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RESISTERE E RILANCIARE

82 lavoratori a spasso dall’oggi al domani e senza neanche sapere perché. Una richiesta agli amministratori collegnesi, perché oltre le parole si cominci a produrre anche qualche fatto
Con chi lavora
Agrati2La storia della Agrati (ex FIVIT Colombotto) di Collegno, che chiude da un giorno all’altro e lascia a casa 82 lavoratori, la dice lunga sullo stato comatoso dell’Italia di oggi. Ma canta anche una bella canzone di resistenza e rilancio da parte dei dipendenti che non ci stanno… La politica locale è con loro per chiudere nel migliore dei modi questa brutta parentesi?
Alla fine di gennaio ricevono addirittura il premio di risultato in busta paga. Mai un giorno di cassa integrazione, mai una chiusura, nessuna avvisaglia di una crisi in arrivo, investimenti sul rinnovo degli impianti sempre puntuali e precisi. Insomma, una fabbrica coi fiocchi.
Il I febbraio una secchiata di acqua gelida sui dipendenti: con una lettera, il management della sede centrale della multinazionale annuncia la chiusura dello stabilimento. Né trattative, né incontri, né ammortizzatori sociali, nulla di nulla: a casa senza stipendio e senza prospettive. Voci non verificate, ma abbastanza attendibili, parlando di difficoltà negli stabilimenti francesi del gruppo: quelli però non sono in discussione, il governo francese ha ben altra credibilità e strumenti per far valere gli interessi collettivi su quelli individuali.
E allora si prova a smantellare quelli italiani, magari tentando di redistribuire i macchinari fra gli altri stabilimenti del gruppo.
Ieri i lavoratori sono andati in Regione e sembra che sia possibile aprire un tavolo di trattativa con la sede centrale: la fine della legislatura Cota certamente non aiuta. Il tema è oramai all’attenzione di tutti, dunque occorre ora che ciascuno faccia la sua parte.
La decisione della direzione centrale della multinazionale arriva qualche giorno dopo l’approvazione della variante Mandelli da parte del Consiglio comunale di Collegno: al posto di un insediamento industriale dismesso, case e negozi, secondo lo schema assai consolidato nelle giunte di simil-sinistra dei nostri comuni (qualcuno lo definì “calce e martello”) (leggi). Ovviamente la rivalutazione dell’area – vicinissima al capolinea della metro – potrebbe fare gola anche ad altri proprietari di capannoni che, magari, amerebbero poterli trasformare in condomini e supermercati. La FIVIT-Colombotto è dall’altra parte della strada.
Così, per fugare ogni dubbio e concorrere alle pressioni che il mondo pubblico sta cercando di esercitare sull’azienda perché ritorni sulle sue decisioni, sarebbe bello che l’amministrazione collegnese bloccasse definitivamente i processi di trasformazione urbanistica di quella parte di città, stroncando sul nascere pretese e processi che, come ci ha ben insegnato, sennò alla fine ci arrivano sempre. E non a vantaggio di chi lavora.
Stiamo con i lavoratori, non dimentichiamocene… con un pizzico di gratitudine per quei sindacalisti che li accompagnano e li aiutano in questi giorni complicati.

Mariano



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