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LA SCUOLA DIGITALE

In arrivo i fondi per sviluppare anche qui da noi la didattica del terzo millennio, attraverso l’uso delle tecnologie che hanno già cambiato il modo di imparare dei nostri ragazzi.
Classi 2.0: pionieri, pregiudizi e problemi
foto pc ultaportaili
Un bel passo avanti per la scuola italiana e per quella piemontese in particolare: dalle solite paginate di parole sul grembiulino e sul voto di condotta, quest’anno siamo passati alla scuola digitale. Anche i giornali si sono accorti che la scuola è cambiata e sta cambiando, soprattutto si sono accorti che anche i ragazzi usano cellulari, tablet e pc, con questo modificando i contenuti e il modo con cui li imparano. In realtà un fatto specifico ha scosso i giornalisti dalla noia della ripetizione: il ministro Profumo che ha stanziato oltre due milioni di euro per avviare la cosiddetta scuola digitale, aiutato da uno stanziamento analogo della Regione Piemonte (leggi su Repubblica).
Dunque la Direzione Scolastica Regionale avrà a disposizione quattro milioni di euro per dotare le scuole di attrezzature che stimolino una didattica innovativa non perché piena di apparecchi moderni, ma perché capace di accompagnare i ragazzi a imparare in modo più naturale e comunque vicino alle modalità di oggi.
Ha dalla sua alcune importanti sperimentazioni già in corso da almeno cinque anni, alcune promosse anche da noi nella più totale indifferenza dell’assessore regionale di allora, Gianna Pentenero (PD), forse perché troppo complesse da comprendere.
Abbiamo cominciato nel 2008 con “Un pc per ogni studente”, con 100 allievi della scuola primaria, per arrivare all’oggi, con parecchie classi già dotate di LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) e di portatili assegnati agli allievi in comodato d’uso per l’intero anno scolastico (vedi il Video riassuntivo), acquistati con fondi messi a disposizione dalla Direzione Scolastica Regionale. Il problema però non sta solo nella disponibilità di soldi per comprare tecnologia, il nodo vero della questione è l’innovazione nelle tecniche di insegnamento e nell’evoluzione delle relazioni all’interno delle classi, degli allievi fra loro e con gli insegnanti.
A una scuola che in tanti vorrebbero sempre uguali a se stessa, perciò sempre meno efficace e capace di stimolare gli allievi a imparare, a ragionare, a cercare soluzioni e strade originali, si deve sostituire una scuola che si configura come un “ambiente educativo”, dove si impara cooperando con gli altri e in competizione con se stessi. La tecnologia è il mezzo, talvolta nemmeno così necessario…

Gli insegnanti lavorano per costruire unità didattiche originali, che mettono a disposizione dei colleghi e dei frequentatori delle reti dedicate, gli allievi degli istituti superiori lavorano a rendere sicura la navigazione per i pc dei loro compagni più piccoli, per manutenere le macchine che si rompono, per costruire le reti che permettono ai dati di fluire velocemente e senza interruzioni e guasti.
Già, perché una delle difficoltà maggiori della scuola italiana non sta nel trovare i soldi per acquistare beni e servizi, sta nel trovare il modo per mantenere in funzione ciò che ha comprato, intervenendo tutte le volte che qualcosa si rompe per ripararla. Il rischio è dietro l’angolo: senza sistema, senza che sia costruita una rete di aiuto e soccorso, il rischio è che computer e LIM, una volta rotti, finiscano negli armadi a prendere polvere. Con buona pace dell’innovazione e della scuola digitale.

La scommessa più difficile è proprio questa: costruire rapidamente quella struttura di supporto che rende facile la gestione delle reti e delle apparecchiatura, impegnando gli insegnanti a costruire la didattica e non a rincorrere l’emergenza. Abbiamo già visto quanto costano e come funzionano i consulenti esterni, quelli che sulla carta fanno tutto. Forse sarebbe bene mobilitare gli istituti tecnici che si occupano di informatica e telecomunicazioni per farne dei centri di consulenza, manutenzione e pronto intervento per tutte le scuola 2.0. Noi l’abbiamo già provato, ha funzionato e sta funzionando bene, fra l'altro può generare sbocchi professionali anche stimolanti.
Infine: perché tutte le apparecchiature ed le macchine (LIM, pc, tablet, hardware di rete) sono straniere? Non c’è proprio nessuno che – a fronte della diffusione massiccia dell’informatica di consumo – abbia pensato di produrre da noi?

Il lavoro che invochiamo è anche questo. No?

Mariano



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