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REALISMO VISIONARIO di F. Maletti

Un discorso sul metodo…
Nec spe nec metu

Partendo dalla realtà delle cose è quasi sempre possibile, (se non si hanno interessi personali o preconcetti), avere una corretta visione d’insieme. E avere una corretta visione d’insieme è fondamentale: per individuare, da un problema, la sua migliore soluzione basandola su criteri di equità e di giustizia.
Alcuni esempi:
1) Concordo sul fatto che la politica di tutti questi anni, invece di concentrarsi in modo ossessivo su Berlusconi, avrebbe dovuto cercare una risposta al perché milioni di persone lo abbiano votato e ancora oggi, che le sue miserie morali sono venute alla luce certificate da sentenze definitive, manifestino l’intenzione di confermare il consenso su di lui nel caso si tornasse a votare.
Una delle ragioni sta senz’altro nel suo enorme conflitto d’interessi e nelle sue capacità e possibilità di manipolazione mediatica. Ma bisogna anche riconoscere che esiste, sopravvive e prospera una “Italietta” che, tendenzialmente, rispetto all’Europa difende i propri confini per potere fare meglio i propri affari. Una “Italietta” così ben rappresentata da Berlusconi e resa quasi virtuosa grazie ai comportamenti estremisti della Lega. Che esibisce i suoi trofei di ignoranza, di razzismo e di egoismo facendone una bandiera sotto la quale militano, quasi come “eroi”: evasori fiscali, furbi di ogni genere, quote latte, profittatori, acquirenti di lauree, ladri di finanziamenti pubblici, picchiatori, sedicenti guardiani dell’ordine pubblico e della moralità, provocatori, intolleranti religiosi, ecc… Tutto questo, negli ultimi venti anni, ha messo progressivamente in secondo piano, (dandogli addirittura una connotazione negativa), il nostro appartenere all’Europa ed avere l’Euro come moneta unica e come parafulmine a gran parte delle nostre inettitudini. Senza l’euro l’inflazione eroderebbe i nostri risparmi, farebbe lievitare i mutui a livelli insostenibili e la nostra economia sarebbe quella di un paese povero, sempre più indebitato e in balia dei mercati. A questo punto ritengo che la soluzione debba essere, al contrario, quella di avere “più Europa”: soprattutto sul piano sociale. Avremmo infatti tutto l’interesse a batterci, in Europa, per una riduzione delle sovranità nazionali intese come conservazione di privilegi particolari, e dovremmo lottare per la riduzione delle differenze in tema di lavoro e di tutele previdenziali. Dovremmo lottare per un solo sistema pensionistico, un sistema retributivo e contrattuale uniforme a parità di qualità e quantità di lavoro. E poi un solo esercito per la difesa, un solo sistema di ordine pubblico, di vigilanza e prevenzione. Un solo sistema fiscale, un solo organismo di controllo per i reati fiscali e sanzioni analoghe conseguenti. Ma, per fare questo, occorrerebbe mandare al Parlamento Europeo le nostre migliori rappresentanze politiche e le nostre menti migliori. Temo invece che, come per tutte le altre volte precedenti, alla fine i partiti manderanno gli “scarti” della politica nostrana, i vecchi politici ingombranti e un po’ appannati, personaggi beceri alla Borghezio, favoriti e favorite di scarsa levatura ma da accontentare ad ogni costo come i Razzi e i Scilipoti, rampanti privi di senso della disciplina e contestatori di professione, ex trombati di ogni tipo: ovvero persone prive di ogni spirito comunitario e preoccupate soltanto di percepire il sostanzioso emolumento di parlamentare europeo fregandosene di tutto il resto. Mi auguro di sbagliare e di vedere liste alle europee composte da persone degne e consapevoli. Ma mi auguro anche di vedere in Italia un governo dal comportamento sempre più coerente e più attento nei confronti dell’Europa. Se non addirittura “conseguente” all’Europa stessa: ovvero senza attendere che siano le delibere ad obbligarlo. Ma forse (e purtroppo) conviene a nessuno dei sedicenti “politici” nostrani e proprietari di partito educare i propri elettori a tutto questo: perderebbero gran parte del loro carisma e del loro potere. Allora meglio dare la colpa all’Europa di tutto quello che non va bene o addirittura va male. Pur di continuare a fare i propri interessi attraverso il consenso a miracoli che non verranno.

2) Quanti sono i Cassintegrati in Italia? Centomila, trecentomila, mezzo milione, un milione? Io non so esattamente quanti sono. Ma so che sono persone che hanno il privilegio di avere, in alternativa al licenziamento, il posto di lavoro “sospeso” e, a differenza di tutti gli altri un assegno di sostentamento non di breve entità. Cosa fanno i Cassintegrati “condannati” a questo ozio forzoso? Frequentano musei e biblioteche, giocano, si divertono, studiano, si annoiano? Io credo che sia un grande spreco che esistano persone pagate per fare nulla: soprattutto quando tante amministrazioni comunali avrebbero bisogno di menti e di braccia (ma non hanno i soldi per pagarle) per fare la manutenzione delle strade e delle rive dei torrenti, per fare assistenzialismo, per intervenire dove necessario: ivi inclusi la pulizia e la messa in sicurezza delle scuole, lo sgombero della neve, la raccolta delle foglie, la manutenzione delle aree verdi, il riordino delle biblioteche, il disbrigo delle pratiche in arretrato ecc… Ma, a quanto pare, “non si può”. Anche se nessuno spiega il perché in modo convincente. E allora che cosa fanno i Cassintegrati? Aiutano le mogli ed i mariti nei lavori di casa? Danno il bianco? Puliscono la cantina? Benissimo. E poi? Io credo che molti di loro lavorino in nero, arrotondando il loro sussidio. Si accontentano di poco, pur di “arrotondare”. Così poco da sbaragliare il mercato da qualunque altro concorrente: magari disoccupato da anni e da anni alla ricerca di un lavoro. Tra il cassintegrato che lavora in nero ed il datore di lavoro disonesto che accetta la sua prestazione lavorativa si innesta un accordo “perfetto”: da una parte il cassintegrato sa che il datore di lavoro avrà nessun interesse a denunciarlo perché danneggerebbe anche se stesso (evasione fiscale e contributiva), e dall’altra il datore di lavoro sa che non verrà mai denunciato da un cassintegrato che, facendolo, perderebbe immediatamente il sussidio e verrebbe denunciato per truffa ai danni dell’Ente erogatore la cassa. Se le cose stanno così, (e temo purtroppo di non sbagliare), allora vuole dire che, fino a quando tutti i Cassintegrati non verranno riassorbiti dalle loro aziende di provenienza, per tutti coloro i quali sono disoccupati le opportunità di lavoro sono un miraggio. Infatti, anche accettando eventualmente di lavorare in nero, come si può competere con chi si offre a meno di cinque euro l’ora perché tanto quello che percepisce è un “arrotondamento” al suo sussidio? Forse sarebbe ora di intervenire con controlli più severi, magari sanzionando, insieme ai datori di lavoro disonesti, anche i “poveri” Cassintegrati che sgarrano. Ma ancora meglio sarebbe abolire il privilegio della cassa integrazione garantendo un sussidio minimo a tutti coloro che sono disoccupati. Occorrerebbe, drasticamente, consentire la licenziabilità dei dipendenti di quelle Aziende dove le prospettive di rientro al lavoro sono quasi nulle o abbracciano l’arco di anni. Ma qui ci si scontra con i Sindacati, che difendono i privilegi dei loro iscritti a danno di tutti gli altri lavoratori, magari accampando il rischi di disordini sociali qualora una azienda di medie o grandi dimensioni chiudesse i battenti per sempre per mancanza di lavoro. E oggi, in Italia, chi ha il coraggio di mettersi contro i Sindacati? Soprattutto quando, anche il “rivoluzionario” Renzi, privilegia per la sua proposta di riforma del lavoro, proprio un sindacalista come Landini? Tutti sanno che in Italia, anche se è molto lungo e complicato riuscire ad aprire una Azienda, chiuderla è praticamente impossibile. Stando così le cose quale interesse può avere per venire in Italia, nonostante i costi proibitivi di gestione, un investitore estero?

3) Quanti sono in Italia i giovani disoccupati che cercano senza trovarlo il lavoro da anni? Il numero è sempre in aumento. Nonostante le promesse di una ripresa economica imminente, molti giovani non ci credono quasi più. Alcuni di loro vanno a cercare fortuna all’estero. Ma la crisi ormai e un po’ dappertutto. Per cui le condizioni di lavoro che vengono offerte spesso non sono nemmeno sufficienti per vivere in modo autonomo. Tanti provano l’umiliazione di essere considerati degli immigrati. Tanti provano sulla loro pelle che cosa vuole dire il razzismo: quando il lavoro è scarso lo straniero che cerca lavoro è un “nemico” dovunque: perché si accontenta di condizioni di lavoro e salariali inferiori, perché è disposto a subire, perché la sua dignità gli impedisce di tornare indietro col rischio di essere considerato un “perdente”. E così nascono le favole sull’Australia terra di paradiso e di tutti quegli altri Paesi dove “il lavoro c’è, me lo ha detto un amico”. Poi il giovane va lì e scopre che senza gli aiuti economici da casa sopravvivere è quasi impossibile. Ma c’è una domanda alla quale la politica italiana sembra non avere alcun interesse a porsi: “come fanno i giovani disoccupati a sopravvivere? Chi li mantiene? Chi paga loro l’affitto di casa, il mangiare, i vestiti, i (pochi) divertimenti? A tutto questo, quando è possibile, ci pensano le loro famiglie. Magari rinunciando ai viaggi, alle spese non strettamente necessarie, e riducendosi ad uno stile di vita limitato all’essenziale. Il genitore, ovviamente di una certa età ed il più delle volte già pensionato, cerca di finanziare per quanto può il figlio: magari pagandogli il mutuo di casa, oppure i “corsi di specializzazione” che promettono assunzioni tanto immediate quanto inesistenti, oppure facendogli qualche regalo in denaro cercando il modo di non offendere la sua dignità. Perché un figlio è la proiezione di se stessi nel futuro. E non si vorrebbe mai vederlo così abulico, così frustrato, così impotente di fronte alla realtà. Quindi il genitore che ha una buona pensione “paga”. Ma lo Stato di tutto questo sembra non accorgersene, e fa le trattenute fiscali sul suo reddito come se il netto rimanente lui lo utilizzasse per i suoi svaghi ed i suoi piaceri. Mentre il figlio, essendo privo di reddito, non può nemmeno fare la dichiarazione e detrarre le spese del mutuo... Viene così da chiedersi che Paese civile è quello dove il sussidio ad un disoccupato, per il quale dovrebbe provvedere lo Stato, debba venire pagato di fatto sottraendolo dal reddito netto percepito da un genitore (quando va bene ed ammesso che il genitore sia presente e disponibile a farlo)!

4) Crisi o non crisi, la cosiddetta globalizzazione ha prodotto una redistribuzione della ricchezza e del lavoro a livello planetario: fino a quando gli squilibri (sociali, economici, occupazionali, retributivi) esistenti tra i vari Paesi non porteranno a delle condizioni comuni a tutti nei Paesi a “capitalismo avanzato” come lo è stato l’Italia i livelli di disoccupazione resteranno cronicamente alti. Da una parte ci saranno anziani e meno giovani con il posto garantito e retribuzione piena per lavoro a full time, e dall’altra giovani precarizzati, o disoccupati in perenne attesa di un lavoro che non c’è. Diventeranno analfabeti di ritorno nonostante le lauree perché il tempo intercorrente tra la laurea ed il reperimento di un lavoro avrà reso obsolete le loro conoscenze. Per ovviare a tutto questo sarebbe necessaria una riduzione generalizzata dell’orario normale di lavoro (oggi di quaranta ore settimanali) facendo in modo di consentire una assunzione di personale percentualmente pari a quella della riduzione di orario. (Ritengo superfluo precisare che alla riduzione dell’orario di lavoro dovrà corrispondere una analoga riduzione retributiva). Inoltre occorrerebbe stabilire una retribuzione minima oraria per categorie di lavoro (operaio comune, operaio qualificato, operaio specializzato, impiegato comune, impiegato con mansioni di concetto, capo reparto) al di sotto della quale non sia possibile scendere (anche prendendo come riferimento e sostegno l’art. 36 della costituzione). Tutto questo dovrebbe essere realizzato anche a livello europeo. Per impedire, almeno in questo ambito, che ci siano Aziende che si trasferiscono soltanto perchè “là il lavoro costa meno”. A proposito: dove sono e che cosa fanno i Sindacati in ambito europeo? Penso non sia sbagliato concludere, in proposito, che ognuno di loro è preoccupato a coltivare esclusivamente l’orticello dei propri iscritti. Questa è una delle ragioni per cui considero su questi temi che i Sindacati siano interlocutori inaffidabili. Inoltre, sui vantaggi della riduzione generalizzata dell’orario normale di lavoro vorrei invitare a riflettere sul fatto che in una famiglia con due persone che lavorano complessivamente per quaranta ore settimanali, per effetto delle ritenute fiscali queste si trovano una retribuzione netta a disposizione Superiore rispetto al caso in cui uno solo dei due lavorasse le quaranta ore. Inoltre le Aziende avrebbero, a parità di costi, più lavoratori a disposizione e maggiore possibilità di armonizzare il lavoro in base ai flussi produttivi. Non per ultimo lo Stato avrebbe minori sussidi di disoccupazione da erogare e, con buona pace riguardo i consumi interni, il potere di acquisto (massa di denaro circolante) sarebbe leggermente superiore.

5) I Contratti Nazionali di Lavoro. Tutti i contratti prevedono un orario “normale” di lavoro: questo orario è generalmente di quaranta ore settimanali e otto giornaliere. Ogni superamento di questi limiti dà diritto alla maggiorazione per lavoro straordinario. Mentre nulla o quasi si precisa circa il trattamento del lavoro part time. Il lavoro part time è scarsamente regolamentato proprio perché i Contratti di Lavoro considerano questa come una prestazione “atipica” rispetto al contratto stesso. L’esigenza del lavoro part time in questi ultimi anni è notevolmente aumentata a causa delle Aziende: la necessità di organizzare il lavoro seguendo determinati flussi produttivi ha creato diverse deroghe al Contratto, ed il Sindacato ha assecondato queste richieste ritenendo, in questo modo, di creare un aumento dei livelli occupazionali. In realtà il lavoro ha finito per concentrarsi in archi temporali ridotti, durante i quali la produzione arriva in alcuni casi a corrispondere a quella di una prestazione lavorativa a tempo pieno. Mai nessuno, nel Sindacato, si è posto il problema di far pagare all’Azienda una maggiorazione in cambio a queste deroghe sull’orario normale di lavoro. Sarebbe ora di farlo: devolvendo il “di più” ad una apposita cassa a sostegno della disoccupazione. Inoltre, non basta eliminare la folle norma della “detassazione del lavoro straordinario”, ma il lavoro straordinario va reso oneroso per le Aziende proprio perché questo deve avvenire soltanto quando non è possibile fare fronte alla temporaneità del “maggior lavoro determinatosi” attraverso il meccanismo di nuove assunzioni.

6) Sempre per agevolare nuove assunzioni, col passare del tempo le forme di lavoro atipiche sono proliferate. Tutto questo è avvenuto senza tenere conto del crearsi di differenti trattamenti retributivi nell’ambito della stessa Azienda anche a parità e quantità di lavoro. Per essere più chiari: sempre più spesso è possibile trovare due lavoratori che fanno lo stesso identico lavoro ma che hanno un trattamento economico diverso. Tutto questo è in contrasto con l’art. 36 della Costituzione. (Oltre che umiliante e frustrante per chi ha un trattamento inferiore). Spesso per queste retribuzioni atipiche rispetto al Contratto vigente in azienda vengono date delle motivazioni ridicole e non rispondenti alle condizioni di lavoro effettive: ma nessuno controlla, per non “scoraggiare” l’Azienda ad assumere. In questo modo si creano due categorie di lavoratori: quelli iperprotetti ed ipergarantiti, e quelli che indirettamente pagano i privilegi di costoro attraverso compensi nettamente inferiori. va ristabilito il principio che in azienda ogni lavoratore deve avere un trattamento analogo (retributivo e normativo) senza discriminazioni.

7) Abbiamo già visto, (punto 2)), che in Italia le grandi Aziende, anche quando non c’è più lavoro, “non possono chiudere”. Allo stesso modo, anche quando peggiorano le condizioni di mercato, i trattamenti economici integrativi (superiori ai minimi contrattuali) “guai a chi li tocca”. Capita così che le Aziende (a cominciare dagli anni novanta) hanno iniziato a fare gli “scorpori” e le “cessioni di rami di attività aziendale”. Le Aziende che hanno rilevato lo hanno fatto applicando contratti e retribuzioni dai costi decisamente inferiori. Consentendo, alla Azienda madre, di aumentare i profitti e ridurre gli organici. Quando anche questo non bastava più hanno fatto come la Fiat. Oppure hanno messo i lavoratori in cassa integrazione, trasferendo le lavorazioni altrove. A questo punto credo che: o si rinuncia per sempre in Italia alle produzioni di massa che non siano ad alto contenuto tecnologico, oppure occorre “azzerare” i contratti di lavoro applicati stabilendo salari “competitivi”. A meno che, almeno in Europa, non si giunga ad una intesa contrattuale uguale per tutti i lavoratori. La cosa migliore sarebbe quella del superamento del rapporto “lavoratore sfruttato” e “bieco padrone”. Per giungere ad una intesa comune che faccia considerare l’azienda, per entrambi, un “bene sociale” da difendere e tutelare. Anche attraverso sacrifici economici temporanei. Ma di questo, in Italia, forse sarà possibile parlarne quando le barriere ideologiche saranno cadute e nuove generazioni di sindacalisti e di imprenditori prenderanno il posto degli attuali: che si limitano esclusivamente ad una gestione burocratica dell’esistente.

8) L’Italia ha, rispetto ad ogni altro Paese al mondo, un patrimonio culturale, artistico e storico immensi. Aggiungendo tutto questo alla bellezza dei paesaggi ed una tradizione gastronomica di prim’ordine ci sarebbero le condizioni per trasformare il turismo in una miniera d’oro. Purtroppo, un po’ per ignoranza (“con la cultura non si mangia” ricordate?) e un po’ per incapacità, i nostri governanti hanno sempre preferito seguire ed assecondare gli interessi finanziari delle Grandi Famiglie. Oggi che le Grandi Famiglie (Fiat in primis) che non potendo più godere di “aiuti” (causa una norma europea a difesa di una concorrenza leale tra le Aziende che lo vieta), queste dimostrano la loro riconoscenza per avere fruito per anni di finanziamenti pubblici a fondo perduto andandosene e sbattendo la porta. Per fortuna i nostri monumenti, la nostra storia, le nostre opere d’arte, i nostri paesaggi e la nostra cultura non sono esportabili. Per cui tra di noi e sotto di noi c’è una miniera d’oro che qualunque altro Paese avrebbe già fatto fruttare da tempo. Per farlo, occorre una politica dell’accoglienza, occorrono strutture, occorre organizzazione e coordinamento tra i vari settori coinvolti, occorre un servizio di sorveglianza e di manutenzione di questo patrimonio, occorrono persone capaci ed istruite, che conoscono le lingue. Occorrono investimenti. Ma si creerebbero anche centinaia di migliaia di posti di lavoro sicuri, di lavori stagionali, di lavori artigianali collegati. Coinvolgendo diversi settori: che vanno dalla pubblicità al commercio, dal turismo allo spettacolo, dai trasporti alla moda, dalla cucina tipica agli stabilimenti termali. Ci sarebbe oltretutto il rientro di una enorme massa di denaro. E invece sembra che tutto rimanga fermo, in attesa che “la crisi finisca”. E che poi qualcuno, chissà, torni ad installare da noi grandi fabbriche inquinanti: utili soltanto a creare qualche temporaneo posto di lavoro. Ma a quale prezzo per tutti noi!

In conclusione, né con speranza, né con paura (nec spe nec metu), io credo che si debba affrontare il futuro con serenità di spirito: senza confidare nella buona fortuna e senza temere quella avversa.. “Nec spe nec metu” è quindi un motto che possono adottare tutti, anche coloro che non hanno nelle vene sangue blu. Basta soltanto “avere sangue”.

gennaio 2014 F. Maletti
















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