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LA GIUSTIFICAZIONE DI PONZIO PILATO

Dopo la Pasqua...
Capita anche ai non credenti che l’occasione delle festività religiose – e la Pasqua è una cannonata in quanto a significati “altri” e “alti”, a cominciare dal tema della resurrezione/rigenerazione – diventi uno spunto di riflessione, di bilancio, di ascolto di temi e opinioni che, diversamente, non si porrebbero nemmeno alla nostra attenzione.
E’ il caso di un breve articolo di G. Niedda apparso sul sito dei Popolari piemontesi in questi giorni. Con arguzia e profondità di analisi, Ponzio Pilato diventa il simbolo di una contraddizione umana che conosciamo tutti fin troppo bene: quella di chi non sa se intervenire o guardare dall’altra parte, quella che  impone la scelta fra coraggio e opportunità, quella di chi vede che le cose stanno degenerando e non sa se dirlo e comportarsi di conseguenza, o scegliere la strada della preservazione del proprio orticello. Già con dentro la consapevolezza che la scelta genererà rimpianti e guai a tutti coloro che hanno creduto nelle parole di speranza e di determinazione. La politica oggi è questo: gente che guarda dall’altra parte, gente che mira a preservare il proprio misero orticello per paura che scelte coraggiose mettano in forse anche quello. E che, così facendo, sa già che farà la fine dei Ponzio Pilato nella storia, quella grande e quella piccola.

Interpretazione di Ponzio Pilato
di Giuseppe Niedda
Nella Liturgia Pasquale si incontra, come figura emergente e poi proverbialmente esecrata, Ponzio Pilato, quinto Procuratore romano della Giudea che governò dal 26 al 36 d.C., in coincidenza della vicenda finale di Gesù Cristo.
Il personaggio è controverso, ritenuto poco rispettoso delle tradizioni ebraiche, contrariamente al modus operandi dell’Impero Romano, il cui lungo dominio in Europa, Asia e Africa è stato spesso il risultato di un accorto atteggiamento verso le consuetudini locali. Esigere le tasse e arruolare soldati, e per il resto una blanda condiscendenza alle signorie e alle credenze locali, a condizione che riconoscessero il primato di Roma.
Questo alternarsi di prepotenza e tolleranza ha permesso all’Impero, prima in Occidente e poi in Oriente, di durare quanto nessun altro nella storia del genere umano, per quanto è dato conoscere.
Nella vicenda del Cristianesimo questo Procuratore, che oggi chiameremo Governatore, gioca un ruolo ambiguo, ammettendo di non intravedere nella condotta di Gesù Cristo reati punibili dalla Legge romana, ma rimettendosi comunque alla decisione dell’ordinamento del Paese occupato e amministrato, del quale riconosce la legittimità.
Due sistemi religiosi e giuridici che convivono e si sovrappongono, quello romano politeista ed efficace, quello palestinese tollerato dai dominatori, che considerano confuso ed oscurantista. Dunque Pilato non condanna per la legge romana, e lascia la decisione alle norme giudaico-palestinesi. Riconosce un limite alla giurisdizione romana e lascia decidere a quella del Paese occupato. Un atto di viltà o la prudente accortezza di far convivere due sistemi giuridico-religiosi diversi? Entrambi egualmente crudeli nell’esecuzione delle pene, lasciate ai conquistatori che riservavano soltanto a loro stessi l’uso della forza.
La straordinaria notorietà che il Cristianesimo ha dato a questo Procuratore romano ne segna in qualche modo la sorte, chi lo vuole suicida, chi decapitato. E fioriscono gli apocrifi attorno alla sua figura, lettere in cui lo stesso vorrebbe discolparsi per la condanna inflitta a Gesù. E l’eco della vicenda arriva fino in Etiopia, dove l’esercito romano ancora non era arrivato.
Dunque chi è Ponzio Pilato: un accorto Governatore che conosce i limiti della sua giurisdizione, o un pavido che non osa opporsi ai sentimenti dominanti nel territorio occupato?
Difficile esprimere una opinione non ingenerosa in un contesto di obbiettiva difficoltà.
Forse il Procuratore Pilato rimane, involontariamente, il paradigma del comportamento di ognuno di noi, sempre sospesi tra l’opportunità del momento e il dovere dell’affermazione coraggiosa e disinteressata delle proprie convinzioni. Quante volte forse è capitato anche a noi, per il condizionamento dell’ambiente o il timore delle conseguenze, di non osare sostenere un'opinione impopolare o minoritaria, e ci si è accodati ai sentimenti dominanti? Eppoi è capitato di pentirsi per non aver sostenuto un principio che al momento appariva impopolare e poi, col tempo, si è rivelato vincente. Forse è quanto è capitato in Palestina, 20 secoli fa. Il Procuratore aveva intuito la verità, ma non ha osato sostenerla contro la volontà popolare.
Per questo, emblematico di un comportamento diffuso, il Procuratore Pilato merita più
comprensione di quanta gli viene riservata. Se siamo severi con lui, dovremo esserlo anche con noi stessi quando ci manca l’ardire di un’opinione impopolare.



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