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LE FALSE INDIGNAZIONI di F. Maletti

I nemici degli italiani sono i ministri di oggi?

quarto-stato-oggi Io credo che dopo venti anni di berlusconismo, durante i quali Lui medesimo ci ha insegnato che qualunque atto è lecito se questo porta a dei vantaggi personali, e che le regole devono essere accantonate se sono di ostacolo (compreso quelle della Costituzione Italiana), nessuno di quelli che hanno vissuto in questo periodo, potendolo fare non sia stato almeno in parte tentato dall’approfittarne. E’ quindi facile per la destra più reazionaria sostenere che “tutti”, in fondo, siamo uguali a Lui.
Ad esempio, che l’Italia sia una Repubblica ampiamente fondata sulla “raccomandazione” non è mai stato un mistero per nessuno di noi. Così come è difficile stabilire con certezza quanti di noi, di fronte ad una opportunità simile, ancora oggi saprebbero dire di no.

Quando allora la Fornero o qualunque altro dei “professori” (termine usato da tutti spregiativamente) pongono l’accento sulle anomalie italiane, ecco che la indignazione attraversa tutto il Paese. E nessun gruppo o ceto sociale è in grado di sottrarsi: da chi fa politica a chi fa antipolitica, da chi lavora a chi è disoccupato, da chi è giovane a chi è anziano. In tutti scatta uno spirito conservativo che si oppone a qualunque ipotesi di cambiamento. Ogni occasione è buona per “fare le pulci”, per ironizzare sull’aggettivo usato, sulla frase, su una parte del ragionamento. L’obiettivo di fondo non interessa: quello che scandalizza è che sul tema “ quello/a ha osato dire…”. Proprio quello che nessuno vuole ammettere.

E’ da almeno venti anni che si sapeva che i processi di globalizzazione avrebbero portato alla eliminazione dei posti di lavoro garantiti per tutta la vita. E che per ciascun lavoratore ci sarebbe stata una alternanza tra periodi di lavoro e periodi di non lavoro, durante i quali avrebbe dovuto ri-specializzarsi se non voleva perdere il suo potenziale produttivo. Ma i Sindacati hanno taciuto, gingillandosi tra chi pagava la tessera perché aveva un lavoro garantito, e tra i “business” categoriali dei Fondi Pensione alternativi.
Ai nostri figli con titolo di studio superiore al nostro, per anni abbiamo detto di non accettare lavori umili o inadeguati: perché piuttosto li avremmo mantenuti noi. Con il risultato che gli stranieri sono venuti in Italia a fare quei lavori da noi rifiutati ed oggi forse stanno economicamente meglio di noi: divenendo in molti casi titolari di piccole imprese artigianali, che vanno dalle pulizie ai lavori nell’edilizia, dai trasporti all’assistenza agli anziani.

Nessuno invece riflette sul fatto che oggi essere proprietari dell’alloggio in cui si vive è come avere un’ancora incagliata sul fondo. Come è possibile accettare un lavoro lontano dal luogo in cui si abita? Bisognerebbe lasciare l’alloggio vuoto per trovarne uno ammobiliato da affittare a costi che difficilmente sarebbero sostenibili con uno stipendio “normale”. E allora occorrerebbe organizzare come minimo una rete immobiliare di interscambio. Cosa alla quale ci pensa nessuno.
Ma poi c’è tra i giovani (e non soltanto loro), la questione delle relazioni affettive. Se una persona lavora da una parte e l’altra chissà dove, come è possibile mettere su famiglia? E chi la famiglia ce l’ha già e magari ha anche dei figli? Dovendo obbligatoriamente lavorare in due bisogna per forza abitare vicino ai nonni.
Invece di indignarsi c’è qualcuno che prova a trovare una soluzione a questi problemi? Una potrebbe essere di garantire sempre e comunque un sussidio in caso di disoccupazione. Un’altra quella di istituire un servizio rapido di individuazione di posti di lavoro disponibili da offrire ai disoccupati. Riducendo di fronte ad ogni rifiuto immotivato il sussidio di disoccupazione stesso.
I fondi potrebbero essere reperiti facendo pagare ai datori di lavoro una aliquota supplementare per i lavori precari. D’altronde chi, in deroga ai Contratti Nazionali, utilizza per i suoi interessi aziendali forme di lavoro atipico è giusto che paghi di più per questo lusso.

Invece tutto oggi sembra concentrarsi sull’articolo 18. Ma quanti sono, anche tra gli addetti ai lavori, quelli che l’articolo 18 lo conoscono veramente nella sua applicazione effettiva? Oggi chi viene licenziato, a ragione o a torto, sa che in quell’azienda non è più gradito. E allora chi è che si ostina perché venga riassunto? Il lavoratore che, se tutto va bene, sa che deve starsene almeno per un anno a casa in attesa della sentenza? L’avvocato che, in cambio di una facile parcella ottenuta tramite una rapida mediazione di tipo economico, si deve invece studiare una valanga di massime giurisprudenziali, fare scorrere fiumi di inchiostro, partecipare ad un interminabile numero di udienze? Oppure soltanto il sindacato per un capriccio di “principio” che, facendo leva sui sentimenti e lo spirito di solidarietà del lavoratore, lo convince ad “andare avanti”. Salvo poi lasciarlo da solo se la sentenza è soccombente?

Il governo Monti è sulla strada giusta. Indigniamoci di meno e collaboriamo di più e con maggior spirito costruttivo. Non è Monti il “nemico degli italiani”. Lo sono stati altri.
F. Maletti
febbraio 2012
franco.maletti@libero .it



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