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IL SENSO DELLA DEMOCRAZIA di F. Maletti

I gruppi dirigenti dei partiti sono a volte l’ostacolo più grande allo sviluppo di pratiche democratiche. Un ragionamento interessante e qualche esempio illuminante.
Salvare i partiti coinvolgendo gli elettori
Non passa praticamente giorno che i vari mezzi di informazione (che peraltro fanno con questo il loro dovere) ci informino dei comportamenti non proprio cristallini di questo o quel politico, affrettandosi nel soddisfare la curiosità della gente indicandone la provenienza politica, e innescando così animate discussioni che trovano tutti concordi nel concludere che “la politica fa schifo”. Una politica composta, sembrerebbe, soltanto da malfattori. Anche perché i giornali di dare notizie sui politici perbene non sanno che farsene: in quanto non aumenterebbero né la tiratura, né la possibilità di catturare il lettore per giorni e giorni soddisfacendo il suo morboso interesse. E’ in questo modo che l’antipolitica prende prepotentemente il posto della politica. Trovando terreno fertile in un malcontento generalizzato che, con la fine delle ideologie che caratterizzavano ciascun partito, rende la politica nel suo insieme una specie di polpettone indigesto dove i partiti si somigliano tutti.

I risultati delle stesse primarie di coalizione che vengono indette dal PD, apparentemente illogici e contraddittori, sono lì a dimostrare che non ci sono più partiti che hanno una ideologia alla quale attenersi. E quindi, candidarsi in un partito o in un altro per chi vota sembra non fare molta differenza. Quello che fa la differenza è la rispettabilità del singolo candidato, e, per alcuni, il fatto che fino a quel momento non si era mai occupato attivamente di politica. Ma, per l’elettore non allineato e asservito, c’è soprattutto la grande soddisfazione che, votandolo, si puniscono tutti gli altri: quelli che la politica la fanno per mestiere e che, dopo estenuanti discussioni all’interno del gruppo dirigente, raggiungono il compromesso di candidare Tizio invece di Caio. Convinti (gli ingenui!) che gli elettori rispetteranno sì autorevole indicazione. Errore quasi sempre clamoroso.

Tutti i partiti (chi più, chi meno) oggi vivono una condizione di perenne subdemocrazia, oltremodo indebolita dall’attuale sistema elettorale che funziona per nomine. Ma anche là dove sarebbe possibile scegliere chi candidare in modo accettabile, pure il Partito Democratico mostra le sue carenze. Un partito popolare e radicato sul territorio dovrebbe infatti consentire ai suoi iscritti di scegliere chi li rappresenta. E, proprio per evitare equivoci e divisioni, alle primarie dovrebbe essere candidato uno solo per ciascun partito, anche nel PD. Perché questo sia realizzabile, qualche segretario di Circolo sostiene la necessità di un rigido e preventivo controllo sul tesseramento. Ma in realtà questo è un falso problema: il vero problema è che gli iscritti devono essere sempre messi nelle condizioni di partecipare, anche con il voto, alle decisioni del Partito. E non essere soltanto una platea obbediente e silenziosa, che si limita a prendere atto delle decisioni della “dirigenza”. Perché, così facendo, in molte realtà succede che chi decide non è nemmeno più il segretario del Circolo insieme al suo gruppo dirigente: ma addirittura l’amministratore locale (leggi Sindaco). Per cui si viene a creare una situazione paradossale: quella in cui non è il Partito a dare le indicazioni al Sindaco, ma è il Sindaco che impartisce gli ordini al Partito.

Questo è quello che accade ad esempio a Grugliasco, in provincia di Torino. Ma questo è quello che accade in tante altre realtà del nostro Paese.
Una volta i partiti politici, anche se in questo agevolati ciascuno da una ideologia di supporto, avevano la capacità della visione d’insieme dei problemi: non intervenivano disordinatamente e frettolosamente sui problemi del momento sollevati dai mezzi d’informazione, ma avevano la capacità di estrapolare il “caso” del momento e collocarlo nel contesto più ampio e globale. Avevano la capacità di spiegare il caso ai loro iscritti mettendoli in guardia dalle strumentalizzazioni, fornivano le risposte giuste e documentate alle chiacchiere da bar e ai giudizi trancianti e frettolosi che da sempre alimentano il serbatoio dell’antipolitica.

Oggi invece nei partiti non si discute più: si prende atto, ci si fida ciecamente, non c’è bisogno di avere un parere e tanto meno che qualcuno lo esprima. O come iscritto accetti la situazione, oppure te ne vai.
Nei meno sprovveduti nasce così il sospetto che gli attuali dirigenti di partito non siano più come i vecchi dirigenti di una volta, disposti ad ascoltare tutti e a fare le ore piccole discutendo con loro. Perchè la fretta di chiudere le riunioni, i tempi contingentati, nessuno spazio per il dibattito, fanno soltanto indispettire ( e, oltretutto,a volte senti dai relatori tante di quelle “stupidaggini”che aggiungere le proprie non ti sembra un danno così grave) e insospettire.

Gli scenari delle riunioni di partito (bisogna riconoscerlo) oggi sono senz’altro più belli. Ma sicuramente più costosi. Infatti, al servizio della politica superficiale, esistono addirittura corsi di laurea per questo: chi parla ha la voce che non tradisce emozioni, e i concetti vengono espressi da persone preparate in modo tecnico e arido, come equazioni matematiche che non danno spazio al dubbio. Tutte queste persone “diversamente intelligenti” hanno un solo problema: non sanno entusiasmare, non sanno risvegliare nella gente le emozioni, non fanno arrabbiare e commuovere, e, spesso, non si fanno neanche capire. Per cui ti chiedi a volte chi te l’ha fatto fare di andare lì ad ascoltarli. Perché più che sentirti coinvolto, ti senti un estraneo tra gente che parla per sottintesi e dà per scontate cose che per “l’uomo della strada” scontate invece non sono. E che andrebbero chiarite meglio. Altrimenti le riunioni a che servono...

Nessuno mai si prende la briga di esordire dicendo che in un mondo globalizzato siamo tutti interdipendenti, per cui nessuno oggi può fare quello che vuole. E che per ciascuno di noi c’è un “copione” da rispettare, che ha delle regole ferree e condizionanti. Più nessuno può prendere decisioni autonome senza pagarne le conseguenze anche in modo grave. Ne sappiamo qualcosa, ad esempio, se pensiamo all’operazione patriottica del salvataggio di Alitalia (cinque miliardi buttati via usando i soldi dei contribuenti), oppure sulle decine di miliardi spesi per l’acquisto di oltre cento cacciabombardieri, oppure sull’abolizione totale dell’Ici, oppure sulle multe non pagate delle quote latte per soddisfare i capricci della Lega, oppure sul megaprogetto del Ponte sullo Stretto di Messina. E via elencando. Tutti soldi che si sarebbero potuti utilizzare per affrontare meglio la crisi: tanto evidente quanto negata ostinatamente e fino all’ultimo.

Questa cultura di centrodestra, secondo la quale la vera libertà sarebbe quella di non rispettare le regole e fregarsene delle convenzioni, nell’arricchire oltretutto i pochi impoverendo tutti gli altri, è capitata in un momento storico che non poteva produrre conseguenze più nefaste. Oggi infatti è necessario più che mai essere “popolo” nel senso più solidale del termine, dove ciascuno deve dare il massimo nel ruolo che ricopre e dove non c’è più spazio per le suddivisioni classiste costruite dalle ideologie del secolo passato. O ci salviamo tutti o non si salva nessuno.
Esiste, almeno nel Partito Democratico, (che fa del riformismo il suo carattere distintivo), la consapevolezza di tutto questo? E se esiste, in quale modo questa nuova cultura riformatrice può arrivare alla gente superando le ottusità e gli ostruzionismi di certa classe dirigente, preoccupata soltanto di sopravvivere a se stessa?

F.Maletti
febbraio 2012
franco.maletti@libero.it



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