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SCUOLA: FINE DI UN’EPOCA?

Ci siamo: un altro anno scolastico di avvia alla conclusione. E’ ora di bilanci, l’aria si fa elettrica e si comincia a ragionare su cosa è cambiato e sulle tendenze...
La scomparsa dei secchioni
Sono 39 i miei anni di onorato servizio come insegnante, dunque tanti. Gli ultimi 30 li ho “lavorati” in un istituto pieno di bella gente, ma poco frequentato dai fighetti e dagli intellettualini che tanto piacciono a noi insegnanti quando siamo in carenza da soddisfazioni professionali.
Oltre che a tentare di insegnare qualcosa, ho passato una buona parte del tempo a combattere contro il pregiudizio che circonda i “secchioni”, vale a dire quelli che vanno bene a scuola. Quelli che studiano, fanno i compiti e normalmente seguono le lezioni. Magari hanno i capelli lunghi, le magliette coi teschi, brufoli a volontà, il culo di fuori e appena velato da mutande dai colori improbabili; magari parlano a smozzichi, si cibano di ogni schifezza possibile, stanno seduti/e poco composti/e e a volte danno l’idea di pensare a tutt’altro. Eppure vanno bene a scuola e sono quasi sempre a posto. 
Fino a pochi anni fa quest’ultima caratteristica bastava a trasformarli in drop out, sfottuti e schifati dai compagni,  fighetti agghindati secondo i dettami della moda del momento e vuoti come delle zucche americane il 31 ottobre… ma rigorosamente asini, ciucci impuniti e apparentemente felici di esserlo.
Gente che riteneva giusto lottare con gli insegnanti per stare al bar tutto il tempo (in alternanza con lunghe sedute in bagno), che l’ora prima copiava i compiti per l’ora dopo dal quaderno del compagno “secchione”, per un momento tornato "essere umano" ai loro occhi torvi di profittatori in erba. Gente che, se interrogata, non parlava neanche sotto tortura e che, se proprio avesse dovuto dire qualcosa, l’avrebbe fatto solo in presenza dell’avvocato difensore, in genere uno dei due genitori. Gente che ben rappresentava lo stato del paese, in preda a manigoldi per i quali il valore massimo era quello di parlare alla pancia, anzi esserne la diretta emanazione, controllando bene che il cervello rimanesse rigorosamente spento. Qualcuno si redimeva, ma che fatica!
I “secchioni” si mortificavano per il dileggio di cui venivano fatti oggetto. Quasi si vergognavano della loro condizione e cercavano di fornire ai “normali” qualche episodio o sfumatura di comportamento che li facesse sentire meno tagliati fuori. Insomma, cercavano anche loro una “normalizzazione” che, a volte passava attraverso l’appiattimento, la rinuncia alla curiosità, la ripetizione compulsiva degli stereotipi che tanto piacciono ai “normali” perché li rassicurano quando hanno dei dubbi sulle loro identità.

Da qualche tempo le cose vanno cambiando, i “secchioni” girano indisturbati, vivono la loro bella vita nelle aule del mio istituto, non sono ancora giunti al punto di manifestare l’orgoglio della loro condizione, ma agiscono indisturbati: prendono appunti senza essere dileggiati, ricevono voti alti quando se li meritano e gli altri un po’ li invidiano, qualche volta cercano di emularli; aiutano i compagni in crisi e se ne sbattono di mostrare quello che sanno e la generosità con cui lo condividono. Hanno smesso di avere paura dei “normali” e dei “normalizzatori”, quelli che, con le buone e con le cattive, vorrebbero affermare i sani principi del passato (secchioni a morte!).
Hanno smesso di essere chiamati “secchioni”, la categoria va scomparendo.

Se la scuola è lo specchio della società, questo potrebbe significare che anche fuori dalle aule le competenze, le conoscenze e le capacità stanno tornando a essere qualità e non handicap, come sono stati in questi ultimi vent’anni. La riscossa dell’Italia potrebbe essere anche questo, chissà che la scomparsa dei “secchioni” non sia il segno di una rinnovata voglia di valorizzare il bello che ciascuno di noi sa essere e il buono che possiamo dare.
Una remora mi frena dal facile entusiasmo: alla scomparsa dei “secchioni” fa da contraltare l’aumento deciso dei membri di un’altra categoria ben nota: i “lecchini”, banderuole pronte a mettere la lingua al servizio del didietro di chi comanda, interroga e da il voto. Ma di loro ci occuperemo poi, adesso illudiamoci che tutto stia cominciando ad andare per il meglio…

Mariano



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