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DEJA-VU di F. Maletti

I prodromi della crisi della politica d’oggi: 26 anni fa di un sindacalista cattolico scrive al suo sindacato…
Lettera alla CISL
Venticinque anni fa (1988) io non mi occupavo di politica di partito e nemmeno frequentavo sedi di partito. Mi occupavo di sindacato.
Di conseguenza ho cominciato ad occuparmi di politica soltanto in modo indiretto quando, nel pieno della crisi della Democrazia Cristiana, mi sono ritrovato (senza sapere nemmeno bene come) “garante” di Collegio proprio per la DC. Da allora (e sempre più intensamente) mi sono occupato di politica prima nella Democrazia Cristiana, poi nel Partito Popolare, poi nella Margherita, poi nel Partito Democratico: con incarichi via via decrescenti per importanza nonostante avessi più tempo libero grazie al mio intervenuto pensionamento.
Non avendo mai avuto ambizioni di potere tuttavia ho sempre cercato di dare con lo stesso entusiasmo del primo giorno il mio contributo di idee e di critica costruttiva. Riordinando in questi giorni i miei documenti e buttandone via altri ormai inutili, ho trovato una “Lettera alla Cisl” che avevo scritto, appunto nel 1988, per denunciare a mio avviso alcuni segnali di crisi politica e strutturale del sindacato (nel quale stavo già lavorando a tempo pieno da quasi venti anni). Rileggendo questa lettera ho ritrovato negli argomenti esposti più di una ragione che mi porta a riconoscere in modo speculare gli stessi problemi che oggi vive la politica di partito. La trascrizione integrale di quella Lettera è un invito alla riflessione (che non riguarda soltanto il PD!) da parte di tutti coloro che considerano la politica non l’occasione per fare i propri personali interessi ma un modo per mettersi al servizio della comunità.
Buona lettura.
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Dice il saggio che “la verità è il bene più prezioso, e va quindi trattato con parsimonia e ritegno”. Niente di più giusto.
Ci sono però anche momenti in cui è necessario riflettere. E, riflettendo, aprire una parentesi per esaminare sé e gli altri al di là di questo principio. Senza veli. E alla ricerca rassicurante della sua conferma.
Non è per polemica
quindi, ma per chiarezza, che se per esempio il “valore” di una persona viene valutato in base alla “carriera” (e, di conseguenza, più alto è il livello che ha raggiunto e più “vale”) io controvoglia dovrei riconoscere, almeno per questi miei primi 18 anni di Sindacato a tempo pieno, di non “valere molto” se valutato con questo metro.
Poiché è proprio questo il metro che oggi sembra avere il sopravvento, se devo ad ogni costo rispondere a questo interrogativo dandomi un giudizio che non sia ipocrita, mi giustifico dicendo che questo è il mio “valore” forse perché faccio parte di coloro che hanno la colpa di essere, né scaltri, né saggi. Anche se, da quando sono nel Sindacato, (ma non solo nel Sindacato), ho sempre lottato perché gli scaltri non prendessero il posto dei saggi.
A questo punto dello scritto, mi rendo conto di avere già intrapreso un percorso difficile e impegnativo, decisamente fuori da ogni schema tradizionale. Ma che al massimo non potrà che confermare quello che tutti tranne me ritengono giusto: ossia che da 18 anni ho nel Sindacato il livello che mi merito.
Avendo così poco da perdere, (salvo l’attenzione di chi mi sta leggendo), proseguo nel ragionamento che mi ero prefisso.
Lo scaltro cardinale di Retz, già 350 anni fa, sosteneva cinicamente, anche se con esiti alterni, che: “Nulla convince le persone di poca intelligenza meglio di quello che non capiscono”.
Ciò non toglie che molti, da allora,abbiano usato questo principio come base per la costruzione delle loro fortune. Nonostante un vistoso difetto: basta che uno solo condizioni il proprio consenso al fatto che prima vuole avere capito, perché tutto crolli come un castello di carte.
Dico questo nella consapevolezza che anche se il Sindacato, (lasciando da parte l’aspetto sentimentale della fiaba, che qui non mi interessa), non è mai stato la mitica Camelot di re Artù, bisogna riconoscere che, al contrario di certi datori di lavoro, non è neanche mai sceso ai livelli del cardinale di Retz.
Oggi stiamo però assistendo ad un salto di qualità ulteriore. Che coinvolge la società nel suo insieme come un vero e proprio fatto culturale basato su questo principio: poiché di persone da convincere che siano di poca intelligenza non ce ne sono quasi più (ma sarà questa l’unica ragione?) si preferisce rendere inaffidabile la verità stessa. Falsificandola continuamente.
E, quando non se ne può fare a meno, pur di fare naufragare una iniziativa senza doversene assumere la colpa, si arriva alla perfidia di difendere una giusta causa usando intenzionalmente motivazioni sbagliate ed interpretazioni distorte.
La crisi, le ristrutturazioni, i valori nuovi e la riscoperta dei vecchi, la professionalità, la meritocrazia e l’etica stessa oggi vengono manipolati e finalizzati al perseguimento di obiettivi a volte opposti a quelli dichiarati pubblicamente.
E c’è oggi, nel Sindacato “modernista” chi si appropria di velocemente di questi concetti facendosi (ingenuamente, ma non sempre) strumentalizzare. Creando quindi una preoccupazione in più.
Diventa così sempre più difficile la consapevolezza di stare dalla parte della ragione anche per chi si rende conto di essere strumentalizzato: fino a che punto, infatti, si può resistere immobili, senza fare nulla, mentre tutto intorno sta cambiando?
Il Sindacato forse non è in crisi, come qualcuno ha interesse a sostenere. Ed io sono tra quelli che ritengono che è nei momenti difficili che si danno le cose migliori. Però è anche vero che si vedono dei segnali preoccupanti.
Agli occhi dello spettatore disinteressato, le assemblee organizzative conclusesi recentemente sono sembrate un impegnativo interrogarsi del Sindacato con i lavoratori. Non lavoratori assenti, sfiduciati o delusi: ma lavoratori dall’altra parte del fiume!
E’ la struttura del Sindacato, il modo con il quale è organizzato al suo interno, che è inadeguato, non più rispondente alle esigenze dei lavoratori. E chi fa parte di questa struttura è portato a concludere di non avere altro modo per difendersi. Non tanto cercando di modificare il proprio modo di essere, quanto ricorrendo alla manipolazione parziale o totale della verità. Aumentando (appunto) il numero degli scaltri a discapito del numero dei saggi.
Accade così che nel Sindacato è scaltro, ad esempio, l’operatore dei servizi geloso dei suoi segreti e che, invece di divulgare la propria esperienza ne fa uno strumento di potere.
Ma è scaltro anche il quadro intermedio, che accusa i delegati di “non lavorare” ed il vertice di “immobilismo”. Atteggiandosi però a vittima dell’uno o degli altri a seconda delle circostanze. Così come è scaltro chi, per mascherare le proprie incapacità di fronte al contingente, scarica tutto sui servizi unificati. Cercando di vivere, (e in alcuni casi “sopravvivere”) di rendita.
E’ scaltro pure il segretario (provinciale, regionale o nazionale che sia), che nasconde queste verità sui quadri intermedi. Sperando forse di garantirsi la rielezione attraverso la difesa del “prestigio” della propria Categoria o del proprio gruppo di fedeli “parvenus”.
E’ scaltro a suo modo anche il delegato sindacale. Che non fa assolutamente nulla ed aspetta “disposizioni”. Ignorando, o facendo finta di non sapere, che è compito suo segnalare e descrivere tempestivamente le mutate condizioni di lavoro.
Esiste quindi una tendenza pericolosa (perché a tutti i livelli del Sindacato) che è un po’ quella di farsi portare dalle onde. E senza curarsi troppo della schiuma.
L’importante è allora, in un Sindacato come la Cisl, vigilare sempre, stare attenti. Ed impedire a qualunque costo che gli scaltri prendano il sopravvento.
C’è chi si consola in proposito dicendo, in modo un po’ pittoresco, che “gli scaltri sono facili da riconoscere: perché simili a quelle agili scimmie tropicali che, arrivate in cima, mostrano a chi è sotto solo le loro parti più vergognose”. Ma il vero problema è piuttosto quello che, dopo averli riconosciuti, bisogna riuscire a farli scendere dall’albero sul quale sono saliti.
L’unico modo per cambiare le cose io credo sia la riscoperta, l’uso e l’utilizzo della democrazia come strumento al servizio della verità e della giustizia.
Guai quindi a rinunciare alla democrazia, perché sarebbe come rinunciare definitivamente alla verità stessa.
Ed è sempre in tema di verità e in difesa della verità che mi preme affrontare un altro ragionamento. Su di un argomento che per la Cisl ha un valore quasi mitico: la solidarietà.
Non mi è ben chiaro infatti fino a che punto ai massimi vertici del Sindacato ci sia la consapevolezza di quanto contraddittoria e ambigua possa essere la solidarietà in alcuni casi.
Intanto si può dire che, sicuramente, la solidarietà è molto difficile da spiegare. Al punto che molti accordi sindacali sottoscritti in buona fede suscitano una diffidenza superiore al dovuto non tanto perché, come qualcuno vorrebbe far credere, “il Sindacato ha tradito i lavoratori”: ma perché manca una dettagliata e corretta informazione, perché manca una solidarietà “nella” informazione.
Ciò che il lavoratore oggi si domanda, senza trovare una risposta, è ad esempio come sia possibile che un lavoratore della siderurgia con sei anni di lavoro e nove di cassa integrazione possa andare in pensione a cinquant’anni con il regalo di 10 anni di contribuzione. Mentre un altro lavoratore, magari della stessa età (50 anni), ma con trent’anni di lavoro effettivo alle spalle, possa essere licenziato (magari per fare posto a chi è assunto con Contratto di Formazione), e debba invece aspettare ben dieci anni e l’età di sessanta anni, prima di potere inoltrare la sola domanda di pensione.
Si tratta di una risposta così difficile, così complicata, così complessa, così sofferta, che i Sindacati dell’Industria, fino a ieri maestri nella comunicazione, oggi a rispondere sembrano non provarci nemmeno. Dando l’impressione quindi di utilizzare le assemblee soltanto per lavare i panni puliti. E ne sia a riprova di questa difficoltà il fatto che proprio queste categorie erano quelle che fino a ieri propugnavano, (avendola fatta propria in modo a volte eccessivo), la cultura dell’egualitarismo. E con risultati ai quali hanno dato grande risalto.
Queste cose dimostrano, a mio parere, che la solidarietà non è soltanto una ideologia. Ma qualcosa di molto più importante e più profondo, trascendente e assoluto. La solidarietà è un “valore”.
Questo valore, oggi nel Sindacato viene speso in modo eccessivamente ed esclusivamente burocratico. L’abuso della Cassa Integrazione, le Commissioni che autorizzano in modo esagerato l’utilizzo dei Contratti di Formazione, la tendenza a minimizzare, creano dei conflitti d’interesse all’interno dello stesso Sindacato. Dando l’impressione che l’impegno solidaristico trasfuso da alcune Categorie, in particolare dell’Industria, nella realtà si trasformi (o finisca con l’essere nei fatti) una contraddizione con ampie macchie di corporativismo.
Oggi nasce, da parte dei lavoratori ed in modo prepotente, la richiesta di “coerenza”. Come prima conseguenza, a mio giudizio, della mancanza di informazione e di solidarietà nell’informazione.
I lavoratori della Cisl, proprio perché la Cisl non è un Sindacato di Disciplina, seguono la Cisl soltanto quando c’è una logica da seguire.
Poiché se la solidarietà “vale” per ciascuno soltanto nel ristretto ambito della propria Categoria (o degli interessi di settore, di azienda o di reparto), questo significa contrabbandare nei fatti interessi corporativi, privilegi di gruppo ed egoismi tra i più retrivi, per “sofferti sacrifici” a favore dei più deboli e degli oppressi.
Non è questa la solidarietà che “conta”, o che conferisce potere e dignità al Sindacato: perché somiglia troppo a una beffarda presa in giro per intere categorie di lavoratori.
Troppi lavoratori oggi rischiano di aggirarsi sperduti tra quei contenitori vuoti che nel Sindacato chiamiamo Servizi: è ora di capire (e noi della Cisl in questo possiamo essere i primi), che non è aumentando il numero dei contenitori che aumenta il numero degli iscritti, ma riempiendo questi contenitori di vero calore umano, di vera solidarietà, di vera partecipazione. Queste cose devono venire ancor prima della professionalità. O della risposta burocratica, asettica e ripetitiva.
Il problema quindi c’è. Rimane e pesa come un macigno sulle coscienze di noi tutti. Proprio con il suo apparente “silenzio” su questi temi. E, ad ogni livello del Sindacato, “il silenzio del popolo è la lezione del re”. Non bisogna mai dimenticarlo. Anche se questa citazione ha il difetto di dare per scontato che il “re” sia sempre intelligente e in grado di capire.
Spero di essere riuscito, per quanto mi riguarda, a dare con le mie parole una voce a questo silenzio. A questa sensazione crescente di spaventosa solitudine che “non è” nelle nostre tradizioni e nella nostra cultura.
Che gli scaltri dunque “capiscano”, e tornino ad essere saggi. Nei limiti delle loro capacità e senza “strafare” (ovviamente). Ma al più presto possibile.

F.Maletti
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P.S. Mi auguro che molti degli argomenti esposti (e risalenti ormai a circa un quarto di secolo fa) siano di aiuto per riflettere sul perché dei problemi di oggi individuando le soluzioni migliori. Credo infatti che soltanto attraverso questo percorso a ritroso sia possibile individuare i problemi veri ed arrivare a delle soluzioni concrete. Così come nel Sindacato (di oggi ancor più di allora) ci sono dei problemi strutturali che, al di là delle persone che compongono la struttura, vanno individuati e risolti, lo stesso vale per un Partito: non si può pretendere che nel cambiare mentalità adeguandola debbano sempre essere gli altri perché “a sbagliare sono sempre e comunque loro”. Sono atti di arroganza che si rischia di pagare molto cari. Soprattutto quando si difende ogni struttura del Partito e ad ogni livello come se la difesa della infallibilità di ogni appartenente alla casta fosse indispensabile per non pregiudicarne la sua “solidità”.
La gente oggi ha a disposizione molte più informazioni di allora. Ma anche la dittatura strisciante esercitata attraverso il monopolio dell’informazione nulla può contro Internet. La cultura informatica, fatta di messaggi brevi e trancianti, è diventata una specie di superdittatura in grado di produrre un analfabetismo di ritorno sul piano della democrazia. Si tratta di una superdittatura della quale gli scaltri, facilmente, riescono ad appropriarsene per diventarne i condottieri. E con i risultati che oggi ben conosciamo.
maggio 2013 Franco Maletti
(franco.maletti@libero.it)




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