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PRIMO MAGGIO: COSA C’E’ DA FESTEGGIARE?

Mattina in piazza, pranzo fuori, pomeriggio a deplorare gli incidenti del mattino e il comportamento dei contendenti: Di lavoro e futuro neanche l’ombra.
L’Italia che (si) sfila
Anche quest'anno corteo del primo maggio. Quando siamo arrivati si erano già menati e gli spostamenti rapidi di poliziotti in tenuta antisommossa suscitavano più impressione e curiosità dei tanti cartelli e striscioni dei partecipanti.
Una mestizia e un magone che ti prendevano lo stomaco, la prima parte del corteo. Tanta rabbia e un pizzico di vitalità in più la seconda parte della sfilata. I due pezzi del serpentone (il primo più ridotto, il secondo assai ben frequentato) separati da servizi d’ordine e qualche filare di poliziotti. Ribadisco: una tristezza palpabile, il senso di qualcosa che è definitivamente finito, bisognerebbe solo prenderne atto. Più difficile dire esattamente che cosa è finito, ci provo.
E’ finito il lavoro come valore, come elemento capace di caratterizzare un’intera esistenza, vite, relazioni e ruolo sociale. Per tanti anni siamo stati ciò che facevamo, convinti che il nostro essere fosse diventato quello che era in virtù delle cose che avevamo combinato fin lì sul versante della nostra professione, quella che definiva anche il nostro ruolo nella società. Eravamo quello che facevamo, perfino nel privato e nel nostro tempo libero. Avere un buon lavoro – di quelli appaganti e di cui andare fieri - era normale; averne uno non tanto bello una questione di tempo: si trattava di una tappa transitoria in attesa di approdare finalmente all’appagamento professionale; non averlo una questione da sfigati e fannulloni. Fare e operare era una condizione che metteva a posto tutto e redimeva anche l’asociale più incallito. Pochi anni e tutto è cambiato.
Il nostro paese ha perso la bussola e lavorare è diventato un optional, almeno per la gran massa delle persone.
Chi ha ancora un lavoro sicuro si gode i piccoli privilegi del ruolo, sovente ripiegato egoisticamente su se stesso in difesa del proprio particulare. Chi è precario si prostra per mantenerlo, abbassandosi a ogni umiliazione pur di non piombare nel pozzo nero della disoccupazione. Contratti da sfruttamento, orari senza criterio, prestazioni da schiavi, garanzie zero. Chi è privo di un lavoro – perché l’ha perso o non ne ha mai avuto uno –, si destreggia fra l’assistenza e le prestazioni occasionali, spesso illudendosi per anni che si tratti solo di una situazione transitoria, pochi mesi e poi un lavoro sicuro salterà fuori.
Tutto questo in un paese che faceva auto e adesso le acquista quando c’è la rottamazione del governo,  che impiegava 10.000 persone a produrre elettrodomestici e adesso non arriva a un quinto. Un paese dove è nata l’informatica, nel polo più grande d’Europa, e che oggi compra coreano, statunitense e cinese mentre guarda i capannoni dell’Olivetti spaventosamente vuoti. Un paese che trovavi nel mondo sotto forma di produzioni le più svariate, ma tutte caratterizzate dall’essere Made in Italy; lo stesso paese che oggi trovi ancora nel campo della moda e dell’alimentare, almeno finché le frodi impunite non distruggeranno anche questo. Quel paese aveva costruito l’ENI, l’ottava sorella, per sviluppare una sua politica energetica, era tra i promotori dell’ Europa e, nonostante i suoi deficit evidenti di democrazia, recitava un ruolo nel mondo perfino quando approvava lo Statuto dei lavoratori e costruiva un sistema sanitario pubblico gratuito coi fiocchi. Non era tutto bello e non si tratta di rimpiangere tutto questo, semmai di constatare che di quel paese non è rimasto quasi nulla, senza che a ciò che non c’è più si sia sostituito qualcos’altro se non l’irrilevanza e il declino. Si sono mangiati l’Italia e oggi sono arrivati agli ossi che continuano a  rosicchiare senza rendersi conto che è finita.
E’ inutile dare la colpa all’euro o alla globalizzazione o all’imprenditoria assistita: il buco è nella politica… e da ben prima che Berlusconi devastasse un paese già provato dalla corruzione, dall’evasione e dall’impunità, frastornato dalla disparità, dal familismo e dalle diseguaglianza di opportunità, dai privilegi e dalle caste politiche e sindacali.
Se l’Italia non si toglie tutto questo dal groppone, non rialzerà mai la testa, non potrà farlo. A questo pensavo mentre vecchi sfilavano esausti, giovani rabbiosi guardavano con tenerezza mamme e papà coi loro pargoli poco vogliosi di corteo, stracche cariatidi delle politica recitavano per l’ennesima volta una parte di cui hanno da decenni perso le coordinate.
Felice primo maggio a tutti!
Mariano



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