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IL PIANTO DEL COCCODRILLO

Un mondo che non si capisce più, avvolti nella paura di perdere quello che si ha e immersi nella retorica che rende troppo lontani i fatti dalle parole che li raccontano…
Mediterraneo
Ieri pomeriggio un personaggio felliniano percorreva via Roma a Torino, in quel momento piena di gente per lo struscio del sabato e poi da quelli richiamati dalla manifestazione “Portici di carta”, vetrina-esposizione di tante librerie ed editori locali. Un uomo, di circa sessant’anni, palesemente fuori di testa, cantava brani di “Bandiera rossa” interrotti da un’imprecazione ripetuta ossessivamente: “Italiani coglioni!”. Sotto i portiti la sua voce rimbombava producendo uno strano effetto-cappella, come se a gridare quell’imprecazione di uomini ce ne fossero ben di più. I passanti lo schivavano, qualcuno abbassava la testa. Chissà che cosa avrà voluto stigmatizzare…, ma non importa: passavo di là anche io e avevo mille motivi per pensare che avesse ragione lui.
Il grosso del carico della carretta di morte (oltre duecento cadaveri)  sta ancora a oltre 30 metri di profondità, in attesa che il tempo migliori e il lavoro di recupero posa finalmente iniziare. Le lacrime televisive scorrono copiose, ma cominciano a diminuire.
La commozione è finita, lo stesso i buoni propositi, il breve lutto ha completato la rimozione e adesso possiamo parlare di numeri, di morti e di salvati, facendo finta che ciascuno di loro non sia (stato) anche una persona. Le autorità sono calate sull’isola, hanno fatto conferenze stampa, hanno polemizzato fra loro, hanno detto e promesso, hanno minacciato e spiegato, ma principalmente hanno dato la colpa agli altri.
Come se la tragedia dell’isola dei Conigli (nella foto) e le infinite altre – comprese quelle che non conosciamo e per le quali non abbiamo perciò neanche potuto commuoverci quei cinque minuti di facciata – potessero essere argomento di polemica, di propaganda, di esternazione chiassosa e volgare, quella che caratterizza non da ieri questo nostro popolo in perenne bilico fra la volgarità dell’ostentazione e la grettezza della difesa del proprio particulare.
Non posso credere che, in tempi di satelliti che rilevano oggetti di dieci centimetri di diametro, chi doveva sorvegliare il mare non si sia accorto del barcone (due, a quanto pare), lungo venti metri. Non posso credere che non sia stato agganciato, come molti altri, e accompagnato in porto. Non ho più voglia di credere alla retorica dell’Italiano buono (anche in questa tragedia ce ne sono stati, sennò il bilancio sarebbe ancora più drammatico), perché la bontà di qualcuno è vanificata e derisa dal cinismo delle strutture politiche e amministrative dello Stato: le stese che fanno i funerali alle vittime e denunciano per immigrazione clandestina i sopravvissuti.
Non posso credere che non si possa destinare le ingenti somme che impegniamo a far morire la gente che attraversa il mare a costruire opportunità e spazi perché possano restare a casa loro, in pace e serenità, a costruire quel benessere morale e materiale che ammirano in questa Europa (fatta di popoli bastardi, immigrati dall’Asia e dalla Russia in ondate epiche)  che non riesce più a pensare al suo futuro se non difendendolo come farebbe un bambino con il suo giocattolo preferito insidiato dal fratellino.
Non posso proprio credere che non si riesca ad accogliere quelli che arrivano, offrendo loro regole certe, pretendendone il rispetto e costruendo con loro quella società del futuro che è già nel presente, ricercandone la coesione non nella razza e nell’etnia, ma sulla condivisione di valori e culture comuni.
Vuoi vedere che il mattacchione di via Roma aveva ragione lui?

Mariano



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