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INFRASTRUTTURE E POLITICHE PER L’OCCUPAZIONE di F. Maletti

Riflessioni a margine di un convegno di politici sulle prospettive di sviluppo e di infrastrutturazione dell’area a Ovest di Torino.
Le strategie per lo sviluppo economico del territorio
INFRASTRUTTURE-1 In questa situazione di crisi generale, ogni tanto capita che, per reagire all’impoverimento del territorio, qualcuno un po’ più lungimirante degli altri organizzi un Incontro tra le varie parti sociali: invitando amministratori e dirigenti di partiti, imprenditori e professionisti, rappresentanze sindacali di vario genere, tecnici, studiosi ed esperti di qualunque orientamento politico, con lo scopo di fare il punto della situazione ed individuare, nel comune interesse, le strategie di rilancio economico ed occupazionale del proprio territorio.
Difficilmente questi incontri hanno un seguito, nonostante tutti i partecipanti abbiano manifestato pubblicamente il loro entusiasmo per questa iniziativa, che consente, nelle intenzioni dei promotori, un confronto schietto e leale anche tra le parti tradizionalmente ostili tra di loro.
Perché le diffidenze rimangono, e ognuno giudica gli altri sulla base della propria esperienza: che lo porta ad una scarsa predisposizione all’ascolto delle argomentazioni altrui.
Esistono però dei “punti di partenza” dai quali non si può prescindere. E che bisogna affrontare una volta per tutte se le intenzioni sono sincere e non di facciata.
Prima di tutto bisognerebbe cominciare a riflettere sul fatto che le Aziende che in questi anni se ne sono andate via, là dove il lavoro costa meno, non hanno portato via soltanto le lavorazioni, ma anche gli “stipendi” collegati a queste lavorazioni. E magari dopo avere usufruito per anni e fino all’ultimo di finanziamenti ed agevolazioni da parte dello Stato a sostegno della loro attività e a salvaguardia dell’economia del territorio dove erano ubicate.

Le tecnologie d’avanguardia che queste Aziende hanno portato in dote ai Paesi che le hanno accolte, hanno fatto superare d’un balzo il livello di arretratezza industriale di questi Paesi. Una “arretratezza” che in quei luoghi è rimasta tale, guarda caso, soltanto per quanto riguarda la retribuzione dei lavoratori: tenendo rispetto a noi un costo del lavoro bassissimo e al di fuori di ogni possibilità competitiva. Di conseguenza, agli imprenditori che sono rimasti in Italia non bisogna guardare con sospetto, ma prendere atto della loro lealtà nei confronti dei lavoratori dipendenti. E quando questi imprenditori chiedono delle modifiche di contratto ai lavoratori, non lo fanno per avidità o per profitto esagerati, ma per consentire all’Azienda di sopravvivere.
Stando così le cose, chi di conseguenza si oppone ai cambiamenti rivendicando per i lavoratori delle Aziende la conservazione dei privilegi acquisiti, è un “conservatore”. Quindi è classificabile di DESTRA nonostante lo sventolio delle bandiere rosse, gli slogan rivoluzionari e i canti partigiani. Al punto che viene da chiedersi, se sono così bravi: perché non vanno ad emancipare i lavoratori delle Aziende che si sono trasferite? Così facendo forse le Aziende rimaste in Italia non sarebbero nelle condizioni di dovere chiudere o lottare per sopravvivere.

A mio avviso quindi, solo se queste cose sono chiare a tutti (ma principalmente ai lavoratori) è possibile superare le reciproche diffidenze: spesso rimaste tali anche all’interno di ciascuna categoria o corporazione. Solo se ci si rende conto che il sacrificio deve essere di tutti, nessuno escluso, e che la collaborazione e la solidarietà non sono più soltanto degli “optional” da usare per fare bella figura in pubblico: ma un vero e proprio nuovo modo di essere che deve permeare la nostra società ad ogni livello. Solo se ci saremo messi definitivamente alle spalle l’epoca dei “furbi” e la malcelata invidia nei confronti di chi ha il coraggio di esserlo potremo RISORGERE. In un ritrovato spirito nazionale che tanti e troppi in questi anni (inseguendo meschini interessi di bottega) hanno cercato di distruggere.
In conclusione, quando si organizzano convegni importanti come quello di mettere tutti intorno a un tavolo per discutere e decidere il rilancio di un’area produttiva, c’è qualcuno oggi che ha il coraggio di introdurre precisando queste cose?

16 gennaio 2012 F. Maletti
franco.maletti@libero.it



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