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LA RAGIONE DEGLI ASINI

Ma come si fa a vivere senza idee, senza speranze, senza ideali e senza voglia di cambiamento?”, ho scritto su FB quattro giorni fa. Via coi commenti, numerosi e sapidi. Ma c’è sempre chi la fa fuori dal vaso…
La forza delle idee
leccaculoBasta vincere per pretendere di avere ragione. Anche se si ha torto marcio. Un messaggio devastante per uno (sport) che ha bisogno prima di tutto di credibilità”. Così commentava un anno fa Capodacqua su “Repubblica” le dichiarazioni del ciclista Petacchi. Quest’ultimo, gasato dalla 21 vittoria di tappa a un Giro d’Italia, si spingeva a dichiarare che in realtà si trattava della sua 27 salita sul podio. Sei  “vittorie” gli erano state cancellate dopo che, nel 2007, era stato trovato positivo al doping e squalificato per un anno.
Ragionano nello stesso modo parecchi esponenti del ceto politico, locale e nazionale, convinti che la vittoria elettorale (indipendentemente dai mezzi e dalle condizioni realizzate per ottenerla) sia di per sé la migliore dimostrazione di aver ragione. Sovente non sanno nemmeno che questo modo di pensare è la negazione dei principi della democrazia liberale, quelli a cui credono di richiamarsi ogni volta che abbandonano il fare da “descamisados” – tono da squadrista, congiuntivo incerto, divieto dell’uso del passivo perché è da finocchi – per loro usuale e aprono la bocca culo di gallina per declamare qualche banalità che hanno letto nelle carte dei cioccolatini, possibilmente detta da qualcuno di destra così fa bipartisan.

Sputano sentenze sulle persone come se fossero emeriti e competenti esperti conoscitori di indubbia utilità alla società. Naturalmente lo fanno sempre alludendo, mai parlando chiaro e indicando le cose col nome e col cognome. Lo fanno nell’unico modo che hanno imparato a usare e che caratterizza l’attività politica e sociale del nostro paese dalla P2 in poi: intimidazione e minaccia.
Ridono delle disgrazie del “trota”, messo lì dal suo papi senza avere nè l’arte nè la parte e non si chiedono che cosa abbiano fatto loro per ottenere i voti per essere eletti, a parte far trottare genitori e aggregati. E battono le manine al capo con fare compulsivo e un po’ ebete ogni volta che si sentono minacciati nella loro mediocrità che sconfina nell’ignoranza grassa. La stessa di cui andavano così fieri i fascisti un tempo, i berluscones nei vent’anni  che volgono al termine e tutti i populisti del mondo per i quali la storia non è maestra di vita, semmai una clava da dare in testa al nemico, magari forti di una vittoria appena ottenuta. Come Petacchi.

A Grugliasco, la città dove vivo e lavoro, dove stanno i miei affetti e che amo oltre ogni ragione, il segretario del PD e il capogruppo sono così: mai un dubbio, mai una discussione. Insulti agli avversari, denigrazioni personali a chiunque osi cantare un’altra canzone, comportamenti da tifoseria, cortigiani del "sindaco in cerca di occupazione" e convinti che, così, faranno strada. Mai una contestazione nel merito, il problema sta sempre da un’altra parte… e ti lasciano sempre col dubbio che non abbiano davvero capito di cosa si tratta, o perché non fanno attenzione o perché non studiano o, semplicemente, perché non gliene importa nulla. Minacciano di denunce, ma non raccontano mai la verità sugli esiti, cercano di intimidire gli oppositori minacciando di tutto, nel mentre guardano il loro sindaco per cercarne con lo sguardo l’approvazione e si complimentano perfino fra loro per come lavorano bene per la città.

I loro predecessori di vent’anni fa – quelli mandati a casa dallo scandalo Le Gru -erano più capaci e più umili, ma erano animati dalla stessa fanatica ignoranza della cosa pubblica e dall’idea che chi governa “prende il piatto”, forti dell’astuzia di possedere i rudimenti dell’arte di vincere senza avere ragione. Si sono svegliati una mattina ed era cambiato tutto, anche per loro.
Solo allora i più svegli si resero conto che fra vincere e avere ragione c’è la stessa differenza che passa fra lealtà e fedeltà. La prima è un valore che arricchisce le relazioni umane e politiche, tornando di grande aiuto a realizzare al meglio il bene comune. La seconda la esercitano i cani coi padroni, solo che loro, quando possono, hanno l’accortezza di sceglierseli affidabili, generosi e veramente umani. Soprattutto, a differenza dei nostri politicanti, non azzannano il vecchio padrone appena se ne presenta uno nuovo che promette loro di più.
Coraggio, un po' dovunque, piccoli Petacchi crescono.

Mariano



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