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ASSANGE E LA GLOBALIZZAZIONE DELL'INFORMAZIONE

Wikileaks, internet, i giornali e la globalizzazione

I libri di storia del futuro segneranno da data del primo rilascio dei files, carpiti dalla diplomazia americana, come evento destinato a segnare una svolta nella storia del pianeta, delle relazioni fra i governi e fra questi e i poteri economici e sociali di tutto il pianeta. Il nostro ministro fantasma frattini ha parlato di "11 settembre della diplomazia", forse ha esagerato, ma non siamo molto lontani da lì.
Fino a ieri il web era sostanzialmente pensato e adoperato come una rete per trasmettere e ricevere dati di ogni genere, in qualche caso con l'illusione dell'anonimato o, comunque, dell'invisibilità. Da qui l'invasione del porno che ha praticamente traslocato tutte le sue attività sul web, ma anche della musica e dei video, supportati in questo dalle tecnologie di digitalizzazione e compressione. Poi il commercio elettronico, il social-web... fino al così detto web 2.0, vale a dire quello davvero interattivo, nel quale sono gli utenti ad alimentare la rete, a produrne i contenuti, ad utilizzarla per trovare sempre nuove forme di comunicazione interpersonale e fra gruppi. Non so se sia un luogo comune quello secondo cui Obama ha vinto le sue elezioni anche grazie all'uso sapiente del web 2.0, certamente deve aver influito parecchio anche solo nella raccolta di fondi per finanziare la sua costosa campagna elettorale.

Nella prima fase di diffusione del web, nell'immaginario collettivo hanno preso piede figure leggendarie perché capaci di usare la rete per infilarsi nei gangli più protetti e segreti dei sistemi informativi di potenti enti pubblici e privati, ministeri, banche, fondazioni, grandi industrie. Lo facevano (e lo fanno) per scopi del tutto diversi: chi vuole insinuare virus che distruggano le banche dati, chi vuole semplicemente provare che le barriere frapposte sono violabili, chi spera di trarre qualche beneficio personale (ad esempio un posto di lavoro, com'è accaduto sovente), chi per onorare un'idea avversa al capitalismo, chi ancora per motivazioni pseudo-religiose. Hacker e cracker sono da sempre parte della rete, anzi ne sono il sale: ci aiutano a pensare che la struttura reticolare dell'informazione può permetterci di far girare di tutto e di realizzare telematicamente quella democrazia che manca in troppi paesi, anche in quelli che hanno regimi apparentemente democratici.

Ogni volta che i governi hanno cercato di porre limiti, di oscurare siti che svolgevano troppo bene questi compiti - che favorivano la circolazione del software gratuito o ancora di download di prodotti commerciali, in primis la musica - sempre si è verificata una reazione del popolo del web che, vedendo la minaccia alla libertà del web avvicinarsi pericolosamente, mettevano in atto tutte le strategie per difenderla.

Sono perfino sorti dei partiti che si richiamano ai pirati (uno di questi, quello svedese, ha anche eletto un deputato al Parlamento Europeo), evocando le figure dei gentiluomini delinquenti dei bei tempi andati che solcavano i mari ora a caccia del bottino, ora a trasportare e commerciare di tutto, schiavi compresi.

Ma la vicenda di Assange e di Wikileaks è proprio un'altra cosa: un balzo avanti e un cambiamento del tutto inatteso, ma che stava nelle cose.
Infatti da sempre chi fa informazione - e lo fa seriamente - ha una rete di gole profonde che, per motivi nobili e anche meno, gli passano informazioni riservate e segrete in cambio dell'anonimato. Le gole profonde passano soffiate per mettere in difficoltà qualche avversario interno all'organizzazione di cui fanno parte, oppure perché vedono fare cose che non condividono, ma non possono/vogliono esporsi in prima persona... Ogni bravo giornalista ne ha tante, conosce bene le loro motivazioni e perciò verifica sempre bene le affermazioni e i documenti che ottengono onde evitare di diventare loro gli strumenti di vendette e rivalse.
Assange e Wikileaks fanno esattamente questo: raccolgono informazioni, documenti e filmati che da tutto il mondo arrivano loro dalle più svariate fonti, che si impegnano a proteggere nell'anonimato più blindato.
Siccome non sono in grado di selezionare tutto ciò che arriva, passano documenti ai giornali che fanno questo lavoro per loro, alla caccia delle notizie false che potrebbero creare guai se pubblicate, forti dell'interesse che suscitano nell'opinione pubblica le fughe di notizie.

Nel nostro paese, avvolto nel provincialismo di una politica e una stampa che si abbeverano spesso alla fonte dell'ignoranza e del luogo comune, il dibattito è subito stato portato sul seguente dilemma: è giusto che le notizie della diplomazia e delle banche diventino di pubblico dominio, che venga meno la segretezza di certe trattative e di certe attività che attengono la sicurezza degli stati? E giù tutti a sparare cazzate, a coniugare luoghi comuni e frasi dei baci perugina. Tra questa la sicurezza internazionale e l'affidabilità delle diplomazie.

E' ovvio che non tutto ciò che avviene - a tutti i livelli, anche fra amici o coniugi -  può essere di dominio pubblico, lo sanno anche i bambini che qualcosa di segreto, di non detto, deve sempre esserci.
Ma è altrettanto ovvio e salutare per tutti che ci sia chi scava nel lato oscuro a caccia di notizie da pubblicare. E' il modo con cui la società di massa si vaccina dai totalitarismi. E' il modo in cui la democrazia si rigenera e si rimette in discussione continuamente. Se qualcuno si offende o se scoppia qualche crisi fra i potenti del mondo, tanto meglio: è il segno che il lavoro di informazione è ben fatto.
Adesso attendiamo l'arresto di Assange che così mette al sicuro la sua vita perché cominciano ad essere parecchi quelli che lo vedrebbero bene defunto. Ignorando che oramai una strada nuova è stata segnata e che la rete consente una varietà di organizzazioni tale da farci presupporre che una fiume di informazioni siano in viaggio verso wikileaks (con la pubblicità di questi giorni) e che un  flusso altrettanto corposo sia già partito verso i mezzi di informazione del pianeta.

Mariano



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