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LA GRANDE ABBUFFATA

Il ritorno di Greganti e Frigerio lascia ben sperare in una fine repentina della seconda repubblica, come fu per la prima. Il PD non c‘entra niente, sono gli altri che sono cattivi e le grandi opere da noi costano più care perché ci sono i piccoli partiti…
Tangentopoli returns
Vent’anni dopo tornano le storie che hanno segnato la fine della prima repubblica: corruzione, tangenti, paralisi politica e amministrativa, decadimento. disaffezione, lacerazione del tessuto sociale, crisi economica. Stavolta è tutto più drammatico perché queste macigni si posano  su un paese provato dalla distruzione di buona parte del suo apparato produttivo, indebolito dalla disoccupazione (giovanile e non), da bassi salari e dalla fine delle garanzie per chi sta peggio. Un paese in cui le uniche liberalizzazioni sono quelle che hanno favorito l’accumulo di ricchezza non investita in attività economiche e l’aumento del divario fra le fasce della popolazione. Un paese meno giusto e meno uguale, dove il ceto medio è già in parte scomparso.
Bene, ci risiamo: evidentemente il sistema economico non era più in grado di sopportare una corruzione invasiva e troppo vorace. Di qui l’intervento della magistratura con tutto io corollario che andremo a scoprire nei prossimi mesi. Per intanto già sappiamo che i sistemi di Tangentopoli 1 sono transitati direttamente nella seconda repubblica.
Sono transitati anche i protagonisti principali, almeno quelli che hanno resistito alla devastazione del tempo (Greganti ha oggi 70 anni e Frigerio 75, stupisce che non si occupino di nipotini e dei bisogni del cane, magari facendo pure un po’ di volontariato…). Gli oggetti dell’interesse sono sempre gli stessi- appalti pubblici grandi opere e eventi - sempre con lo stesso schema: prima le lobbies combattono perché i governi stabiliscano l’inderogabilità dell’opera, stanziando anche le risorse economiche per realizzarla. Poi si accumulano ritardi su ritardi fino a quando si rendono necessarie misure d’urgenza per riuscire a completarla in tempo.
A quel punto scatta la soluzione d’emergenza: si saltano procedure e controlli (oppure si addomesticano, oppure si accettano pacchetti chiavi in mano che garantiscono che l’opera sarà pronta per il giorno giusto, anche se costerà un pochino più cara), ci si mette d’accordo e si stabiliscono i percorsi di carriera dei dirigenti e funzionari pubblici che dovranno “compiacere” l’appaltatore e le lobbies che ci stanno dietro. La politica provvede alla sua parte nella realizzazione del piano, il mondo delle imprese fa il resto.

Ovviamente tutti tengono famiglia, dunque bisogna accontentare quanti più possibile, specialmente quelli che potrebbero bloccare il gioco. Ecco il senso dei Greganti e dei Frigerio, ecco il senso delle telefonate intercettate, ecco l’imbarazzo di Bersani non  tanto su un suo improbabile coinvolgimento nelle faccenda, ma nello scaricare gli uomini delle coop rosse che non sono solo semplici iscritti del PD, ma pedine strategiche nel sostenerne il potere, locale e nazionale; così tanto da avere oggi perfino un ministro, Giuliano Poletti, che viene proprio dalla Legacoop bolognese.

In questi giorni i vertici del PD – perfino alcuni fra i più lontani militanti – si affannano ad affermare che il compagno G non è dei loro, che non c’entra niente. Anche il sottosegretario Del Rio prende distanze e segna solchi. I primi e il secondo dovrebbero rileggersi le dichiarazioni del PDS di vent’anni fa: erano le stesse parole, le stese frasi, le stesse tracce di quella sicumera che li faceva credere “diversi” e “superiori” rispetto agli altri partiti. Sono passati vent’anni e il paese sta sempre peggio: il PD qualche responsabilità ce l’avrà pure… o no?
A meno che, avendo visto che vent’ani fa sono riusciti a passare indenni la buriana, scaricando le colpe sui democristiani e sui socialisti, non pensino di fare lo stesso anche questa volta. Eludendo una riflessione cruda e dolorosa su come quel partito affronta e pratica i temi della moralità pubblica, dell’etica politica, della selezione della classe dirigente e dell’elaborazione culturale intorno al paese che vorrebbero costruire.

Di soldi ce ne sono sempre meno: se metà se ne vanno nella corruzione e per foraggiare la malavita organizzata, si capisce bene che di futuro l’Italia non ne ha. Si spera sempre che gli Italiani capiscano la ragione per cui le opere da noi costano sempre di più che altrove e si comportino di conseguenza, al momento del voto e nella vita di tutti i giorni. Non è ancora successo, ma non perdiamo le speranze.

Il fallimento della seconda repubblica è anche un po’ questo e i primi vagiti della terza non fanno ben sperare.

Mariano



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