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L’ATTIVO, IL PASSIVO E IL DEPONENTE

Chi costruisce, chi smonta, chi critica, chi subisce, chi si lamenta…
La meschinità
Disastro nazionale, disastri locali. Dappertutto sono di più le cose che non vanno e quelle che funzionano mostrano vistosi segni di sofferenza: abbiamo tutti la tendenza a dare la colpa agli altri e al destino cinico e baro, ma sono spesso i comportamenti e i sentimenti delle singole persone a segnare lo stato generale. C’è chi lavora e si impegna a migliorare per tutti (attivo), chi se ne sbatte e si fa i fatti suoi (passivo)… e chi cerca di distruggere il lavoro dei primi, mettendoci tutta la forza che ha e tutta l’intelligenza che possiede (deponenti, finti passivi, in realtà molto ma molto attivi).
Situazione tipica in un ambiente di lavoro: l’attivo – alle volte pure un po’ rompicoglioni e non sempre distinguibile dall’arrivista – sfrutta il suo ruolo per migliorare le prestazioni, per soccorrere i colleghi, per realizzare qualcosa di buono che segni un passo avanti di tutta la struttura di cui fa parte.
Si realizza se vede che i suoi sforzi producono qualche risultato, cerca spesso l’approvazione degli altri e si mette volentieri a disposizione per poi arrabbiarsi se si accorge che ci si approfitta della sua disponibilità. L’attivo produce miglioramenti e, di solito, è generatore di ottimismo e di buone relazioni fra i colleghi. A lungo stufa, ma lo si sopporta perché è lungimirante. Siccome sa guardare avanti, vede prima degli altri i muri contro cui potrebbero andare a sbattere e prova a costruire le condizioni per evitarli, tutti insieme.
L’attivo sa che i passivi fanno zavorra e cercano di trascinare lui e gli altri nel vortice del menefreghismo: “Non sono fatti nostri”, “Non sono mica pagato per questo, preferisco occuparmi delle mie cose”, “Se mi metto a fare di più, dopo lo pretenderanno e io… non sono mica scemo”. Però se ne sbatte, considera questo atteggiamento come uno degli ostacoli che vuole contribuire a superare. Il passivo ha una discreta conoscenza dei suoi diritti, che cerca di far rispettare con uno scrupolo che gli impegna una bella fetta del tempo di lavoro, per i doveri si guarda a quelli degli altri; pensa a quelli che fanno volontariato come  marziani, pure un po’ tocchi; allo scoccare dell’ora di uscita scatta in piedi e fugge, a volte senza neppure salutare i colleghi, a meno che non l’abbia già fatto prima dell’ora fatidica, magari lamentandosi del tempo di lavoro che non passa mai e di come la vita si consumi in attività inutili e nocive per la salute. Il passivo svolge sempre una mansione inferiore a quella a cui avrebbe diritto e merito: se ne lamenta discretamente e giustifica così una certa passività anche nella prestazione lavorativa.
I passivi sono massa apparentemente ferma, ma in realtà in continuo movimento, seguono l’aria, cercano di interpretare il tempo, la convenienza e l’opportunità. Sono rivoluzionari se la rivoluzione la fanno gli altri e loro ci si mettono solo un momento prima della vittoria. Sono conservatori perché temono sempre di perdere quello che hanno, forse perché in cuor loro sanno di non meritarselo del tutto. Sono bianchi e sono neri, normalmente sono di grandi principi e si abbandonano volentieri a considerazioni sulle ingiustizie del mondo, fanno nazionali di calcio e discettano di scenari politici fantasmagorici. Sovente sono vittime dei deponenti.
Loro, i deponenti, sono la gente più schifosa: si interessano delle cose, si danno da fare, alimentano speranze e cercano di costruire di sé l’idea di essere davvero partecipi dei processi collettivi, disponibili al mondo e pronti a mettere a disposizione la loro energie e competenze. Solo che tutto questo è falso, come loro: le energie le dedicano a cercare di distruggere e smontare quello che fanno gli altri; perfino quando ne ricavano anche loro un danno, non demordono lo stesso. Se un collega è in pericolo, lo incoraggiano a perseverare per poi parlarne come di un mentecatto una volta che il danno è fatto. Guardano gli attivi darsi da fare cercando (e spesso trovando) i punti deboli, quelli che diventeranno le leve della attività di smontaggio dei risultati. Godono nel vedere i fallimenti altrui perfino quando non alimentano loro successi. Che cosa li spinge? L’invidia? La pochezza delle loro persone? La cultura? La natura?
Non sono note le ragioni di questo comportamento, quello che si vede bene in ogni angolo del nostro paese, è che i deponenti hanno da tempo preso il sopravvento. Distruggono ciò che gli attivi mettono faticosamente in campo, manovrano molto bene i passivi (che non vedono l’ora) e ci aiutano a determinare le condizioni per cui affermare che “Viviamo proprio in un paese di merda”. Naturalmente per colpa degli altri.
Mariano



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