non stanno nella politica. Se ne sono allontanati disgustati da tempo, qualcuno non si è neanche mai avvicinato. Se guardi nel mondo delle professioni, della ricerca, degli studi, di quarantenni capaci e utili alla società ne trovi fin che vuoi. D’altra parte – ha concluso – anche noi due abbiamo cominciato a occuparci seriamente di politica dopo che ci eravamo costruiti una certa qual solidità professionale. Per noi fare politica ha voluto dire soddisfazioni, ma anche rinunce e limitazioni nella carriera… mica il contrario!”.
Testimoniamo ancora un po’, chissà che non la smettano di guardarci come inguaribili idealisti, anche un po’ patetici.
Mariano



Mariano Turigliatto © 2010 | www.marianoturigliatto.it | Powered by OneBit