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GIOVANILISMO E SENILITA’

A forza di nutrirsi di luoghi comuni ci si riduce e pensare come i tronisti, a vivere come le veline e a fare danni come i mediocri incompetenti di cui si nutre il nostro mondo
I tronisti della politica
old_vs_young1 E’ da qualche tempo che sento come insopportabile tutto questo invocare “i ggggiovani” come potenziali salvatori della patria – capaci, se messi nella condizione giusta, di dare la scossa a questo paese rimettendolo all’onore del mondo – in contrapposizione ai vecchi (o ai meno gggiovani) che l’avrebbero portato alla rovina. Ho cercato di controllare l’insofferenza dicendomi che forse è il frutto delle mie quasi 58 primavere. Non abbastanza da qualificarmi come “vecchio”, ma certamente sufficienti ad escludermi dalla preziosa appartenenza alla cerchia dei gggiovani.
Non credo che il noccio stia qui, quello che mi da fastidio è la strumentalità di questo modo di ragionare e di classificare il mondo, naturalmente a uso e consumo non dei giovani, ma solo di quelli fra loro che hanno vecchi robusti alle spalle, ai quali si sono già sottomessi per bene al fine di usufruire di tutte chances possibili di passare davanti ai loro coetanei, non per merito ma per conoscenza.
Ecco, questa ennesima mistificazione a danno dei giovani, quelli che lottano e meritano, mi fa davvero incazzare.
A una classe dirigente di brontosauri che stanno lì da tempi immemorabili – nella politica come nell’economia, come nelle professioni come nelle redazioni dei giornali –, appena scalfiti dalle richieste di ricambio e pronti a collocare discepoli e parenti (giovani) in ogni spazio resosi libero, si vorrebbe contrapporre una nuova generazione che non si distingue per i meriti o le capacità individuali, ma solamente per l’anagrafe o la tenacia con la quale ha costruito carriere politiche che, sovente, coincidono anche con la professione.
Eh già! perché i gggiovani che rivendicano e che reclamano sovente sono passati da un ufficio stampa di qualche vecchio padrino politico, dove fingevano di lavorare per la collettività mentre si preparavano la campagna elettorale per le elezioni successive, all’incarico politico elettivo. Naturale che lo trattino come un lavoro, difendendolo con le unghie e con i denti, come farebbe chiunque temesse di ritrovarsi disoccupato, su una strada.

Naturale che siano disposti ad ogni possibile compromesso, che si pieghino a 90° davanti ai capi e ai possibili portatori di voti, promettendo tutto e il contrario di tutto pur di vincere. Non si giocano soltanto la vittoria elettorale, si giocano il lavoro. Questi sono i giovani che oggi vincono in politica, non è sempre e solo così, ma il renzismo è un po’ la punta dell’iceberg di un trasformismo che cambia tutto per non cambiare nulla, che cambia il linguaggio per sorprendere e mascherare il vuoto di visione, di programma e di competenza. Intatta la struttura del potere, intatta la sua antidemocraticità, peggiore la sua capacità di indirizzare cambiamenti significativi in economia e di fare del bene alla società. Paradossalmente questo giovanilismo contiene al suo interno la degenerazione senile di un mondo che è già vecchio anche quando usa parolacce, è irrispettoso e dice cose “nnnuove”.

I giovani veri sono fuori, a fare altro e a cercare di sopravvivere, i vecchi tentano di difendere le loro prerogative, i meno vecchi a chiedersi che società sarà mai quella che non riesce a riconoscere il contributo che ogni persona può dare allo sviluppo sociale e come fare a metterle tutti in grado di farlo al meglio.
Quando ero giovane ammiravo certi vecchi che, forti della saggezza e dell’esperienza, mi sembrava che avessero parecchio da darmi. Li ascoltavo, li ammiravo, mi spazientivo, cercavo di attrezzarmi (studiando e approfondendo) a prendere il loro posto. Non perché lo dicevano i giornali o la TV, ma semplicemente diventando più bravi a tenaci di loro. Col tempo ho scoperto che alcuni di loro erano dei palloni gonfiati e che avevo sbagliato a pendere dalle loro labbra, di altri ho conosciuto spessore e capacità, cosicché ancora oggi li considero miei maestri e li rispetto forse più di allora.

Non so se sia giusto così, ma lo preferisco a questa finta lotta generazionale che non riesce a colmare il vuoto di progetto e di sostanza.
Non so se sia giusto così, ma mi ha tremendamente aiutato a diventare un “quasi vecchio” rammaricato per le coltellate che ha ricevuto da tanti suoi miracolati, ma enormemente felice per l’indipendenza e la libertà che ha conservato finora, forte del rispetto di tanti e dell’amicizia disinteressata di chi sai che c’è.
Ma che bello un mondo dove chi si occupa di politica sa come si cerca e si trova un lavoro, ha una bella professione a cui tornare quando il peso dei compromessi diventa eccessivo…

Mariano



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