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LE SODDISFAZIONI

Siamo creature strane… alcuni di più. Ri/trovarsi e ri/conoscersi, con quel velo di simpatia di affetto e di gratitudine, ci da la misura delle soddisfazioni che la vita ci riserva e delle belle persone che la fanno bella. Ecco un esempio.
Marco’s Story
Qualche sera fa ricevo un breve testo che Marco Sodano – una persona verso cui provo più affetto di quello che riesco a dimostrargli – ha scritto probabilmente in un momento di relax nostalgico. Le altre persone che l’hanno ricevuto sono nel testo, Giovanni e Stefania.
Poche righe per ricordare il suo esordio nel mondo del giornalismo circa vent’anni fa, l’inizio di una bella carriera che lo ha portato, oggi ad essere il caporedattore delle pagine economiche de La Stampa. In quelle poche righe c’è tutto quello che doveva esserci, poche pennellate per disegnare un mondo, un’epoca, una ragnatela di relazioni, affetti, imprese epiche, sforzi, battaglie, generosità, cazzate e successi, vittorie e sconfitte. Un periodo (gli anni '90) e un’ambiente nel quale si sono formate solidarietà e professionalità che oggi, in giro per l’Italia, possono ricordare (se fa loro piacere) da dove vengono, cosa erano e  come hanno fatto a diventare le persone e i professionisti/e che sono oggi.
Giovani Lava - il direttore e deus ex-machina di un giornale indimenticabile, protagonista di battaglie e inchieste che restano nella storia della nostra zona, a ovest di Torino, e non solo (video)  – ne ha allevati tanti di bravi giornalisti.
A colpi di grugniti, mini-frasi acide e sibilline, di critiche feroci e di sfuriate memorabili; ma anche di consigli, esempi, invenzioni, dedizione, affetto, lungimiranza, tanta intelligenza.
Da quel giornale ne sono arrivati davvero parecchi di giornalisti in gamba; quando li incontro (per caso o in qualche occasione particolare) colgo in loro quel velo di riconoscenza per quello che hanno imparato, per il brodo in cui sono cresciuti e per la libertà di cui hanno goduto. Quasi in tutti, un po’ meno in quelli che, a un certo punto della loro storia personale e professionale, hanno preferito sposare il “modello Minzolini”.
A quel giornale ho collaborato anche io, nell’anonimato e con inserti comici, meno che nel periodo in cui sono stato sindaco di Grugliasco. Allora mi beccavo le reprimende settimanali del direttore e dei suoi valenti collaboratori, avevano grandi aspettative e non riuscivo quasi mai ad essere all'altezza. Ho partecipato a quel clima, ho coltivato affetti e ho decantato speranze, come tutti loro e come tanti altri che, alla fine della prima repubblica, hanno provato a cambiare le cose per davvero. 
Giovanni è in pensione, non ha fatto carriera né in politica né nel giornalismo: fa il consigliere comunale di Civica a Collegno. E’ all’opposizione non per scelta antagonista, ma perché con questa cricca non puoi proprio essere in altro modo. Spero che riesca nell'impresa di mandarne via il più possibile, non se ne può davvero più. Gliene fanno di tutti i colori, recentemente ha vinto una bella causa per un pezzo di denuncia circostanziata che aveva pubblicato sul suo blog.
Di Marco abbiamo detto, Stefania di cognome fa Aloia, lavora a Repubblica a Roma, e porta ancora i jeans.

Ecco il breve testo di Marco:

Arrivai che era sera, una di quelle sere di primavera inoltrata che sanno di prato tagliato, di fronte a una palazzina malconcia. L'ingresso era sul retro, un balcone ingabbiato in una bussola di metallo trasformato nell'atrio più piccolo che si possa immaginare, due metri quadrati: il Corriere di Rivoli, Collegno e Grugliasco. Un foglio settimanale tenuto insieme con le unghie e con i denti da un gruppo di matti innamorati del mestiere più bello del mondo. Ma tutto questo allora non lo sapevo. Ero spaventato da quella testata altisonante, e senz'altro faticai a trovare il
coraggio per chiedere informazioni al tipo tarchiato con la barba (un usciere? Un fattorino? Un abbonato?) che sorseggiava un caffè sulla porta:
"Vorrei parlare con il direttore, ho letto sul giornale che cercate collaboratori". 

Il tipo tarchiato buttò il bicchiere di plastica nel cestino tra la macchinetta del caffé e la porta a vetri: "Sono io il direttore. Vieni. Veramente è un po' tardi - l'annuncio diceva: dalle 16.30 alle 18.30, ed erano le sette passate -, ma già che ci siamo entra".
Mi guardava con aria scettica, due occhi a fessura nascosti tra la barba e gli occhiali tondi. Aveva una parlata ruvida di quelle che hanno l'aria di andare dritte al sodo e di considerarti appena meno di una nullità.
Carta ovunque. Armadi a vetri di metallo, di quelli che arredano le scuole: pieni di giornali. Sedie spaiate. Una verde, una nera, una rossa, una blu. Scrivanie incastrate una accanto all'altra. La pila dell'ultimo numero, uscito quella mattina, che ancora sapeva d'inchiostro. 

Il direttore me ne ficcò una copia in mano: "leggilo con attenzione, impara chi siamo". Era certo che questo Corriere di Rivoli Collegno e Grugliasco stava stretto nella sua redazione, e quell'impressione - chissà perché - mi suonò come la più rosea delle premesse. Come il discorso che mi fece il direttore:
Niente soldi, qui si scarpina a gratis. In cambio, ti pagheremo quel tanto di contributi che ti permetterà di iscriverti all'albo dei giornalisti. Vieni il venerdì, ricevi gli ordini della settimana e consegni il pezzo il martedì successivo. Cerchiamo antenne". Antenne?
"Antenne sul territorio. Gente che si guardi intorno, veda cosa succede, scopra perché e percome. Poi venga qua e ce lo racconti. Se ce lo racconta in italiano è il massimo".
"Credo che si possa fare. Io collaboro con..."
"Lascia stare. Questa è una squadra particolare, diciamo che ti prendo in prova. E adesso ti presento il tuo capo: Stefania". Il direttore non sprecava parole.

E comparve nella mia vita Stefania. Magra come un chiodo - chi altri avrebbe potuto lavorare in un posto nel quale tra una scrivania e l'altra non c'erano che quindici centimetri di spazio? - aveva la stessa aria di chi va al sodo del barbuto. Solo, essendo femmina, la accompagnava con uno
sguardo dolce. Rotolava sulle erre: chi sei, da dove vieni, dove vai, come mai sei passato di qua. "Ero dal parrucchiere, ho letto il giornale. Soprattutto il riquadro in cui si parla della ricerca di collaboratori. Eccomi qui".
Stefania sorrise, frugò nelle pile di carte allineate sulla sua scrivania.
"Bene: domenica abbiamo una bella parata di armi storiche in centro a Grugliasco. Ti va?
"
"In che senso?"
"Ti va di andarci".
"E..."
"E poi scrivi un pezzo di una sessantina di righe e me lo porti entro martedì. Per martedì ce la fai?"
"Quindi..."
"Quindi ti prendiamo in prova come ha detto il direttore. Mi raccomando: mi servono nomi e cognomi, intervista almeno un paio di questi figuranti. E fà attenzione, devono essere di Grugliasco o di Collegno, tutt'al più di Rivoli. E' qui che vendiamo il giornale, vogliamo che i nostri lettori si
riconoscano. Ci sarà anche un fotografo. Vi mettete d'accordo: lui scatta, tu intervisti
".

Tornando a casa mi chiedevo se ce l'avrei fatta davvero. 
"Mi hanno preso in prova", raccontai pieno d'entusiasmo ai miei genitori quella sera a cena.
"Bene", disse altrettanto piena d'entusiasmo mia madre. 

"Bene" disse mio padre, con un'aria appena meno scettica di quella del direttore tarchiato e barbuto. Stavo per diventare un giornalista.

Capito, sciocchini? Credo che Giovanni quando l'ha letto se la sia fatta nelle mutande (a me sarebbe certamente successo). Io l’ho invidiato e ho provato a scrivere questo post per trasferirvi almeno un po’ della gratitudine che provo per tutti loro, per primo Giovanni; perfino per quello che ha sposato il “metodo Minzolini”.
Se non sono soddisfazioni queste…

Mariano



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